Diritti umani nel delta del Niger: strappiamo un impegno alle aziende petrolifere!

Il territorio del delta del fiume Niger, in Nigeria, è ricco di enormi giacimenti di petrolio che da decenni generano ricavi per miliardi di dollari, mentre la maggior parte della popolazione vive in estrema povertà. Per questo è morto Ken Saro Wiwa, uno dei cinque casi presentati dal gruppo Amnesty 241 alle Giornate dell’Attivismo 2012, poeta nigeriano condannato a morte dal governo,  che si è battuto a lungo con una protesta pacifica per i diritti delle popolazioni che vivono lungo il fiume.

di Luca Bersaglieri – Referente campagne gruppo241 Amnesty International – Campobasso

Niger2Le attività estrattive di Shell, Eni e Total hanno contaminato la terra, l’acqua e l’aria mettendo a rischio la salute e il diritto a un ambiente sano, a condizioni di vita dignitose, al cibo, all’acqua pulita e a guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro.

Le industrie petrolifere sono responsabili dell’inquinamento causato da diverse fuoriuscite di petrolio, provocato dalla corrosione degli oleodotti, della scarsa manutenzione delle infrastrutture, da errori umani, o da deliberati atti di vandalismo o di furto di petrolio compiuti da esterni.

Un ulteriore fattore ad elevato impatto ambientale rimane la cattiva gestione dello smaltimento di rifiuti, e il fenomeno del gas flaring, pratica ancora diffusa tra le aziende petrolifere benché vietata da una legge nigeriana del 1984.

L’inquinamento causato dalle aziende petrolifere viola il diritto alla salute e a un ambiente sano, il diritto a condizioni di vita dignitose, inclusi il diritto al cibo e all’acqua, nonché il diritto a guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro.

La multinazionale petrolifera italiana ENI è presente dagli anni Sessanta nel delta del Niger attraverso la sua consociata NAOC (Nigerian Agip Oil Company). In questi anni anche Eni con le sue attività estrattive ha danneggiato l’acqua, l’aria e il suolo nel delta, privando la popolazione locale dei mezzi di sussistenza. Le fuoriuscite di petrolio dagli oleodotti gestiti da Eni sono un fenomeno ricorrente. Hanno contaminato i campi coltivati, le falde acquifere, le paludi e i fiumi dai quali le comunità traggono l’acqua per tutte le esigenze della vita quotidiana.  A causa del gas flaring, gli abitanti convivono con una polvere nera che si deposita nelle case, sui vestiti e sugli alimenti ed in molti lamentano problemi di salute, per effetto degli agenti nocivi e cancerogeni sprigionati da tali torce.

Oltre a essere responsabile direttamente nei casi in cui l’azienda gestisce direttamente gli oleodotti, Eni lo è anche attraverso la sua partecipazione del 5% alla Joint Venture, costituita con la società statale nigeriana NNPC (Nigerian National Petroleum Company) e con le compagnie petrolifere Elf ed SPDC (Shell Petroleum Development Company): quest’ultima è la società sussidiaria del Gruppo Royal Dutch Shell e rappresenta il principale operatore della Joint Venture.

Durante l’Assemblea Generale di Amnesty International a Senigallia, gli attivisti hanno avuto l’opportunità di ascoltare la testimonianza di David Vareba, programme officer per il Centro sull’ambiente, i diritti umani e lo sviluppo (CEHRD) che ci ha aggiornato sulla situazione del suo villaggio e, più in generale, di come sta vivendo la popolazione del delta del Niger a causa dell’impatto delle attività estrattive di multinazionali quali Shell, Eni e Total.

Dopo esserci concentrati per molti mesi sull’azione internazionale “Shell: own up, pay up, clean up!”, con cui abbiamo chiesto all’azienda di assumersi le proprie responsabilità per l’inquinamento causato nel delta del Niger, di risarcire le persone che hanno subito la perdita dei propri mezzi di sussistenza e di ripulire le zone inquinate, è ora il momento di rivolgerci anche a Eni. Nei prossimi mesi – dal 9 maggio al 1° novembre – vogliamo “strappare un impegno” a Eni, quello di sottoporre a controlli l’impatto delle proprie attività sui diritti umani e sull’ambiente nel delta del Niger rendendo pubblici i risultati.

Amnesty International chiede inoltre ad Eni di

– bonificare tutte le zone inquinate e attuare misure preventive efficaci;

– sottoporre a controlli l’impatto delle sue attività sui diritti umani e rendere pubblici i risultati;

– avviare un’efficace consultazione con le comunità coinvolte.

Per strappare un  impegno sui diritti umani ad Eni firma a e diffondi l’appello che trovi al seguente indirizzo: www.amnesty.it/eni_delta_del_niger

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