Prigionieri di coscienza al tempo della primavera araba.

Amnesty International ha seguito sin dall’inizio le rivolte dei paesi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord cercando di portare l’attenzione dell’opinione pubblica sia sull’aspetto della repressione sia su quello legato alle nuove riforme nei paesi in cui apparentemente la protesta ha subito un processo di decelerazione.

di Lucia Aurisano – Responsabile gruppo241 Amnesty International Campobasso

gr241@amnesty.it

SyriaIl 2011 è stato lo scenario di una delle più grandi rivolte sociali e politiche della storia che ha visto protagonisti buona parte dei popoli del Medio Oriente e dell’Africa del Nord. Le proteste hanno avuto per lo più linguaggio pacifista con carattere di manifestazioni in piazza, cortei, e scioperi. Non sono mancati atti dimostrativi di autolesionismo: come tutti ricordiamo le proteste sono iniziate nelle strade di Sidi Bouzid, piccola città della Tunisia, con il suicidio di un ambulante. Atto estremo contro il sequestro della sua merce da parte della polizia. A partire dal suicidio di Mohamed Bouazizi, la volontà di cambiamento ha preso piede in tutta la regione mettendo in crisi regimi autocratici che per decenni avevano governato con il pugno di ferro. La protesta si è fatta strada nelle piazze grazie anche alle nuove generazioni che hanno scandito l’escalation di repressione attraverso i maggiori social network quali facebook e twitter.

Amnesty International ha seguito sin dall’inizio le rivolte dei paesi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord cercando di portare l’attenzione dell’opinione pubblica sia sull’aspetto della repressione sia su quello legato alle nuove riforme nei paesi in cui apparentemente la protesta ha subito un processo di decelerazione.

Durante la primavera araba, la libertà di espressione manifestata attraverso i social network ha portato a nuovi prigionieri di coscienza come è accaduto e sta accadendo per Jabbar Salvan, studente di storia e membro attivo del Partito del fronte popolare all’opposizione in Azerbaigian arrestato il 5 febbraio del 2011 per aver lanciato su facebook l’appello per una “Giornata della collera” ispirata alle proteste in Medio Oriente e Africa del Nord.  Dopo il suo arresto è stato condannato per possesso di droghe sulla base di prove precostituite e rilasciato a seguito di una grazia presidenziale e di una campagna internazionale di Amnesty International alla quale il gruppo241 di Campobasso ha partecipato con una raccolta firme durate le Giornate Amnesty di dicembre 2011. Attualmente Jabbar, nonostante il suo rilascio, viene perseguitato dal governo che a fine aprile lo ha reclutato senza alcun preavviso per il servizio militare dal quale dovrebbe essere esonerato in quanto studente universitario e per il fatto che è totalmente sordo da un orecchio .

Un caso simile riguarda Nabeel Rajab, direttore del centro per i diritti umani del Bahrein, arrestato dopo un viaggio all’estero sabato 5 maggio 2012 poiché non si è presentato ad un interrogatorio relativo ad alcuni tweet offensivi nei confronti del Ministro dell’Interno del suo paese. Attualmente è detenuto in una cella della stazione di polizia di Al Houra, nella capitale Manama.

Un altro caso di prigioniero di coscienza che però ha avuto esito positivo è quello di Halil Savda, sostenitore turco del diritto all’obiezione di coscienza e già a sua volta obiettore di coscienza al servizio militare, è stato rilasciato il 13 aprile 2012 al termine di una intensa mobilitazione di Amnesty International. Era stato arrestato il 24 febbraio per scontare una condanna a 100 giorni di carcere inflittagli nel 2008, quando aveva preso le difese di due obiettori di coscienza israeliani, sulla base dell’art. 318 del codice penale turco, che criminalizza “l’allontanamento del pubblico dal servizio militare”.

La campagna è proseguita anche dopo l’incarceramento, consentendo ad Halil Savda di uscire dalla prigione dopo aver scontato solo metà della condanna.

Il lavoro di Amnesty International prosegue contro la repressione e verso la tutela dei diritti umani nelle democrazie che si stanno costruendo dopo le violente rivolte come è accaduto per la Tunisia dove il movimento ha chiesto ai parlamentari di inserire nella nuova Costituzione, norme di tutela dei diritti umani e il rispetto dei trattati internazionali.

Amnesty International chiede ai governi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord di garantire il diritto alla protesta pacifica e alla libertà di espressione, di avviare indagini sui feriti, morti e arresti arbitrari, di intraprendere un percorso di riforme che rispettino i diritti umani, di rendere partecipi i cittadini nel processo politico, di tutelare i migranti richiedenti asilo che attraversano le varie aree geografiche e di tutelare le minoranze e le donne.

Il percorso del movimento per la tutela dei diritti umani si può ben identificare nelle dichiarazioni di Radhia Nasraoui, attivista e avvocato per i diritti umani nonché presidente dell’Associazione per la lotta alla tortura in Tunisia: “Tutta la mia famiglia, compresi i miei fratelli e le mie figlie è stata punita per il mio lavoro … è importante andare avanti. Il silenzio rende complici. La solidarietà è il modo più importante per aiutare gli altri, permette di non sentirsi soli nella propria lotta.”

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