EDITORIALE/Tutto il mio amore: come uscire dalla crisi, dal capitalismo, dal cancro delle mafie

Il futuro si mostra come un buco nero che farà sparire risorse ed uomini. Il risucchio è già iniziato. Noi lo sappiamo con un’approssimazione e vaghezza che ci mantengono titubanti, indifferenti, fermi alla routine giornaliera. Il problema del domani, rinviato, eluso eppure reale, non è considerato nella sua effettiva estensione e portata. Il futuro, come ha osservato lo scrittore Alessandro Baricco, è addirittura cassato dall’immaginazione, priva di fiducia progettuale.

di Emiliano Morrone

Melania_FioreGli anni a venire ci trascineranno, come in una spirale vorticosa, verso l’imperio del cancro e delle mafie. È il messaggio del monologo Tutto il mio amore, scritto e interpretato da Melania Fiore, nei giorni scorsi al teatro Stanze segrete di Roma. L’opera, carica di tensione civile e profonda, reagisce alle approssimazioni e al pensiero unico dell’età dei consumi, della paura, della schiavitù del mercato. Dell’«Essere senza tempo» tematizzato dal filosofo Diego Fusaro.

Ne parlo per due ragioni. Tutto il mio amore è uno spettacolo di rara intensità e potenza espressiva, che pone l’accento sulla sparizione della società calabrese; intesa come fuga dal (controllo criminale del) territorio, emigrazione obbligata, perdita – per familismo o subordinazione – della responsabilità etica e politica dei residenti, cui corrispondono le volgari semplificazioni e caricature del leghismo. La seconda ragione è che Tutto il mio amore rappresenta, come i libri di vera denuncia, uno strumento straordinario per smuovere la coscienza e l’intelligenza collettive, per suscitare la passione della conoscenza, il coraggio della consapevolezza, l’intervento culturale e politico dal basso.

Rispetto alla criminalità organizzata, l’attenzione pubblica è provocata dagli effetti speciali: l’immagine, che ha stupito pure cinesi e panamensi, della blindata del boss Carmine Arena squarciata dal bazooka, o del sangue sparso dalla ‘ndrangheta davanti al ristorante Da BrunoDuisburg (Germania). Siamo abituati a guardare al dettaglio, alla curiosità, al singolo fatto quotidiano che conferma il disfacimento del sistema democratico, economico, morale. Ci manca, però, una visione d’insieme.

Melania Fiore, con una storia di paese, Panettieri (Cosenza), borgo rurale che evoca ancora la Calabria del Grand Tour, affronta il dramma dello spopolamento, di fatto procurato dalla ‘ndrangheta. La narrazione e i registri interpretativi procedono dal comico al tragico, secondo un piano che immette lo spettatore nel contesto calabrese; caratterizzato da semplicità di vita e ricchezza di affetti, care all’antropologo George Gissing, che convivono con la ferita degli adii, dell’abbandono della terra, indagata dall’etnopsichiatra Salvatore Inglese. A Panettieri, metafora di una regione, il lutto ereditato dalle partenze del Novecento s’ispessisce con le nuove emigrazioni. Lì non c’è occupazione, non ci sono prospettive, ‘ndrangheta e politica gestiscono il mercato del lavoro, stabiliscono come spendere le risorse pubbliche, lucrano sui rifiuti tossici e mantengono il potere prospettando assunzioni in attività che distruggono la bellezza dei luoghi.

L’autrice mette in gioco parte della sua storia personale. Nello spettacolo è Carla, una ragazza che s’iscrive all’Università di Roma e ritorna per le vacanze. Panettieri le appare come «il paese delle fate» perché, lontano dalla follia metropolitana, ha preservato la poesia e l’incanto dei suoi boschi, della sua gente. Ma Bruno, il fidanzato, rimasto a studiare a Cosenza e attivo in un circolo culturale, ha un’altra coscienza dello stato delle cose: sa come e quanto influisca la ‘ndrangheta sul futuro della Calabria. I due litigano, poi Carla si documenta, legge Le navi dei veleni, di Massimo ClausiRoberto Grandinetti, e La società sparente, del sottoscritto e di Francesco Saverio Alessio. Bruno s’ammala di tumore alla tiroide. L’Università della Calabria ha diffuso uno studio per cui in provincia di Cosenza i decessi da cancro sono molti di più che nel resto della Calabria. L’inquinamento ambientale è spaventoso: da Amantea, dove si arenò la nave Jolly Rosso, a Cetraro, dove il pentito Francesco Fonti disse d’aver affondato la Cunski. Scorie disperse nel mare, riversate nei fiumi, infossate ovunque o camuffate nell’altopiano della Sila. Bruno muore e Carla reagisce con la parola, come Salvatore Borsellino dopo la morte del fratello, il giudice Paolo.

Tutto il mio amore mi permette di aprire una finestra sul dibattito economico degli ultimi mesi, in cui né i tecnici della finanza né i loro critici più avveduti si soffermano sulle conseguenze di un capitalismo irrazionale prima che spudoratamente bugiardo. Si tratta di capire se può darsi un modello alternativo o se, come fosse un dogma, si deve discutere solo intorno ai numeri della finanza (capitalistica).

Le costituzioni, nel senso di garanzia di cui scrive il politologo Giovanni Sartori, hanno fissato princìpi e diritti ai quali gli ordinamenti occidentali hanno dato tutele e corrispettivi. L’odierna civiltà si fonda, sul piano teorico, su un corredo di norme e regole che ordinano la società della «crescita». La globalizzazione preconizzava l’epilogo della prosperità economica, leva del progressismo, responsabile – ha sintetizzato con efficacia l’economista Serge Latouche – del mito della libertà come funzione dello sviluppo.

La maggioranza degli economisti affronta il discorso sul futuro riferendosi a indicatori che prescindono totalmente dalla realtà. L’imperativo – a volte ipotetico, altre categorico – è che «si deve produrre».

Si deve produrre per uscire dalla crisi, per sopravvivere ai sismi delle borse, per vincere la battaglia della «competitività», che il capitalismo ha imposto sottraendo a disciplina la sfida tra gli attori privati. Si deve produrre per superare la precarietà nel lavoro, l’incertezza dell’esistenza e la frustrazione provocata dal presente; cangiante, liquido, ingovernabile.

Se vale il responso degli economisti, che cosa, come e quanto si debba produrre è questione da rinviare al libero arbitrio, ai calcoli delle multinazionali o alle obiezioni di voci confinate? È certo che un’impennata del Pil e uno sfruttamento smisurato dell’ambiente e delle vite umane siano risolutivi? Davvero la politica deve solo deliberare – e senza alternativa, data la congiuntura – sull’ubicazione di ipermercati, discariche, inceneritori, «Europaradisi» e cattedrali nel deserto? Possibile che l’essere umano, nell’era dell’informatica, dell’automazione e della fibra ottica, debba campare a stento in luoghi insalubri e orrendi, distruggendosi o ammalandosi per la necessità di produzione, ormai un comandamento del Decalogo? Le logiche e le dinamiche del capitalismo rendono la società più moderna, più attiva, più democratica, più libera?

L’ultima domanda è retorica: nessuno ha più il tempo di conoscere, approfondire, meditare, incidere nella storia. L’accesso alla conoscenza e alle professioni è stato sbarrato, appannaggio dei ricchi; la cultura sepolta o banalizzata: non c’è più la scuola, la musica, il teatro, il cinema, la letteratura, l’arte. E questo è pacificamente accettato, in spregio alla memoria e alla dignità della «Repubblica», molto celebrata nei moniti del presidente Giorgio Napolitano.

Nessuna vera salvaguardia dell’Italia – il «Paese delle fate» stando al senso di Tutto il mio amore – è stata approntata ai vari livelli. L’industria alimentare ha potuto naturalizzare il ricorso alla chimica e alla genetica. Le “CentoVetrine” hanno invaso le città, diventando istituzioni del risparmio familiare e luoghi per guadagnare frazioni di ora e ammazzare la noia. La crisi delle strutture sociali, iscritta nel modello capitalistico, è stata elusa per via commerciale. La vita, nelle relazioni e negli affetti, è stata ridotta a mera contrattazione di apparenze; come le compravendite alla remota «esposizione delle merci», descritte in L’angelo e la marionetta, di Giorgio Concato. Il mercato, in sintesi, è stato strutturato tipo bazar internazionale, dove gli acquisti, secondo una perversa menzogna, assicurano il riscatto dell’individuo e il vigore dell’economia. Così, le tipicità delle regioni, le microstorie e «gli eventi della non storia» – l’espressione è di Noam Chomsky – vengono soppiantati da una modernità onnipervasiva che cancella l’identità dei popoli: di lingua, usanze, costumi, tradizioni, credenze, abitudini, comportamenti.

Bisogna rimarcare un aspetto ovvio della questione sul futuro, che rischia di passare sotto traccia. Il futuro è nelle mani di ciascuno: non soggiace a malcelate ideologie dominanti o a verità fittizie costruite dai media. Anzi, proprio quando il congegno della falsità si rivela più consolidato, accade che s’inneschino processi di cambiamento estremamente rapidi e dirompenti. Con tutta la prudenza e i distinguo necessari, ciò è avvenuto a proposito della «Primavera araba»; se si toglie il caso della cosiddetta «rivoluzione» in Libia, sospinta e finanziata dai nemici dell’indipendenza del Sud economico.

È fondamentale, allora, connettere le singole conoscenze, tornare alla cultura, alla produzione culturale e alla cultura dell’impegno. È essenziale capire che cosa sta davvero accadendo, per non sparire nell’angoscia e nella ripetitività di un quotidiano grigio e vuoto, come quello di Finale di partita di Samuel Beckett, ripreso da Melania Fiore all’inizio di Tutto il mio amore.

Adesso stiamo seduti su una sedia scassata, ci ricorda l’Autrice con grande potenza di verità. Di fronte c’è il muro dell’incomunicabilità, oltre il quale sta il terrore di vivere o il significato dell’esistenza: siamo per costruire un futuro migliore, più giusto, più umano.

Rivive, dentro e fuori l’opera teatrale, la lezione di Giovanni FalconePaolo BorsellinoPeppino Impastato. Ma anche quella di Giorgio Gaber, e della stessa Fiore.

LEGGI ANCHE

Professione di Antimafia

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.