Elezioni 2013: la proposta sul lavoro determinante per l’alternativa di governo

Vaffanculo, sucate. Bersani è un citrullo sfigato, Monti lo sciacquino delle banche, Napolitano un vecchio, Berlusconi non tromba più e Casini si conferma la solita zoccola politica. Si potrebbe crescere in intensità, oltrepassare lo scurrile e aumentare il consenso: share, tweet, link e altro. Diamo subito una regola: più il linguaggio degenera, più è insufficiente la proposta politica, la carica rivoluzionaria; posto che tutto è traducibile.

di Emiliano Morrone

elezioni2013Che il Pd abbia più anime, aree e orizzonti è chiaro, noto, banale. Sui giornali si legge di suoi rami: per gruppi se ne distinguono ispirazioni, amicizie, dimensioni ideali. Ovviamente, a seconda che ci sia da tirarlo più a destra, al centro o a sinistra, e sul presupposto che natura e struttura del partito siano composite, variegate, fluide.

Curzio Maltese osservava su Repubblica che il Pd è l’unico vero partito italiano, con una democrazia interna e una sintesi politica fondata sul principio della maggioranza.

Sul piano formale, Maltese non aveva torto. Ma la sostanza è diversa, e non voglio argomentare in linea teorica, con sottigliezze stilistiche o concettuali.

Pur con le sue legittime e importanti differenze, il Partito democratico sostiene i più forti, cioè il governo delle banche, del capitalismo finanziario. In Italia è inopportuno e sconveniente esprimere dissenso al governo. Essere vicini vuol dire garantirsi possibilità e spazi. Allora basta allinearsi nella comunicazione e, anche per le telefonate di Mancino a Napolitano, alzare scudi a difesa del potere. Salvo, poi, beccarsi la reprimenda e le accuse della controparte, che, riguardo al Pd, osserva l’insanabile contraddizione sulle intercettazioni telefoniche: sì per Berlusconi, no per Napolitano.

La dialettica politica si allontana puntualmente dalle priorità. Una dichiarazione diventa il pretesto per costruire almeno due giorni di campagna mediatica; ora sull’assoluzione dell’ex ministro Romano, ieri sull’aggiornato turpiloquio leghista e così via a ritroso. Il problema urgente, che né Monti né ABC vogliono risolvere, si chiama lavoro. Gli stessi loro inciuci sulla legge elettorale dimostrano la volontà di blindarsi a lungo a palazzo, e non per l’interesse dei cittadini.

Il Pd continua a eludere la questione principale, il lavoro. Fassino sposò la linea di Marchionne a Mirafiori. Tralasciando le differenze interne (gli Ichino, i Damiano), il partito di Bersani resta immobile sul tessuto produttivo del Paese, che continua, in silenzio, a essere smantellato, trasferito. In Sicilia, per lo stabilimento auto di Termini Imerese, il Pd appoggiò la linea Lombardo: 400milioni pubblici e le chiavi all’imprenditore Massimo Di Risio, che non pagava gli operai a Isernia ed era indebitato fino al collo.

Abbiamo già detto che l’alternativa di governo si costruisce sulla proposta per il lavoro. Il resto sono chiacchiere e giochi di prestigio. Perché l’Italia sta morendo: l’economia non ha più di sei, sette mesi di ossigeno. Specie dopo il terremoto in Emilia.

Lo scenario mi pare questo, dunque: la sinistra la fanno Di Pietro, Zipponi (IdV) e Vendola, che partono dalle ragioni della forza lavoro. Dall’ascolto nelle fabbriche, nei cantieri, nelle piazze. La destra liberale è scomparsa, sostituita da una creatura amorfa e cangiante, alimentata e diretta fuori dell’Italia. La destra sociale cresce, invece, ma non ha mezzi di comunicazione. Penso a Roberto Fiore, che insiste contro le banche. Oltre la destra nominale, però, c’è un desiderio diffuso di autorità, frutto d’una cultura che ogni giorno ha sottolineato abusi, violazioni, sperperi e affarismo.

Perciò il Pd deve scegliere: se rinunciare alla difesa dei lavoratori, in nome d’una novità politica che aspira alla libertà di tagliare e licenziare; se ripartire dal futuro, che è l’occupazione stabile e più umana; se, coi tentennamenti e la strategia, concedere ulteriore campo a una destra potenziale, ormai radicata, direi, nell’animo di molti italiani.

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