RIFORMA DEL LAVORO/ Si vota alla Camera in settimana. Sull’occupazione il nuovo quadro politico

Berlusconi farà un nuovo partito, nel nome le parole «Italia» e «libertà». Il leader del Pdl è rimasto nelle retrovie, dopo le dimissioni. S’è visto poco: niente battute, qualche commento fugace e un’analisi sull’uscita del Paese dall’euro, a suo avviso buona. Il governo Monti ha picchiato duro: tasse, rincari e l’inaccettabile Imu. Era stato presentato come l’esecutivo della salvezza; soprattutto dal fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Il Giornalista ci aveva detto che il Professore doveva piazzare bene i titoli del Tesoro; che Europa e mercati attendevano risposte; che lo stato di necessità imponeva risolutezza, rigore e polso. Nel contempo, ritornava la voce dell’ingegnere Carlo De Benedetti, l’uomo che salvò Olivetti e s’avventurò con fiuto e rischi nella telefonia mobile.

di Emiliano Morrone

lalba_di_un_nuovo_quadro_politicoL’ingresso di Monti ci era parso un cambio di guardia: un potere più ampio si sostituiva a quello economico e mediatico del Cavaliere, che l’Italia, noi compresi, aveva ritenuto pericoloso, patologico o inadeguato. L’intervento del presidente Napolitano, protagonista dell’operazione, ci era sembrato troppo rapido e forse anche sconfinato. Lo scrisse anzitutto l’acuto direttore degli AltriPiero Sansonetti. Si ricorderanno le discussioni di giuristi e opinionisti, i favorevoli e i critici. D’accordo, nelle impostazioni politiche, chi proiettava uno scenario di fine imminente, senza quei soccorsi che in teoria un governo tecnico poteva garantire, con una guida autorevole per Europa e Stati Uniti. Contrari quanti, a prescindere dalle parti, consideravano viziata l’espulsione di Berlusconi, avvenuta fuori della dialettica politica e della prassi costituzionale. Il séguito è noto: tamponamenti finanziari, cioè imposte, trattenute sulle pensioni, prelievi ed esazioni in quantità. Insieme, la riforma previdenziale Fornero, legata al pasticcio sugli «esodati», e la nuova disciplina del lavoro, che la Camera voterà sotto fiducia in settimana.

In questo quadro di cambiamenti incompiuti si colloca l’effetto Grillo, la lotta a privilegi e Porcellum condotta in parlamento da Di Pietro, capofila di referenda e leggi d’iniziativa popolare. Il palazzo ha ignorato le loro istanze, espresse anche da movimenti, attivisti, comitati e cittadini autonomi. Il governo Monti, come abbiamo raccontato ogni giorno, ha sospinto provvedimenti coerenti con la gerarchia del potere, che mira a conservare i rapporti di forza. Si pensi alle votazioni su argomenti di minore importanza, per esempio l’arbitrato per gli appalti pubblici: leggere l’emendamento Sisto (Pdl) alla Camera, positivo e liquidato da una composita maggioranza incolore.

La partita si giocherà sul lavoro, pur se il linguaggio politico continua ad usare l’ambiguo termine «crescita». Partiti e movimenti dovranno chiarire le singole posizioni in tutti i luoghi della democrazia. Aziendalisti od operaisti dichiarino modi, mezzi e tempi.

Per ora, tiriamo una somma: per come concepita, la riduzione di parlamentari e rimborsi elettorali aiuterà i più ricchi, nel tempo producendo trasformazioni difficili da prevedere. Può darsi che si vada verso un finanziarismo irreversibile.

Per quanto Berlusconi si mostri sicuro di un recupero, pensiamo che si accontenti di posizionarsi, di ritrovare un equilibrio nelle istituzioni che gli eviti la scomparsa politica. A meno che non sostituisca i «colonnelli» con nuovi suonatori d’orchestra. Bersani, invece, ha la responsabilità della contraddizione: se in forma articolata anche Ichino e Boeri hanno smontato la riforma del lavoro targata Fornero, non si capisce perché il Pd vada in parlamento a ratificarne l’intero pacchetto. Grillo e Di Pietro dovranno iniziare a parlarsi, se vorranno impedire il montismo perfetto. E Vendola, che potrà bilanciare lo scacchiere politico in definizione, dovrà decidere adesso la sua via.

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