Provenzano, potrebbero costringerlo al silenzio definitivo

Era il 10 dicembre del ’69. Quel giorno Bernardo Provenzano doveva ammazzare il boss Michele Cavataio, detto Il cobra. Allora la mafia si mostrava rozza e violenta. Le guerre per l’egemonia in Sicilia avrebbero determinato equilibri e strategie di lungo corso. Provenzano era un ignorante con la seconda elementare. A trentasei anni, non poteva smaniare di protagonismo tipo i guappi di Gomorra. La pellicola di Scarface uscì quattro lustri più in là.

di Emiliano Morrone

provenzano_binnuDentro la testa di Binnu – è il nome in dialetto – abitava il pensiero fisso di vivere nella fierezza del potere. Così, con estrema decisione Provenzano fracassò il cranio a Cavataio. Lo colpì da indemoniato col calcio della mitragliatrice. Poi lo finì: un solo proiettile di pistola. L’esecuzione gli valse il soprannome che ancora oggi si porta dietro, U tratturi, rinvio alla cultura contadina d’una terra spogliata dal Nord. La tradizione popolare del Sud ricorda il grande furto nel brano Briganti se more, che premette: “Cu ‘a scupetta vulimmo cantà”.

“U tratturi” è “il trattore”, mezzo meccanico che rivolta il terreno e prepara il campo. A Provenzano fu assegnato un brand. L’omicidio del Cobra ne determinò l’ascesa. Il resto sappiamo da memoria e tv, cinema, libri, giornali. Non senza suggestioni esasperate.

Sonia Alfano, che presiede la commissione Antimafia del parlamento europeo, è andata in carcere da Provenzano, insieme al senatore Beppe Lumia, membro dell’analogo organo italiano. I due l’hanno invitato a collaborare con la giustizia. Perché la verità sulla “Trattativa” si sta ricomponendo adesso, dopo la morte di Falcone e Borsellino, le stragi, le menzogne e i silenzi di vent’anni. Dopo i segreti e le prove alterate, sepolte, protette; nonostante l’ultimo, sospetto attacco alla Procura di Palermo.

Dal Pdl s’è levata un’accusa contro Sonia Alfano e Lumia, che per Fabrizio Cicchitto e servitù avrebbero provato a influenzare politicamente le indagini sui rapporti fra Stato e mafia.

La Procura di Palermo, repetita iuvant, ha chiesto il rinvio a giudizio dei parlamentari Marcello Dell’Utri (fondatore di Forza Italia) e Calogero Mannino (dal 12 aprile 1991 al 28 giugno 1992 ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno), per attentato a corpo politico dello Stato. Richiesta uguale per l’ex ministro e già vicepresidente del Csm Nicola Mancino, imputato per falsa testimonianza. Nell’inchiesta sulla Trattativa, poi, c’è proprio Provenzano, tra i mafiosi che la Procura ha domandato di processare. Sicché è pacifico che i due parlamentari abbiano sentito il dovere di convincere il boss a parlare. Egli non può non sapere.

Sarebbe stato meglio, però, non dare la notizia. Il Corriere della Sera poteva pensarci, prima di pubblicarne il resoconto di Giovanni Bianconi, che può involontariamente rivelarsi pericoloso per i due parlamentari. Soprattutto, può determinare pressioni e movimenti per il silenzio definitivo di Provenzano.

Un giorno il sostituto antimafia Pierpaolo Bruni mi disse che le questioni siciliane sono sottovalutate e che, a torto, la mafia si ritiene battuta con la cattura di U tratturi. Notai un certo imbarazzo nel riservato pm, poiché, al di là delle parole, ne seguivo la direzione del ragionamento.

Oggi quel monito mi è più chiaro. Isolare certi magistrati, certi parlamentari (Di Pietro, Sonia Alfano, Lumia, Angela Napoli e altri), certi giornalisti e certi movimenti è un darwinismo sociale del potere. Lo stesso che, per sopravvivere, vuol cambiare la legge elettorale a modo suo.

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