LINGUAGGIO POLITICO/ Tra spending review e coglioni rotti, menzogna e verità

Per coprire una verità, si gioca con le parole. Si può mentire, poi, usando termini stranieri, di sicuro effetto. Di solito, abbreviazioni, acronimi e formule anglosassoni nascondono un inganno del potere alla collettività. La politica assume che si tratti d’una semplificazione. In realtà, è l’esatto contrario; un po’ come le sigle dei conservanti sulle confezioni di alimenti: concepite per non essere comprensibili. Così, mangiamo porcherie, senza sapere con quali conseguenze immediate e lontane.

di Emiliano Morrone

Barbato_dito_medioAbituiamoci a dubitare sempre di qualsiasi linguaggio settoriale, tecnico; di qualunque sintesi spicciola. Infatti, per aumentare la distanza dalla piazza, il palazzo scomoda il dizionario inglese e nel contempo irrigidisce il proprio lessico burocratico. Nell’era della tecnocrazia finanziaria, la morale è la seguente: più sono i termini specifici nelle frasi, maggiore è la competenza e l’affidabilità di chi le pronuncia.

Eravamo avvezzi a raffiche di dati nei discorsi di Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio elencava in velocità cifre e percentuali, impressionando per sicurezza e precisione. Un giorno Maurizio Zipponi, di tutt’altra formazione, rilevò criticamente che bastava aggiungere la virgola, dopo il numero, per risultare credibili e seguiti. Zipponi osservava quanto questo artificio, questo trucco della comunicazione berlusconiana valesse a persuadere gli spettatori.

Il problema sta proprio nell’essere diventati «spettatori» i governati: il modello televisivo Fininvest-Mediaset è stato trasferito, con le sue luci, i suoi tempi e argomenti, nelle dichiarazioni del Cavaliere. Il punto, però, è che la rete ha modificato radicalmente i rapporti della rappresentazione pubblica: l’utente agisce, si espone, non è più fruitore passivo di contenuti commerciali. Ciascuno, su Internet, vuole dire la sua, condividendo informazioni reperite, selezionate o prodotte in proprio. Si è dunque verificata un’apertura nel campo della partecipazione politica. La politica, infatti, muove dalle parole, e le parole, nonostante il dominio dell’immagine, sono il corpo e l’orizzonte emotivo del consenso.

Al linguaggio elitario e burocratico dei tecnici fa da contraltare quello impulsivo, distruttivo e non più osceno – nel senso di fuori scena, per citare Carmelo Bene – degli attivisti del web.

L’altro giorno, sulla spending rewiev, espressione da abolire, il deputato IdV Franco Barbato ha detto a governo e maggioranza: «A nome di tutti i giovani, avete rotto i coglioni». Dopo è stato cacciato dall’aula della Camera e, uscendo, ha alzato il dito medio verso colleghi che lo contestavano. Barbato chiedeva, fra l’altro, che commissari degli enti pubblici non fossero nominati prefetti e dirigenti in pensione, ma giovani preparati.

C’è da riflettere, ancora, su forma e sostanza della politica, significato e senso, verità e apparenza.

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