Non ho idea di quali possano essere i suoi pensieri

Quando Amnesty International è stata fondata nel 1961, erano soltanto nove i paesi ad aver abolito la pena di morte per tutti i reati e la punizione capitale era a malapena considerata come una questione relativa ai diritti umani. Cinquant’anni dopo, la tendenza verso l’abolizione della pena capitale nel mondo è evidente.

di Marianna Cocca – Vice Responsabile Gruppo Amnesty International 241 di Campobasso

gr241@amnesty.it

bielorussia1Dall’ultimo rapporto di Amnesty International, risulta che più della metà dei paesi ha abolito la pena di morte di diritto o de facto. In particolare: 

–       96 paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato.

–       9 paesi l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra.

–       34 paesi sono abolizionisti de facto poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni oppure hanno assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte.

In totale 139 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica, 58 paesi mantengono in vigore la pena capitale, ma il numero di quelli dove le condanne a morte sono eseguite è molto più basso.

Il contributo di Amnesty International al lungo viaggio dell’umanità verso l’abolizione della

pena di morte è stato ed è fondamentale.

Subito dopo la nostra fondazione, cominciammo a spedire appelli per impedire l’esecuzione di prigionieri di coscienza, ma poi abbiamo esteso la nostra “opposizione alla pena di morte totale e incondizionata” a tutti i prigionieri.

La pena di morte è l’estrema negazione dei diritti umani. È l’omicidio premeditato, commesso a sangue freddo, di un essere umano in nome della giustizia.

L’applicazione della pena di morte è spesso discriminatoria e applicata in maniera sproporzionata nei confronti di poveri ed emarginati. È spesso imposta ed eseguita arbitrariamente, in violazione dei divieti e delle salvaguardie internazionali.

In alcuni paesi, è usata per mettere a tacere l’opposizione politica. In altri, i vizi procedurali sono aggravati da discriminazione, inadempienze da parte dell’accusa, mancata indipendenza del sistema giudiziario e rappresentanza legale inadeguata. Il rischio di mettere a morte un innocente non può, inoltre, essere evitato.

Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi senza eccezioni, indipendentemente dalla natura del crimine, dalle caratteristiche dell’imputato e dal metodo applicato dallo stato per eseguire la condanna a morte.

Nonostante la pena di morte violi in maniera esplicita tutti gli standard internazionali in materia di diritti umani, essa è ancora applicata anche nel cuore dell’Europa.

Sono, infatti, più di 400 le persone che sarebbero state messe a morte in Bielorussia

dall’indipendenza, ottenuta nel 1991.

L’uso della pena di morte in Bielorussia è aggravato da un sistema di giustizia penale difettoso. Ci sono prove attendibili di “confessioni” estorte sotto tortura e maltrattamenti, utilizzate poi durante il processo per la condanna.

Ai prigionieri nel braccio della morte non viene comunicata l’imminente esecuzione se non

pochi istanti prima che avvenga. Sono uccisi da un singolo colpo di proiettile dietro la testa, anche se qualche volta è necessario più di un proiettile.

A marzo 2010, dopo una pausa durata un anno, durante la quale per la prima volta non sono state registrate esecuzioni in Europa e nell’ex Unione Sovietica, le autorità bielorusse

hanno messo a morte due uomini: Vasily Yuzepchuk e Andrei Zhuk, uccisi da un colpo di proiettile dietro la testa.

Le loro morti e il modo in cui le loro famiglie sono state trattate dalle autorità sono il simbolo di come questa brutale punizione sia applicata in Bielorussia.

Il 19 marzo 2010, quando la madre di Andrei Zhuk ha tentato di consegnare dei generi alimentari alla prigione di Minsk dove era recluso suo figlio, il pacco le è stato restituito dalle autorità carcerarie le quali hanno detto che il detenuto “era stato trasferito” e comandato di non venire più in cerca di suo figlio fino all’arrivo di una notifica ufficiale da parte del tribunale.

La mattina del 22 marzo,la donna è stata informata dal personale del carcere che suo figlio e Vasily Yuzepchuk erano stati messi a morte.

Nell’ottobre del 2010, la donna ha intentato una causa contro le autorità bielorusse per violazione del suo diritto a manifestare e praticare la propria religione, essendosi rifiutate sia di consegnarle il corpo del figlio, sia di comunicarle dove fosse sepolto. Nella denuncia ha descritto la propria continua sofferenza nell’ignorare dove sia sepolto suo figlio e anche nel vedere il figlio di Andrei, un bambino di otto anni, rimanere spesso in silenzio di fronte alla foto del padre. “Non ho idea di quali possano essere i suoi pensieri”, ha dichiarato.

Queste tristi parole gettano una luce sulla crudeltà e l’inumanità della pena di morte, che annienta diritti inalienabili e valori profondi.

Nonostante le sollecitazioni internazionali, la segretezza che circonda l’uso della pena di morte in Bielorussia non è stata ancora eliminata.

Amnesty sta lavorando insieme all’ong bielorussa Human Rights Centre Viasna, per  chiedere al presidente Lukashenka di sospendere immediatamente le esecuzioni e commutare tutte le condanne a morte nel paese. E’ importante, a questo scopo,  sottoscrivere questo appello e i molti altri che Amnesty pubblica quotidianamente per scongiurare il rischio di esecuzioni in molto Paesi del mondo. Spesso, è solo la pressione internazionale che induce i governi a commutare le condanne alla pena capitale. E chi salva una vita umana salva il mondo intero.

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