19 luglio 2012, Palermo: l’Italia di Borsellino riparte dalla fiducia nelle idee

Un tratto della Sicilia era per Leonardo Sciascia la sfiducia nelle idee. Globalizzata, faceva della regione, secondo lo scrittore, una metafora del mondo. A 20 anni dalla strage di via D’Amelio, il 19 luglio 2012 non è solo il giorno della memoria, il ventennale. Oggi si discute inevitabilmente di «trattativa Stato-mafia», di ricerca della verità e, soprattutto, del conflitto del presidente della Repubblica con la Procura di Palermo.

di Emiliano Morrone

19_luglio_foto_defUn fatto tecnico, quest’ultimo, e, prima ancora, politico. Infatti, la neutralità del capo dello Stato è teorica, astratta, ideale; sta nell’orditura del sistema pubblico come ispirazione e obiettivo morale, istituzionale. Va da sé che nella pratica, nell’esercizio delle sue funzioni il presidente non può essere equidistante. Non solo dalle parti politiche, ma anche dalle istanze sociali.

I princìpi della Costituzione orientano l’azione del capo dello Stato, come pure, benché non siano norma scritta, i valori che la storia della Repubblica esprime in rapporto con l’attualità. Il sacrificio di Paolo Borsellino non è solo patrimonio da evocare e onorare, ma è testimonianza viva di fedeltà all’idea, al corpo e al senso stesso dello Stato, in questo momento dell’Italia; il peggiore di sempre.

Corruzione, collusione, affarismo, clientelismo, inquinamento dell’amministrazione pubblica, sperperi, ponti con le mafie. Davanti a questo quadro e alla consapevolezza, sempre più nitida, che la Repubblica di oggi affonda le radici nel sangue della «Trattativa», bisogna stringersi attorno ai magistrati che, come Borsellino e Falcone, cercano la verità, così salvando lo Stato dal proprio annientamento. E deve farlo anzitutto il presidente della Repubblica, che ne è la più alta carica. Senza indugi, fuori di equilibrature e aggiustamenti paraistituzionali. Ogni riferimento a Mancino è puramente effettivo.

Il punto non è l’accusa, la polemica, l’ombra della deviazione, ben nota, purtroppo, allo Stato italiano; soprattutto in Sicilia. La questione, questo il messaggio di Travaglio, Di Pietro, Grillo e altri, è che non è più possibile blindare, schermare i fatti. Allora varrebbe che Giorgio Napolitano tenesse un comportamento di piena apertura al vero, che ci auguriamo emerga senza più ritardi, depistaggi, ambiguità.

Con frequenza crescente, da Nino Di Matteo ad Antonio Ingroia, abbiamo sentito che la verità è prossima. I morti non li restituisce più nessuno. Il dolore e l’angoscia non hanno mezzi di compensazione. Lo sterminio degli uomini dello Stato, il terrore e la dissoluzione delle risorse hanno messo in ginocchio la Sicilia, lì creandosi quell’humus per il connubio tra politica e criminalità, Stato e Cosa nostra. Forse non è casuale che il ventennale di via D’Amelio coincida con la caduta di Raffaele Lombardo, arginato da Leoluca Orlando. L’esperienza amministrativa del governatore siciliano è stata un fallimento, e la storia politica colma di nebbie.

Malgrado le complicità nel crimine, manifeste o silenziose, la primavera italiana è la voce dei tanti giovani, al di là dell’anagrafe, che hanno seguìto Salvatore Borsellino a Palermo e la sua battaglia culturale. Grazie alla quale è cresciuta l’informazione, la sensibilità e la speranza di un futuro migliore.

La Sicilia, quindi l’Italia, tornando a Sciascia, riparte dalla fiducia nelle idee. Dall’utopia, di Paolo Borsellino, della «bellezza del fresco profumo di libertà».

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