EDITORIALE/ Lettera a Numero, l’operaio siciliano abbandonato da Monti

Caro Numero,
non rivelerò il tuo cognome. Tu e io apparteniamo alla categoria degli «sfigati», quelli che s’arrangiano per mangiare, pagare bollette, multe, ticket e avvocati. Tu e io siamo ancora normali: parliamo, scriviamo, facciamo i nomi; tu in azienda, io dove capita. Tu e io siamo immersi nella certezza della precarietà. Come tanti altri, sfruttati e licenziabili.

di Emiliano Morrone

lettera_a_numero_di_e_morroneIo ho trentasei anni, vivo a Roma e non sono padre. Tuttavia, ho delle spese. Divido l’appartamento con un amico: cinquanta metri e lavatrice a mille euro al mese; inclusi gas, luce, telefono e Internet. Qualche volta vado in Calabria, la mia terra. Andata e ritorno sono cento euro. Cento pari. Lì, c’è la casa vuota dei miei genitori, trasferiti in Lombardia per cure sanitarie. Se posso, li vado a trovare su: hanno un’età, guai, ricordi. Il treno costa quasi duecento euro con cambio a Milano; meno se trovi un posto in quarta classe. Tu hai cinquantadue anni, una moglie casalinga e due figli all’università.

I tuoi ragazzi – conosciuti su Facebook, il sito con le foto di tutti – non prendono più la borsa di studio. C’entrano i tagli della Gelmini e le politiche della parte opposta; sai meglio di me. Martedì scorso, tuo figlio Crocifisso mi ha raccontato che abita a Milano con la sorella Incatenata. Un monolocale per due. Venerdì e sabato, entrambi fanno i camerieri a nero in un pub del quartiere. Menomale che dalla Sicilia tu mandi «paccate» di provviste e che loro non tengono la macchina né il motorino. Benzina, assicurazione, olio, gomme: sarebbe impossibile.

Intanto, lo Stato non li aiuta. Incatenata mi ha mandato un messaggio: «Secondo la Costituzione, i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Che rispondo?

Mentre ti scrivo, ho tanti libri vicini. Di filosofia, diritto, economia e religione. Ha fallito il pensiero, la cultura, la morale. Ha fallito la politica, ha fallito la chiesa. Non posso convincerti del contrario. Non posso citare Dante, Borges o Gioacchino da Fiore. Chi non li conosce li ignora; chi li ignora, non conosce. Chi li conosce, invece, li manda affanculo. Chi non sa vive bene, fa carriera o dorme in pace. Chi sa chiude gli occhi, le orecchie, la bocca. Succedeva ai tempi delle stragi; quando saltavano le auto, i vagoni, le piazze e nessuno era colpevole.

Ieri ti è giunta una raccomandata: la tua azienda, a cui hai dato l’anima per una vita, sposta la produzione in Corea. Devi trovare un altro lavoro. Così, all’improvviso. Come il tumore che stroncò tuo fratello Emanuele, carabiniere scampato a compratori di silenzio, gente di una certa famiglia.

Il telegiornale ha informato che il presidente del Consiglio è andato proprio in Corea per aiutare l’economia italiana. Deve attrarre investitori, hanno riferito i cronisti. Da mesi ci spiegano che la crisi avanza, che i mercati osservano le scelte dei politici, delle banche, dell’Europa. Monti vuole la riforma del lavoro come l’ha concepita la Fornero. Niente aggiustamenti in parlamento, ha dichiarato dalla Corea, altrimenti abbandona. Tu gli credevi, eri contento quando presentò il suo governo. L’altro aveva le puttane, faceva puttanate mi hai detto. Ora lo stesso Monti, serio e posato, s’è messo in testa che il datore debba poter licenziare senza reintegro, salvo indennizzo e motivi discriminatori.

Se approvano la misura entro maggio e tu non risolvi prima, ti tocca ricevere quattro soldi e darli all’avvocato. Perché tu non commetti pazzie, non distruggi. Né te stesso né chicchessia.

Ti confesso, però, che mi sento strano. Qualcosa di diverso dall’impotenza, dalla tristezza. Non è rassegnazione; nemmeno tu ti sei rassegnato, anzi. Penso a Crocifisso e a Incatenata. Come me, nonostante il futuro velato, desiderano un bambino. Libero, chiamerei con questo nome anche mio figlio. Perciò mi rivolgo a te. Proprio a te. E a tutti i tuoi, nostri amici.

 

Con voce sincera,

tuo Emiliano Morrone

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