Finanziamento ai partiti: anche Grillo spara cazzate

 

di Emiliano Morrone

dipietro-grilloBeppe Grillo ha il merito d’aver smosso e svecchiato la politica. Con il linguaggio che sappiamo: diretto, rabbioso, violento, di pancia. Da qui, però, non si può farne un messia o il Pericle della Repubblica digitale in cui si compiono verità e giustizia.

Per certo il suo vocabolario, il suo dire iperbolico urta spesso big di palazzo, che ne bandiscono parole e toni. È vero che i suoi attacchi al sistema sono ritenuti «feroci» e «inaccettabili» da figuri moralmente compromessi, che giustificano comportamenti illeciti di parlamentari, amministratori e consiglieri pubblici; che difendono i compari a prescindere da fatti, ipotesi di reato, intercettazioni inquietanti.

Adesso Grillo ha il favore della stampa, che, forse perché innocuo, ne amplifica anatemi, analisi e profezie. E con poca critica di dettaglio o prospettiva. Grillo spettacolarizza la contestazione; sempre legittima, insopprimibile. Nel contempo, il comico dispensa informazioni a modo suo: tratta di mercato, banche, potere ed esercizio della democrazia. Si contraddice eppure resta in cattedra; infierisce contro i media ma rimane onnipresente, con tutto lo zapping che vuoi. Nei talk, ovunque si scaldi il brodo oleoso della politica.

L’equilibrio tra i poteri dello Stato è debole, e teorica, ormai, la sovranità del popolo. Il momento è favorevole, dunque, per conquistare spazi politici; a patto di non avanzare col populismo con cui la Lega s’è spacciata come rivoluzionaria, prima di sprofondare nelle pratiche spartitorie e predatorie del sistema.

Da Naro a Lusi, da Belsito alla Mauro, al Trota, a lady Bossi; tra ex tesorieri, famigli e familiari, i partiti sono in crisi. Anzitutto, perché fanno i loro comodi, di là dai rimborsi, grazie a una legge elettorale che impedisce al popolo di scegliere i rappresentanti e al parlamento di proporre e votare buone leggi. In questa valle di lacrime, però, non sembra esserci lungimiranza politica, capacità di costruire. Intanto, a causa di un giudizio pubblico che generalizza, e di ciò Grillo è primo responsabile.

Tutti sullo stesso piano: tutti ladri, deviati, criminali, incapaci, vecchi o furbi. È l’incipitleitmotiv dei discorsi di Grillo, che – con motti di spirito, storpiature o sproloqui – cataloga, valuta, classifica, sfruttando alla buona la metafora della «Casta», di Stella eRizzo. Fino a includere Antonio Di Pietro, l’altro «antipolitico», nella sua furia iconoclasta. Ieri Servizio Pubblico ha riportato, a riguardo, questo passaggio: «È un bravo ragazzo, ma come fai a chiedere di bloccare il finanziamento pubblico con un referendum quando sai già che così ti farai dare un milione e mezzo dallo Stato per farti rimborsare le spese del referendum?».

L’utente medio procede per equivalenze. Sicché l’ideale di «parlamento pulito» (legge d’iniziativa popolare presentata da Grillo e attivisti, firmata dall’allora ministro Di Pietro, che altrimenti s’è battuto in aula e piazza per la stessa causa) e di Italia eguale e rinnovabile (i quattro referenda promossi e sostenuti da IdV, per cui il Movimento 5 Stelle non ha mosso un dito, più referendum e legge popolare contro il Porcellum, sempre azioni di IdV) va a farsi strabenedire. Con la rabbia dei milioni di cittadini che hanno creduto e credono nello strumento referendario e nella partecipazione e determinazione del popolo.

Alcune precisazioni, per Grillo, dipietristi o anarchici, ma in primo luogo per i lettori che pretendono, e a diritto, una corretta informazione.

Primo, il rimborso per il referendum è di 500.000 euro: un euro a scheda, fino al raggiungimento del numero necessario di firme previsto in Costituzione. Grillo l’ha sparata a caso.

Secondo, se non c’è il quorum, non è dato alcun rimborso. Grillo ha omesso.

Terzo, chi propone il referendum, fosse anche il Partito dei Pomodori, affronta delle spese enormi. Grillo ha concluso un referendum virtuale sull’uscita dell’Italia dall’euro, ovviamente a costo zero. Per quello reale, invece, c’è una raccolta firme, che di solito fanno i volontari, ma non di tasca loro, ci mancherebbe. Poi una vidimazione, una documentazione da neurosi, una pubblicità indispensabile: radio, tv, manifesti, volantini, incontri, dibattiti. Grillo, dunque, sul punto ha taciuto. Magari dirà più avanti che si può risolvere con collette e mercatini, atteso che i suoi ragazzi sbagliarono, in Emilia Romagna, a non prendere i rimborsi regionali, finiti quindi agli altri partiti. Di Pietro destinerà l’ultima rata delle politiche del 2008 – dopo averla ritirata e consegnata al governo con assegno – ad alluvionati, terremotati, esodati e dimenticati. Mi pare un esempio di uso nobilmente politico dei rimborsi elettorali.

L’azione politica ha dei tempi, e se uno, Pannella, Di Pietro o chiunque altro, vuole coinvolgere i cittadini, stanchi di subire l’immobilismo e l’opportunismo a palazzo, deve spicciarsi e utilizzare le risorse pubbliche, se ci sono, in modo trasparente, efficace e rispettoso dei firmatari del referendum o della legge popolare. Di Pietro l’ha fatto, altrimenti Grillo non lo avrebbe chiamato «bravo ragazzo», immagino. Da Napoli, l’ex pm gli ha detto, giusto ieri: «Ho grande rispetto e ammirazione di Grillo, anche se abbiamo scelto due modi diversi di fare politica. Lui critica tutti a prescindere, noi di Italia dei Valori ci siamo posti un obiettivo: puntare a ricostruire sulle macerie di chi ha commesso troppi errori negli anni passati». Bella differenza con Grillo. Di stile, di visione, orizzonte. Pur nella direzione, comune, dell’etica in politica.

Grillo dovrebbe parlare con più cognizione di causa. Perché due sono le cose: o è caratterialmente incontenibile – e lo si può capire, filtrandone certe uscite strampalate –, oppure è scemo, e non vogliamo crederlo, e gioca a demolire le possibilità di vera ricostruzione del Paese.

Ieri, in diretta a Piazzapulita (La7), Grillo ha chiesto sbrigativamente ad Alessandro Sortino, per conoscere le sue proposte, di leggere la prefazione del libro Schiavi moderni, scritta dai Nobel Joseph Eugene Stiglitz (per l’economia) e Mohamed Junius (per la pace). Come se qualcuno ci domandasse la linea di L’Infiltrato e io lo trattassi da demente, rinviandolo allo studio della «decrescita serena» di Serge Latouche, della Teologia della liberazione secondo Raúl Fornet-Betancourt, all’interpretazione dell’Expositio in Apocalypsim, di Gioacchino da Fiore, oppure alla prefazione del (mio) volume La società sparente, scritta dal filosofo Gianni Vattimo.

Un giorno il filosofo e logico Ermanno Bencivenga, Università di Irvine (California), mi disse che in Italia le forze politiche si dividono e indeboliscono con grande facilità, per un opportunismo tipico del Belpaese. Io pensavo che l’osservazione riguardasse la sinistra, lacerata da intellettualismi e appetiti, e la destra, smembrata dalle magnifiche dazioni del Cavaliere e dalla brama di poltrone.

Innanzi agli sforzi di un pezzo di «antipolitica», che ai gazebo incontra i cittadini per cambiare il Paese con le firme e l’ascolto, spero che Grillo sappia vedere, dire e camminare bene.

Se c’è una speranza per l’Italia, questa sta nella denuncia, nella partecipazione e nella convergenza. Che, di là dai colori, possono leggersi, cogliersi e alimentarsi, basandoci sull’azione in parlamento, nelle assemblee elettive, nelle piazze e nella rete di forze politiche, movimenti e singoli che lavorano onestamente. Per superare la corruzione, il ricatto dello spread, i privilegi e l’uso improprio dei rimborsi elettorali.

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