Professione di Antimafia

«Antimafia» ha tanti significati. È l’azione dei giudici palermitani, nisseni o calabresi, nel mirino della politica dominante. Ma occorre distinguere, serve prudenza: attenzione a conclusioni sbrigative e al divismo prodotto da Internet.

di Emiliano Morrone

falcone-e-borsellino-antimafiaAncora, restando alle istituzioni, «antimafia» è una speciale commissione parlamentare. Ne fa parte il deputato Angela Napoli, scortata da 9 anni, che denunciò affiliazioni nel suo ex partito, il Pdl. Allo stesso organismo, poi, appartengono meridionali che, secondo loro concittadini, raccolgono voti sospetti. Per un giornalista, ciò merita approfondimento, punto. Difficile, tuttavia, che questo avvenga: l’informazione attuale è troppo spesso macelleria, semplificazione, banalità, spettacolo. Vuota. Vale ribadire un principio: le voci non confermate da atti ufficiali o da fatti certi non possono diventare verità.

Nella commissione parlamentare Antimafia troviamo personaggi che hanno costruito potentati su base familistico-clientelare. Su tutti, probabilmente, il senatore Antonio Gentile (Pdl): il fratello Pino è assessore regionale in Calabria, la figlia Katya è vicesindaco di Cosenza.

«Antimafia», quindi, sono i movimenti, le associazioni e i singoli – giornalisti, scrittori, cittadini, politici – che divulgano la cultura della legalità; che pubblicano notizie, studi, saggi, inchieste o forniscono testimonianze e modelli d’impegno. «Antimafia» è chiunque lotti per i diritti, contro chi li violi con il terrore o gli abusi di potere.

Se il quadro è già riassuntivo, bisogna domandarsi che cosa sia la mafia; ridotta – per comodità, ignoranza e appetiti capitalistici – alle armate, ai carnefici latitanti od incarcerati e al celebrato Capo dei capi. Se il processo Dell’Utri va rivisto, così ha stabilito la Cassazione, le ultime acquisizioni sulla strage di via D’Amelio stanno consolidando l’ipotesi che la «Trattativa» fra Stato e mafia ebbe realmente luogo. Lo Stato, perciò, potrebbe aver progettato con la mafia: negoziando le clausole, vendendo i suoi stessi servitori e il proprio futuro.

Oggi, senza bestemmia, mafia in senso più ampio potrebbe essere il sistema mondiale delle banche, che ha distrutto le risorse del pianeta e il lavoro delle masse, schiavizzate dall’assurda accelerazione della vita e annullate dai consumi. Alla moneta, soltanto virtuale, corrisponde un debito pubblico non voluto né contratto dal popolo, che muore per campare e s’illude acquistando beni inutili, biglietti della fortuna, promesse di felicità.

Nella crisi del pensiero, della morale e dell’economia, nell’assenza della politica e di ideali, avanzano i «professionisti dell’antimafia», favoriti dalla necessità dei media di affibbiare etichette, costruire eroi di carta, impoverire la realtà. Così, tutto si brucia in un attimo: la memoria non aiuta, compromessa dalle distrazioni della tv, dai supporti digitali e dalla twitterizzazione dell’esistenza.

L’antimafia, comunque la si voglia intendere, manca di una «dimensione progettuale». Lo ha sottolineato lo scorso 12 marzo il senatore Beppe Lumia, della commissione parlamentare Antimafia, all’ultimo incontro annuale Percorsi per la legalità, presso l’Università di Chieti.

Si tratta di costruire, atteso che spesso ciascuno bada al proprio orticello, tenta di guadagnare le luci della ribalta, magari per carriere veloci. Ci sono degli esempi positivi, però, di “alleanze” per l’obiettivo comune. Fra questi, voglio citare l’opera disinteressata del giornalista e scrittore antimafia Orfeo Notaristefano, il quale parte dalle ragioni che uniscono singoli e movimenti impegnati; aggregando, stimolando, mostrando le possibilità di successo collettivo nel tempo. E rammento la Rete antimafia di Brescia, che, con volontà e sacrificio – e fuori del clamore mediatico – riesce ad allargarsi in un territorio dove la presenza mafiosa è capillare e negata; intanto dagli amministratori pubblici.

Ci sono persone che amano la cosa pubblica e si spendono per tutelare e valorizzare le ricchezze dei luoghi. Come Luigi Resta dell’associazione I Portulani, di Palagianello (Taranto). Ci sono nuove penne che documentano, raccontano, vanno nel profondo. Penso a Benny CalasanzioAntonino MonteleoneGiuseppe CatozzellaBiagio SimonettaFrancesco Saverio Alessio. C’è una figura ormai conosciuta, Aldo Pecora di Ammazzateci tutti, a cui va data piena solidarietà per il difficile momento che sta attraversando dopo la pubblicazione di Primo sangue, volume d’inchiesta sull’omicidio del giudice Antonino ScopellitiLa solidarietà va separata dal dissenso personale, non può essere decisa via Facebook, a colpi di clicAd Aldo si può certo rimproverare il voto, alle ultime elezioni in Calabria, a Giuseppe Scopelliti, l’attuale governatore regionale su cui pesano ipotesi, per ora solo tali, di vicinanza alla ‘ndrangheta. Ho sempre detto che Aldo è preso da «eroici furori», sicché non di rado agisce d’impulso.

Ognuno, sia chiaro, ha il diritto di avere la propria idea, innanzi all’urna. Tutti possiamo sbagliare, e non è un dio chi abbia scelto la controparte (?) politica. Non è giusto – e può anche essere molto pericoloso – additare chi si espone, denigrarlo, abbandonarlo, far finta di nulla. Se questa dovesse essere la regola, dipenderemmo dagli umori della rete, la quale non è sempre libera né sempre vera. E forse un giorno potremmo trovarci noi nelle condizioni di Aldo, sperimentando la paura dell’isolamento, che non deve essere bella. La libertà e la verità si ricercano insieme, soprattutto nell’antimafia. Questo è il mio invito ed auspicio, se ammettiamo che lo strumento più forte contro le mafie, anche quelle bancarie, è la cultura, la parola. Perciò, con L’Infiltrato abbiamo proposto uno speciale su temi legati all’antimafia; nella speranza di aver dato un contributo d’informazione e di significato.

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