Lea Garofalo, non dimentichiamo il rischio della figlia Denise

Sequestrata, ammazzata e poi sciolta in cinquanta litri di acido. Questo il piano di morteLea Garofalo sarebbe sparita secondo il copione della ‘ndrangheta, che cancella ogni traccia. Avrebbe lasciato la scena in silenzio: come «i morti per oltraggio» di Fabrizio De Andrè. A sua madre, alla sorella e alla figlia, unite dallo stesso destino, sarebbe rimasta una speranza minuta, la memoria di una vita in fuga e il ricordo del suo sguardo puro, a noi sconosciuto. Il mondo l’avrebbe dimenticata, vinto dall’apparenza e dalla crisi

di Emiliano Morrone

LEA_GAROFALO_UCCISA

Invece no. L’omicidio di Lea Garofalo ha sei responsabili, mandati all’ergastolo. Sono Carlo, Vito e Giuseppe Cosco, Carmine Venturino, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. La sentenza è arrivata subito: la Corte d’Assise di Milano, presieduta da Anna Introini, ha accolto tutte le richieste del pubblico ministero, Marcello Tatangelo. Ed è appunto questa condanna, rapida e decisiva, che rende giustizia e ci restituisce il coraggio di Lea e della figlia Denise, avuta con l’autore del progetto omicida, Carlo Cosco. Lea se n’era innamorata sedicenne, e con l’uomo era partita al Nord. L’emigrazione dalla Calabria della «società sparente», decimata o zittita dal sistema politico-mafioso.

Lea Garofalo era una donna calabrese, ex compagna di Cosco, boss emergente della ‘ndrangheta, attivo nel narcotraffico a Milano. Figlia e sorella di onorati uccisi, Antonio e Floriano, Lea decise di parlare con la giustizia, di raccontare fatti che sapeva. Scelse di rompere il silenzio, lei che aveva patito barbarie e lutti delle cosche. Era ancora bambina, quando in un agguato freddarono il padre a colpi d’arma da fuoco, nell’ambito di una guerra di zona, di una «faida» a Petilia Policastro (Crotone). Circa quaranta i funerali. Molto giovane, Lea subì inerme l’assassinio del fratello; reo, forse, di non averla ammonita, dissuasa, riportata all’obbedienza

Carlo Cosco cresceva, guadagnava livelli nella gerarchia del crimine. A Milano, dove operava spendendo il nome del “cognato” Floriano Garofalo, cercava maggiori credenziali, secondo ricostruzioni agli atti. Per questo, il che non è provato, può essere che sparò al «mammasantissima» Antonio Comberiati, finito nel cortile di Viale Montello 6. Lea vide, o semplicemente intuì. Era in casa, conosceva l’astio fra Cosco e ComberiatiNella ‘ndrangheta non si è nessuno, senza intraprendenzacurriculum mortis. Lea si allontanò da Cosco. Questi, in carcere per altri affari, si vergognava della donna ribelle, madre di sua figlia e sotto la protezione dello Stato. Cosco temeva che Lea raccontasse ai magistrati storie e obiettivi del suo clan. Ordinò di rapirla una prima volta. A Campobasso, dov’era nascosta insieme a Denise, che l’aiutò a scacciare i sicari

Un giorno Floriano fu preso alla ‘ntrasata mentre rincasava. Improvvisamente, cioè. Sangue, lacrime, il rito della sepoltura. Sempre , a Petilia, paesino di minatori e minati, di umili operai che hanno fatto le gallerie del Tav. Di pastori, braccianti e affiliati

Di Pagliarelle, frazione di Petilia, era il sindacalista Pietro Mirabelli, morto sul lavoro in galleria, tranciato a Sigirino (Svizzera) da un treno in corsa. E a Pagliarelle, vicino al cimitero, abita Marisa Garofalo, sorella di Lea. 

Marisa la incontrai a Roma. Dissi al mio capo che dovevo assentarmi un momento per ragioni personaliSonia Alfano, parlamentare europeo dell’Italia dei Valori, mi aveva chiesto di ritirare una lettera di Lea, che Marisa mi avrebbe consegnato. La signora era affranta, accompagnata da un testimone di giustizia in grave pericolo. Marisa mi parlò col cuore dell’abbandono di Lea, che aveva scritto al presidente della Repubblica. Si sentiva sola, scaricata. Lessi la lettera, la presi, la inviai all’onorevole Alfano. Marisa mi riferì che l’anziana madre doveva mandare ogni mese dei soldi e lo Stato non dava a Lea adeguata sicurezza e risorse. Lea aveva una figlia da crescere. In fuga.

Dopo poco tempo, Lea era già stata dissolta nell’acido, andai con Marisa dall’onorevole Alfano, a Roma per un incontro politico. La Alfano, figlia del giornalista Beppe ucciso dalla mafia, scrisse all’allora sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano. Marisa cercava notizie di Denise, era preoccupata. Lo rappresentò a Roma anche al collega Ferruccio Pinotti, alla Feltrinelli di piazza Repubblica. Con la dignità e la fermezza delle donne calabresi. Da Marisa niente pianti, nessun teatro o tentativo di compassione. Per amore di verità, Sonia Alfano si occupò del caso e non ne fece propaganda.

Sono andato diverse volta a Pagliarelle, a casa di Marisa, che mi ha sempre accolto con l’antica cortesia della mia terra. Il caffè, la crostata, gesti semplici. Il suo interesse per il mio peregrinare quotidiano, la mia magrezza, il mio non appartenere più ad alcun luogo, emigrato come la maggioranza dei calabresi. Sono andato a farle visita, ad ascoltarla, a sentire il suo dolore composto per l’incertezza del processo. Non so fare il giornalista, e non sono uno scrittore antimafia. Ma dalle parole di Marisa Garofalo, che non mi ha rivelato alcun segreto, ho potuto cogliere il peso di un’esistenza segnata. E, dall’infinita sofferenza nei suoi occhi scuri, l’amore e la forza di quattro donne che nessuno ancora comprende: Lea, la madre, Marisa e Denise. Proprio Denise ha permesso, con la sua testimonianza al processo, la condanna del padre Carlo Cosco e dei suoi compari, tra cui il fidanzato Carmine Venturino. E adesso, non si dimentichi, Denise rischia come Lea. La storia si ripete spesso. Come per divertimento della sorte. Ma la coscienza civile è più potente del destino. E della crisi.

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