Ai margini della società: le condizioni abitative dei rom in Italia

In Italia si stima che le persone rom, sinti e camminanti siano tra i 130.000 e i 170.000, circa lo 0,2% della popolazione. Per migliaia di queste persone, però, la casa è un insediamento isolato, spesso lontano dai centri urbani, in condizioni di estrema povertà, senza accesso a infrastrutture adeguate e ai servizi di base.

di Luca Bersaglieri – Responsabile campagne gr241 Amnesty International Campobasso

nomadiLa presenza di questi gruppi di persone sono state affrontate, nella maggior parte dei casi, come un problema di “ordine pubblico e di sicurezza”. Sotto questa ottica il governo italiano ha dichiarato la cosiddetta “emergenza nomadi” il 21 maggio 2008, utilizzando la legge 225/1992, in base alla quale uno “stato di emergenza” può essere dichiarato in caso di calamità naturale, catastrofe o altri eventi che, per la loro portata o intensità, non possono essere affrontati con mezzi ordinari. Con quest’atto, poteri speciali, anche in deroga alle leggi ordinarie, vennero conferiti a commissari delegati alla risoluzione dell’emergenza in Lombardia, Campania e Lazio e successivamente estesi anche al Piemonte e al Veneto.

Il 16 novembre 2011, però, il Consiglio di Stato ha stabilito che lo stato di emergenza dichiarato, per quanto riguarda la presenza di comunità “nomadi” nelle regioni suddette, era infondato e comprovato. Tutti gli atti emessi nell’ambito dell’”Emergenza Nomadi” dai commissari delegati sono stati dichiarati illegittimi.

Nel febbraio 2012 le autorità italiane hanno promesso alla Commissione europea di porre fine alla segregazione dei rom e di promuovere la loro inclusione. Nonostante ciò, i rom sono ancora vittime di discriminazione e vengono sgomberati forzatamente e segregati in campi come quella de la Barbuta a Roma. Questo campo si trova su un terreno stretto tra la ferrovia, il Grande raccordo anulare e la pista dell’aeroporto di Ciampino; è completamente recintato e dotato di un  sistema di video sorveglianza diretto sia verso l’esterno che verso l’interno. I negozi, le scuole, i servizi di assistenza sanitaria e il quartiere più vicino sono a Ciampino, a circa 2, 5 km di distanza.

Gli sgomberi, in barba agli impegni presi dal Governo, sono comunque continuati. Infatti, le autorità di Roma e Milano hanno continuato ad effettuare sgomberi forzati di insediamenti informali, oltre ad attuare piani concepiti nell’ambito dell’ ”Emergenza Nomadi” per chiudere campi autorizzati e campi “tollerati”. Gli sgomberi forzati ledono, inoltre, l’art.11del Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, riguardante il diritto ad un alloggio adeguato. Trattato al quale l’Italia ha preso parte.

Oltre il danno la beffa. Infatti, oltre ad essere sgomberati senza una previa consultazione né una notifica scritta, ai rom non viene offerta neanche un’adeguata alternativa abitativa e molti, pertanto, diventano senza tetto. Anche l’ingresso nelle graduatorie per l’assegnazione di case popolari diventa impossibile e discriminante per questa comunità. Infatti, l’alloggio è assegnato a punti. Un punto molto alto viene assegnato alle famiglie considerate particolarmente vulnerabili, ad esempio con un figlio disabile o – più frequentemente – perché sono state, o sono in procinto di essere, legittimamente sfrattate da un alloggio privato. I rom, che hanno sempre vissuto in campi, non saranno mai in grado di dichiarare di essere stati sfrattati da alloggi privati, indipendentemente dal numero di sgomberi forzati che possono aver subito, anche se sono tra i più bisognosi di case popolari. I campi non sono considerati alloggi privati e lo sgombero non è soggetto alle stesse garanzie dello sfratto da alloggi privati. Attribuire un punteggio alto allo sfratto, quindi, costituisce indirettamente una discriminazione nei confronto dei rom.

Anche altri requisiti possono sortire un effetto discriminatorio nei confronti dei rom, tra cui la residenza anagrafica. A Milano è necessario avere la residenza nel comune in modo continuativo o lavorato nella regione Lombardia nei cinque anni precedenti alla domanda. E’ particolarmente difficile per un rom avere questi requisiti. Per registrare la residenza, infatti, è necessario un indirizzo, con nome della via e numero civico, ma la maggior parte delle famiglie rom che ha bisogno di case popolari vive in insediamenti informali senza un numero civico. E’ anche raro che i rom abbiano un posto di lavoro in regola a causa degli alti livelli di discriminazione che incontrano nel marcato del lavoro. Inoltre, tendono ad essere impiegati nei settori in cui è comune lavorare in nero.

Amnesty International, allora, chiede al Presidente Mario Monti di discutere con i suoi ministri della Cooperazione e integrazione, dell’Interno e del Lavoro e politiche sociali, al fine di trovare delle soluzioni per :

– porre fine agli sgomberi forzati, per esempio proibendoli nella legislazione nazionale ed emanando delle Linee guida per garantire che a qualsiasi funzionario coinvolto in questi sgomberi siano fornite indicazioni chiare sulle garanzie che devono essere prese in considerazione affinché uno sgombero avvenga legalmente, in conformità con gli obblighi internazionali in materia;

– promuovere l’eliminazione della segregazione, per esempio, sospendendo tutti i “Piani nomadi” attualmente in vigore e redigendo nuovi piani insieme alle comunità interessate e finanziando la loro attuazione

– offrire ai rom un pari accesso a un alloggio adeguato per esempio, rimuovendo qualsiasi ostacolo che possa essere discriminatorio nei loro confronti nell’accedere all’edilizia popolare

Per fare ciò Amnesty International ha bisogno del tuo aiuto. Vai alla pagina http://www.amnesty.it/emergenza_nomadi_italia e firma il nostro appello.

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