EDITORIALE/ Riforma del lavoro: dopo le eurostronzate tocca al parlamento. Chi darà il quadro del Reale?

Un maestro elementare italiano guadagna pressappoco 24.000 euro lordi all’anno. Il collega tedesco ne riceve 38.000. Di recente è scoppiata una polemica circa gli stipendi europei per la tabella Eurostat 2009 sul costo del lavoro; cioè il periodo dopo la crisi dei mutui subprime, ben prima dell’affondamento dei Paesi Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), dellospread e della legittimazione della tecnocrazia finanziaria. Secondo la statistica ricavata dai giornali, in Italia i salari sarebbero fra i più bassi. L’Istat ha replicato alla classifica: considerate le note (dell’Eurostat) a margine, «il posizionamento relativo dell’Italia risulta in linea con la media europea, e il valore assoluto nazionale supera ampiamente quello della Spagna e ancor più il valore della Grecia». Ingenuamente sbrigativa, la precisazione dell’Istat conferma che i lavoratori italiani sono sottopagati rispetto ai francesi o alemanni.

di Emiliano Morrone

Merda_dartistaA ogni buon conto, mi chiedo se numeri e diagrammi servano davvero a rappresentare le differenze fra i Paesi europei; posto che, di là dalla parzialità e insufficienza di qualsiasi dato, il valore della vita non dipende solo dai compensi.

Vacilla la moneta dell’Unione europea, ancora politicamente eterogenea. Sono troppo diverse la cultura e l’etica pubblica degli Stati membri, e nessun programma, nessun trattato, nessuna sintesi ha determinato un sentire comune, dischiuso un orizzonte per tutti. Lo si è visto, per esempio, nei «rapporti di forza» per l’attacco alla Libia e poi, innanzi alla crisi, con il dominio dell’asse franco-tedesco, che ha imposto la linea: prendere o lasciare.

Ormai l’«eurozona» è, come la cartina dell’Africa, una mappa arbitraria e fittizia: senza significato, senso, utilità. Ma a noi italiani piace illuderci, prenderci in giro con rozza approssimazione.

Soffermiamoci, dunque, sulla riforma del lavoro. Tra l’insulso e pappagallesco «ce lo chiede l’Europa», le sinossi del sistema tedesco dei licenziamenti gradito al Pd e le analisi di una stampa supina e distratta, finisce che accettiamo rabboniti l’ennesima mistificazione del potere. Stavolta fatale.

Il giornalista Giuseppe D’Avanzo aveva ragione quando chiamava Berlusconi «il grande mago», contenendone il mondo in una riga di Eric Ambler: «mai dire una bugia se puoi cavartela a forza di stronzate». Oggi, però, quel famoso circo(lo) del vizio, dei festini, dei lenoni e Tarantini rampanti – che conferì un’aura grottesca alla maggioranza del «Nerone» sub iudice – è stato surrogato a modo. Ma sempre per tutelare gli interessi forti dei forti. Così, le «stronzate» di Ambler proseguono, e sono i media ad amplificarle, instillarle con cura nel giudizio di ciascuno. Il discorso sull’urgenza e inevitabilità dei sacrifici, dei salassi, delle tasse e della movimentazione dell’impresa ha l’estetica rassicurante della sobrietà montiana, il piglio accademico di Elsa Fornero, il low profile di Corrado Passera, superministro già superbanchiere. Sicché, le operazioni “delittuose” passano senza problemi: uno perché sono spacciate come la pillola del giorno dopo, due perché l’opposizione parlamentare è censurata dai tg.

C’è da domandarsi, allora, se la discussa libertà di licenziare comporti una crescita dell’«economia reale»; se ci sia una diretta relazione fra l’abolizione di fattispecie di reintegro e la capacità delle imprese di resistere ai mercati, di rilanciarsi in termini d’innovazione e competitività. Ancora, c’è da interrogarsi se la riforma del lavoro si possa e debba leggere limitandosi all’articolo 18. Per ultimo, bisogna pur estendere lo sguardo e collegare la materia ad altre gravi questioni della Repubblica. Per capire se c’è un nesso, una logica di continuità con le scelte del precedente governo.

Diversi esperti hanno escluso che allo stravolgimento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori conseguano incrementi economicamente rilevanti. Nel dibattito sull’“omologo” tedesco, però, pochi hanno osservato, addetti o giornalisti, che in Germania esiste il sussidio di disoccupazione; che lì c’è uno Stato sociale ancora vivo e non si capisce come mai ci si debba rapportare a un Paese in cui un insegnante elementare prende 14.000 in più, se l’Istat ci consola sul valore assoluto del nostro reddito, il quale «supera ampiamente quello della Spagna e ancor più il valore della Grecia».

Tutte le riforme del passato, i «lodi», il blocco delle intercettazioni telefoniche, la responsabilità dei magistrati, i tagli della Gelmini et coeterasono state precedute e accompagnate da enfasi e suggestioni. Tutte sono state propagandate come indispensabili, improrogabili, insindacabili. Tutte hanno svuotato, con distinte tempistiche e modalità, il ruolo del parlamento,prescindendo dalla volontà popolare espressa nelle piazze, su Internet e tramite referendum. Riguardo alla disciplina del lavoro, la cordata di Mario Monti voleva agire per decreto, come ha fatto finora, intanto per le pensioni. Il presidente Napolitano l’ha impedito, ma sappiamo che alla Camera e al Senato solo Di PietroLega dissentono.

Adesso si tratta di vedere chi a palazzo, oltre a emendare in senso equo, affronterà la riforma del lavoro in un quadro politico più ampio. Un quadro in cui collocare l’effettiva e remota cancellazione della scuola pubblica: aziendalizzata, rimessa agli investimenti privati e quindi non più in grado di garantire in ogni parte d’Italia un’adeguata istruzione. Un quadro che non può tralasciare l’agonia della ricerca scientifica e della formazione universitaria, rimaste senza risorse. Un quadro che comprenda l’attuale miseria del Welfare e della previdenza. Tutti nodi legati al lavoro.

Forse non è chiaro un fatto: se potremo andare in pensione, noi precari di oggi percepiremo assai meno della metà del nostro stipendio. Quello che fa brodo nelle statistiche Eurostat, rettificate dall’Istat.

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