Amministrative 2012: vincono Grillo e Di Pietro, sbancano Cinquestelle e Orlando

Lasciamo le cifre agli esperti. Le amministrative del 2012 rivelano due cose: la caduta della «Casta» e l’ascesa della cosiddetta «antipolitica», che reagisce di fatto all’affarismo nei palazzi. Per comprendere meglio la volontà degli elettori, però, bisogna rinunciare alle percentuali, ai grafici di proiezioni e scrutini: va considerata la realtà, che il dato numerico non rende. 

di Emiliano Morrone

elezioni_molise_2012_di-pietro-grilloIl voto è come gli esami universitari, ogni prova ha la sua storia. La differenza è che sta al singolo il superamento con merito di una materia, mentre le elezioni dipendono dal comportamento dei partiti, dalle loro scelte, dalle azioni in parlamento e fuori. Se questo è vero, ed è vero, il Pdl paga oggi la menzogna di Berlusconi sulla crisi, le sue leggi ad personam, le donnine in villa, i giochi, le magie, le prescrizioni ed amicizie del Capo. Il Pd, da cui partì l’operazione Monti, nominato senatore e primo ministro dal presidente Napolitano, sconta l’abbaglio, l’ambiguità, la delega permanente ai tecnici, ogni volta giustificata col «senso di responsabilità nazionale». Discorso analogo per l’UdC di Casini, che ha creduto all’utilità, in termini di consenso, del sostegno al governo. Lo stesso esecutivo che ha nominato Giuliano Amato consulente antisprechi, dopo le furbate del senatore Luigi Lusi, le presunte mazzette di Franco Bonferroni (Finmeccanica) all’Udc e lo scandalo sui finanziamenti in casa Lega, con l’ombra lunga della ‘ndrangheta.

La politica è stata cieca e sorda, ma non muta. Si è attaccata al potere, senza ascoltare il popolo affamato, tassato, rovinato. Ha ignorato la grande richiesta di trasparenza, rettitudine ed equità avanzata dal popolo italiano. Nelle manifestazioni pubbliche, con i suicidi dei piccoli imprenditori e altri gesti di disperazione, tipo il sequestro tentato da Luigi Martinelli a Romano di Lombardia (Bergamo).

Pensavamo che con la caduta del Cavaliere fosse iniziato un periodo di speranza per il Paese, che le manovre nelle Manovre fossero acqua passata, che il momento problematico portasse misura, rispetto, concretezza. Credevamo che si tornasse alla politica vera, ridotta a teatro dell’indecenza in tv, a parole e comparsate lascive, se non drammaticamente vuote e perfino offensive della dignità e dei diritti degli italiani.

Ci eravamo illusi che, dopo gli anni perduti dalla maggioranza azzurra a infossare la Costituzione, complici potentati d’altro colore, i ministri professori e i sodali politici capissero la gravità della situazione, assieme alle eminenze grigie, e rinunciassero agli interessi particolari, all’attentato quotidiano alla giustizia umana, che non si fonda solo sulle pronunce dei magistrati.

Avevamo gioito anzitempo, di pancia, innanzi alle dimissioni del sovrano di Arcore, confondendo la liberazione da quel potere familistico con la liberazione dal potere delle lobby transnazionali.

I vincitori delle amministrative sono Beppe Grillo e Antonio Di Pietro, che hanno tradotto sempre, l’uno in rete e nei territori, l’altro in parlamento e nelle piazze, il bisogno di pulizia e partecipazione espresso negli ultimi anni dal popolo italiano. Grillo ha sbancato nel Nord. Di Pietro, conLeoluca Orlando, ha compiuto una sintesi a Palermo. Orlando non è un giovane della politica, ma il suo risultato, prossimo alla maggioranza assoluta, dice con chiarezza che i palermitani gli hanno riconosciuto serietà, impegno antimafia e capacità amministrative.

Noi abbiamo posto particolare attenzione alle comunali nel capoluogo siciliano, convinti che il pericolo della mafia, lì piuttosto taciuto, fosse molto concreto e preoccupante. Abbiamo anche scritto di un buon Fabrizio Ferrandelli, forse in balia di personaggi esterni al suo progetto, pronti a inquinarlo al momento opportuno. Palermo ha fatto una scelta netta: Orlando ha dimostrato che vale la storia personale, che nessun accordo di comodo o surrogato della verità può orientare un elettorato sempre più attento e informato. D’altra parte, anche i ragazzi di Grillo hanno avuto un riscontro formidabile, conducendo una campagna elettorale dal basso, con argomenti attuali e la bellezza delle idee, la purezza della coscienza.

Noi lo abbiamo detto più volte, anche fraintesi e non di rado insultati, è ora che Grillo, di cui non ci piacciono certe semplificazioni, e Di Pietro, tra i pochi vicini agli operai, lavorino sulla comunione di orizzonti. E che Nichi Vendola sappia ritrovarsi sulla linea dell’utopia, l’utopia (gioachimita) della giustizia.

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