EDITORIALE/ Ecco perché i tecnici dell’economia governano gli Stati

La politica è prospettiva, intuizione, profondità. È composizione dei conflitti sociali, equilibramento delle forze interne o estranee ad uno Stato. Essa importa la capacità di mediare tra istanze differenti, di superare tensioni, sfiducia e drammi procurati da scollamenti, rotture, leggi irresponsabili. Dall’ignoranza e dal silenzio.

di Emiliano Morrone

Monti_TagliLa politica si fonda sulla comprensione delle necessità immediate e sul progetto del futuro per l’interesse collettivo. Chi governa, chi legifera, chi vigila per mandato popolare deve rispondere ai bisogni impellenti; deve prevedere come sarà il domani, date le condizioni dell’oggi. Deve intervenire sul «corso sinuoso delle cose», su cui insisteva il filosofo Alfonso Maurizio Iacono, definendo la complessità del sistema-ordine contemporaneo.

L’economia non è scienza. E, anche se lo fosse, non potrebbe vantare uno statuto superiore alla politica, che adesso sovrasta. Oggi, si ripete, c’è la crisi: una crisi finanziaria, economica e politica che pagano solo i comuni cittadini, i deboli, i poveri. Quell’enorme fetta dipopolazione sempre più esclusa e lontana dai processi decisionali, tradita da un potere che si assume legittimo, gabbata dalla speculazionedelle banche, delle lobby finanziarie, del capitalismo; nell’essenza del quale risiedono – come ha rilevato il pensatore Slavoj Žižek, analizzandone gli sviluppi ideologici – le ragioni della caduta mondiale e il pericolo di un liberismo recrudescente.

Come disciplina, l’economia è stata strumentalmente agganciata a un nuovo scientismo: epistemologia insindacabile e istituzione per la cura degli individui e della salute pubblica. Questo «nuovo scientismo» ha sostanza tecnocratica e si fonda sul presupposto che ogni questione politica debba sottoporsi al vaglio, discriminante, della conoscenza scientifica ufficiale. Lo abbiamo visto in vari dibattiti sul referendum nucleare, nei quali alcuni politici hanno richiamato a proprio favore studi circa la pericolosità o sicurezza della produzione, prescindendo da modelli e orizzonti di sviluppo.

Sulla linea di questo ragionamento, non corre differenza fra l’autorità della Food and Drug Administration (FDA), che ammette o respinge le specialità medicinali, e quella degli economisti in postazioni di comando. Entrambe derivano dalla mera persuasione delle masse; poi da atti formali o discrezionali dell’organizzazione pubblica, del potere statale. La libertà teorica della democrazia è perciò sospesa, come altrimenti ha osservato il giornalista Piero Sansonetti in un robusto editoriale. È confinata; al massimo concessa in piccole dosi.

L’immagine della FDA è quella di organo della scienza esatta. Nonostante la prossimità con potentati economici e finanziari che hanno “comprato” gli istituti di ricerca. Non si può dimenticare che, in Italia e altrove, i ministeri dell’Economia sono da tempo nelle mani di «tecnici»: di addetti ai lavori a cui, con la propaganda mediatica o con il sigillo di Stato, è stato conferito uno speciale crisma di verità. A Giulio Tremonti l’hanno dato i quotidiani e le tv del Cavaliere, prima – riporto deduzioni del giornalista Giuseppe D’Avanzo – di frenarne intemperanze e ambizioni. Mario Monti, invece, l’ha ricevuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che l’ha nominato senatore a vita. Che ambedue appartengano al gruppo Bilderberg non è un fatto del caso e nemmeno troppo clamoroso se, scacciando la mania del consenso virtuale, si vuole scandagliare nel baratro del presente 

L’accelerazione della vita e la corrispondente immediatezza della rete ci inducono spesso a ratificare, divulgare e introiettare resoconti carichi di suggestioni. Le quali non si possono generare se non semplificando: collegando notizie certe e verosimili con proiezioni dietrologiche, frutto di un’antropologia dell’onniscienza alimentata da Internet. Ancora, ci lasciamo condizionare dall’informazione celebre, che per esigenze di cassa non riesce più a indagare: a ricercare le cause di fenomeni, avvenimenti, trasformazioni. Finisce, così, che molti di noi subiscono slogan che assurgono a verità irrefutabili: «SuperMario» (Monti), l’unico in grado di salvare l’Italia dai disastri dello «spread» e dell’interesse sui btp; garante Eugenio Scalfari, illustre giornalista italiano.

Può pure darsi, col dubbio dell’idiozia di una tale classifica, che il curriculum dell’economista Monti sia in Italia il più brillante della categoria. Ma è fallacia derivarne doti di statista (politico). La politica è altro dall’economia; la quale, banalmente, ha procurato l’attuale stato delle cose.

L’economia, ferme certe condizioni, è uno strumento della politica. Ma il loro rapporto è invertito. John Maynard Keynes, che di certo non faceva avanspettacolo, scrisse sull’autoreferenzialità del mercato azionistico, paragonandolo a una gara di bellezza femminile:

«Non si tratta di scegliere quelli [i volti] che, giudicati obiettivamente, sono realmente i più graziosi, e nemmeno quelli che una genuina opinione media ritenga i più graziosi. Abbiamo raggiunto il terzo grado, nel quale la nostra intelligenza è rivolta a indovinare come l’opinione media immagina che sia fatta l’opinione medesima».

Ciò significa che i piani di salvataggio dal tracollo finanziario si basano su meccanismi ipotetici; secondo Žižek, altro incompetente di avanspettacolo, «economicamente» sbagliati.

Sempre Žižek suggerisce:

«Quando siamo pietrificati da eventi come il piano di salvataggio, (…) invece di uno sfogo impotente, dovremmo controllare la nostra furia e trasformarla in una fredda determinazione a pensare, a riflettere in modo radicale e chiedere che genere di società è quella che ci rende possibile un ricatto di questo tipo».

Parliamo del ricatto delle tasse, della progressiva mutilazione delle garanzie per i lavoratori, dei prelievi forzosi tramite Equitalia, della riforma delle pensioni. Il governo e i partiti allineati argomentano i provvedimenti con l’emergenza e gli standard europei. Il sacrificio degli italiani viene bilanciato, per rafforzarne l’asserita inevitabilità, con un’apparente austerity a palazzo. Così, «la maggioranza dai belvedere delle torri» dimostra che «ciascuno fa la sua parte». Compresi i privilegiati. Nella precarietà assoluta, c’è bisogno di credere, ed è proprio su questo bisogno che poggia l’inganno in atto. Basti rammentare la ridicola tassazione dei beni di lusso operata dall’«esecutivo dei tecnici»: chi possiede 4,6 miliardi di euro risparmia almeno 15 milioni, rispetto all’applicazione di una patrimoniale del 5 per mille.

Nel volume Contagio (Rizzoli), l’economista Loretta Napoleoni, racconta le sequenze della crisi e le reazioni di piazza, fornendo un quadro delle cause e di come il popolo, privato della sovranità, si stia muovendo anche oltre la rete. Nelle sue conferenze, Napoleoni ribadisce che il triste epilogo della «finanza derivata» e delle disparità nella «zona euro» era atteso da parecchio dagli attori politici ed economici. Lo sapevano bene.

Nelle sue analisi, l’esperta pone l’accento su quella, che in termini popperiani, possiamo definire falsificazione dei paradigmi e delle strutture della democrazia occidentale, ormai inadatti ad affrontare i cambiamenti sopraggiunti su scala globaleA giudizio di Napoleoni, Monti ha soltanto tamponato con un cerotto la ferita dell’Italia: «con soluzioni finanziarie, non economiche». Secondo Napoleoni, mancano un piano industriale e misure concrete per la ripresa dell’economia. Inoltre, è sicura, in due anni l’Italia uscirà dalla moneta unica; per cui servirebbe undefault controllato e, sull’esperienza dell’Argentina, varrebbe rinegoziare – riducendoli a meno della metà – i debiti (virtuali) con i privati.

Ammonisce Žižek:

«Coloro che predicano la necessità di un ritorno dalla speculazione finanziaria all’“economia reale” della produzione di beni per soddisfare i bisogni reali della gente, non colgono il vero nodo del capitalismo: il processo di autoproduzione e auto-alimentazione della circolazione finanziaria è la sola dimensione del Reale, in contrasto con la realtà della produzione».

Il filosofo sloveno traduce la circolarità del capitalismo: da un lato gli appelli all’«economia reale», dall’altro l’assioma per cui «la circolazione finanziaria è la linfa delle nostre economie».

Il punto, allora, è politico. E riguarda le scelte, pur nella difficoltà del momento, che noi vorremo compiere. Se entrare nel merito, per costruire l’umana alternativa alla ferocia del capitalismo, o se cedere alla paura del ricatto. Lasciando giocare quei tecnici della nostra crisi.

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