RIFORMA FORNERO/ La approvano uniti, noi la subiremo e l’opposizione ai poteri forti sarà cancellata

Riforma del lavoro. Alla Camera fretta e prassi d’emergenza. In sostanza per approvarla senza confronto parlamentare. Sarà la crisi a determinare un iter così inusuale, con 4 fiducie in meno d’una settimana? Sarà il bisogno di risposte certe, di garanzie immediate davanti all’oscillazione di borse, spread e parametri economici? Sarà «il senso di responsabilità nazionale», rimarcato in ogni occasione da governo e maggioranza?

di Emiliano Morrone

monti_e_i_poteri_forti_per_la_riforma_forneroC’è chi giustifica con la necessità urgente, chi sottolinea il bisogno di crescita, chi rinvia all’evoluzione globale e della vita, quindi delle condizioni oggettive e soggettive del lavoro. A palazzo ci sono voci e posizioni simili, sovrapponibili, prova che a destra (?) e sinistra (?) sta bene uscire subito, anche inguaiando, dal problema occupazione. Pd, Pdl e Udc parlano di soluzioni condivise. Condivise ma neppure affrontate, discusse, ragionate, partecipate. Ormai l’imperativo è convincere i mercati e, dietro parole insensate, rispondere agli ordini di poteri sovranazionali, per niente sovrani, che mirano a schiavizzare l’uomo e gli uomini.

Il popolo teme: è stanco, spaventato, confuso, sicché non reagisce. Il futuro è incerto, impossibile da programmare e, in primo luogo, da immaginare. Succede, quindi, che, nonostante gli sforzi di movimenti, intellettuali del web e pezzi della politica, manovre e riforme abbiano percorsi tempestivi, sconosciuti alla democrazia. Siamo nell’era Monti, del decisionismo senza pluralismo, in cui tutto è buono e giusto poiché la fine sarebbe lì, a un passo. Succede, allora, che le proposte dell’esecutivo raccolgano il favore immediato dell’intero arco parlamentare, ad eccezione di pochi: IdV, Lega Nord e qualche savio esponente di un centrodestra irriconoscibile, lontano dal rigore missino e dalle rispettabili tesi liberali.

Proprio la visione del lavoro e la concreta disciplina, avevamo scritto giorni fa, determinerà gli schieramenti delle prossime elezioni. E, a riguardo, avevamo chiesto chiarezza delle parti. Chiarezza c’è stata, in un certo senso. Anche se l’informazione non ha dato primi piani, preferendo cronache spicciole del comportamento dei partiti sulla riforma Fornero.

Per un quadro d’insieme, però, bisogna andare un po’ indietro. Così, si può comprendere quanto siano stati coerenti il Pd e il Pdl. Bersani, si rammenta, disertò le manifestazioni di piazza, quelle in cui la Fiom anticipava che cosa sarebbe stato del Paese con le fughe all’estero delle imprese e la corruzione nei settori strategici, Finmeccanica e trasporti in testa. Berlusconi sceglieva la via della difesa personale, chiudendosi nel privato, travolto dalla propria corte di profittatori. Il Cavaliere negò la crisi, disse di ristoranti pieni e precisò che si poteva pensare con calma allo sviluppo. Altra la realtà, rispetto a cui è mancata l’analisi, cioè l’individuazione di cause e responsabili. Anzi, il governo andò ai banchieri: grazie a un’operazione celerissima del presidente della Repubblica, che si legittimò con la tragedia italiana ed europea.

È finito il Novecento, con i suoi miraggi, i suoi meriti, le sue invenzioni e i diritti riconosciuti e codificati. La Costituzione riporta ancora, però, che la Repubblica è fondata sul lavoro, per la cui tutela, senza troppi spazi sui media, si sono spesi porzioni di sindacati e «antipolitici» alla Di Pietro. L’ex pm, assieme a Maurizio Zipponi, già sindacalista, ha seguito praticamente tutte le vicende dell’Italia produttiva, partecipando a proteste, sit-in e presìdi; presentando interrogazioni a raffica e in alcuni casi facendo saltare accordi scellerati, come quello tra il governo e DR Motor per lo stabilimento automobilistico di Termini Imerese.  Lo si scrive solo perché è un dato di cronaca, verificato e verificabile.

Il risultato è che, nonostante l’opposizione, vivaddio reale; malgrado il buon senso e l’impegno di altri parlamentari, di bandiera diversa, il popolo subirà inerme la riforma Fornero. Poi dirà che la casta è una e una sola, senza distinzioni di sorta. Mentre alle prossime elezioni c’è il rischio effettivo della scomparsa di voci contrarie, siano giustizialisti, federalisti o ex aennini, alla Angela Napoli (deputato Fli), che lavorano onestamente.

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