Finanziamento ai partiti: ci stanno vendendo fumo. E il fumo uccide

In giro ci sono troppi venditori di fumo. Sui pacchetti di sigarette c’è scritto «Il fumo uccide». Il tabacco avvelena, brucia e distrugge i polmoni. Il gusto, il piacere del vizio si paga caro, ma per noi non produce danni permanenti. Al massimo, crediamo che occorrano molti anni prima di patirne i mali, di finire intossicati dalle cure antineoplastiche o dipendere dai farmaci del cuore, ace-inibitori, beta-bloccanti e la discussa «digitale».

di Emiliano Morrone

finanziamento_partiti_vendere_fumoL’opinione comune è che, nella difficoltà del quotidiano, in fondo non sia il fumo a diminuire le nostre capacità fisiche e mentali, ad abbatterci, rovinarci l’esistenza. Il guaio, invece, è lo stress, l’accelerazione del tempo, il grigiore del presente e, più ancora, la disoccupazione, la crisi, la politica degli affari.

La sigaretta, allora, diventa perfino un sollievo, una boccata d’ossigeno: un’evasione, un passatempo, nell’attesa della prossima fatica di muscoli, neuroni e psiche. Non ci sfiora, però, il sospetto che il fumo comprometta il giudizio critico, impedendoci di reagire, di credere nel futuro e progettarlo. Sarebbe più giusto, quindi, l’avvertimento «Il fumo uccide la mente», che dovrebbe comparire nella home page dei siti e appena sotto le testate, precedendo le dichiarazioni politiche.

Tg e giornali riportano – e con aggiustamenti – notizie di truffe, raggiri, imbrogli, corruzione. A ciclo continuo. Davanti a questa indecenza, la «Casta» resta chiusa nel «palazzo», metafora di privilegi e autoreferenzialità. I primi sono compensi, consulenze e mazzette, l’altra è sistematica nel discorso pubblico, dei cui spazi e canali dispongono partiti e potenti, che in Italia si chiamano Silvio BerlusconiCarlo De Benedetti; ancora a latere il gruppoTI Media (Telecom) e News Corporation (Rupert Murdoch).

In questo contesto, i blog inquietano i conservatori, cioè le forze finanziarie, economiche o politiche che mantengono lo squilibrio del Paese, provocato in primo luogo con i propri media.

Benché sappiamo a chi appartengano televisioni e quotidiani, ci lasciamo sedurre e condurre dalle loro voci, dalle loro parole, dai loro racconti. Così, la strenua difesa del governo Monti da parte di Eugenio Scalfari è «autorevole» ai nostri occhi; certamente impeccabile per ordine espositivo, eleganza verbale, profondità di campo. Ma è dietro quella stessa autorevolezza, di esperienza, linguaggio e mestiere, che si nasconde un’evidenza, cioè la mancanza d’indipendenza e la parzialità delle testate in mano al potere.

Giorni fa, Curzio Maltese, firma di Repubblica, argomentava contro i partiti, escluso il Pd, che «ricorda gli altri partiti occidentali» e «non ha un leader a vita», mentre «il resto della politica è fatta da una dozzina di oligarchi che dispongono delle risorse economiche di movimenti ormai designati col loro cognome e decidono tutto».

D’improvviso, il giornale vicino al Partito democratico si è trasformato nella «Bocca della verità», per opera di un giornalista bravo e noto che ha sparato nel mucchio, arbitrariamente mettendo sullo stesso piano Casini, Fini, Rutelli, Di Pietro e Grillo, senza poi citare Lusi e Penati; entrambi ex Pd: l’uno espulso, il secondo, già segretario di Bersani, soltanto sospeso. L’articolo si basava sulla fedeltà al capo del partito, paragonata alle dinamiche dei babbuini descritti dal biologo Robert Salpolsky e della signoria quattrocentesca, assunta dall’intellettuale Fabio Cusin quale modello della politica italiana.

A me sembra chiaro, nel pezzo di Maltese, lo spostamento dell’asse del problema: dall’informazione per i forti al leaderismo italiano, creatura di Berlusconi; dall’oligopolio dell’editoria, si vedano pure le ultime sulle frequenze televisive, alla personalizzazione dei partiti. Pare che Maltese abbia dimenticato il suo editore De Benedetti, vicino al Pd e padrone di RepubblicaL’Espresso. Tanto per capirci quello che gli paga lo stipendio e che, grazie a certa compostezza sconosciuta a Berlusconi, appare come l’anticapitalista nemico del sistema.

Col debito rispetto, ma anche con ammirata stima per le qualità di giornalisti importanti – rammento le sferzate morali di Giuseppe D’Avanzo, le inchieste formidabili di Fabrizio Gatti, la lucidità di Massimo Giannini, il pragmatismo di Vittorio Feltri, la fantasia di Marcello Veneziani e l’intelligenza di Ezio Mauro –, dall’editoria di potere non ci si può aspettare nulla. Ed è bene, qui, precisare alcuni punti.

1) Dal discorso sul finanziamento ai partiti non si può levare, come invece si sta facendo, pure a causa di generalizzazioni in rete, il nodo, irrisolto, del pluralismo dell’informazione;

2) se c’è una possibilità di recuperare lo squilibrio tra vertici finanziari, che godono di vantaggi enormi, e la massa spremuta e vincolata, questa risiede nella ridefinizione dei criteri con cui si assegnano risorse pubbliche ai partiti;

3) non illudiamoci che l’eliminazione totale dei rimborsi elettorali o di altra misura sostitutiva ci liberi dall’attuale egemonia politica, a cui concorrono in misura decisiva i media di Berlusconi e De Benedetti;

4) l’intelligenza connettiva e collettiva dovrebbero sostenere quelle forze, partiti o movimenti, che producono e promuovono informazione e orizzonti alternativi.

Se queste considerazioni sono fondate, e sfido nel merito scettici e sospettosi, non ha senso che alcuni ragazzi di Grillo si lancino in accuse gratuite come quella di Carmelo Giarratana, il quale, commentando un mio articolo in cui invitavo all’azione unitaria cinquestelle, dipietristi e legalitari d’ogni specie, mi ha catalogato come «uno a cui piace l’attuale sistema mafioso, corrotto e massone».

Grillo, e lo sa perfettamente lui stesso, non ha l’esclusiva della verità e della giustizia. Il mio torto, leggendo Giarratana, è stato quello d’aver proposto un diverso atteggiamento intellettuale e politico: a Grillo riconoscendo precisi meriti e rimproverando scadimenti e miopie; a Di Pietro dando atto delle battaglie referendarie contro il regime del palazzo e delle lobby; alla politica, intesa come progetto collettivo, restituendo il suo ruolo essenziale. Di là dai colori.

Mi tengo anche l’appellativo di «mafioso», se può servire allo sfogo di qualcuno. Ma di certo non vendo fumo.

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