Zòon politikon o del Compagnevole animale

di Fulvio Antenucci

Leggevo ultimamente un articolo che parlava delle condizioni disumane in cui versano i lavoratori di Amazon.com, nota società di vendita on-line di libri. L’articolo in questione si intitola Inside Amazon’s Warehouse, e descrive le condizioni disumane alle quali sono costretti i dipendenti nei magazzini della società. In breve: estrema precarietà del lavoro, clima di perenne ricatto e assenza di diritti, ritmi inumani, con velocità raddoppiate da un giorno all’altro (da 250 a 500 “colli” al giorno, senza preavviso), con una temperatura interna che supera i 40° e in almeno un’occasione ha toccato i 45°, provvedimenti disciplinari ai danni di chi rallenta il ritmo o, semplicemente, sviene (in un rapporto del 2 giugno scorso si parla di 15 lavoratori svenuti per il caldo), licenziamenti “esemplari” su due piedi con il reprobo scortato fuori sotto gli occhi dei colleghi (chi ha visto Tutta la vita davanti di Virzì?). Un’ex-magazziniere dice: “Ci uccidono mentalmente e fisicamente”.

amazonFoxconn è sotto gli stessi tetri riflettori; grande quantità di suicidi tra i dipendenti, storie di “vigilantes” all’interno della fabbrica e pestaggi. Foxconn produce iPod, iPad e iPhone per Apple, la grande multinazionale fondata da Steve Jobs.
Facebook è il primo social network nel mondo. Mark Zuckerberg è uno dei più giovani e ricchi imprenditori della rete. Tutto il sistema si regge sugli utenti che riempiono di notizie e contributi il sistema, anche e soprattutto con i propri dati personali, gusti e preferenze, che Zuckerberg si rivende a peso d’oro attraverso la target advertising, ovvero la pubblicità mirata. L’utente è il fulcro del sistema ma a gonfiarsi è solo il conto del CIO di Facebook.

Cosa unisce, a prima vista questi tre gruppi, Apple, Amazon e Facebook, oltre il fatto che le loro dinamiche vivano e si muovano nel mercato dell’alta tecnologia e internet? Come al solito mi sono dato una risposta allegramente metafisica: il proprio mito.
Facebook, Amazon, Apple sono viste, più che come aziende, miti di libertà e inventiva, il prodotto di genio e progresso e, in quanto tali, modelli da dare in pasto al nuovo “feticismo del mito”. Antesignana di questa collocazione nel mondo è indubbiamente Microsoft e il suo fondatore Bill Gates. In sostanza, prima di rendere feticci le proprie merci, attraverso il velo di Maia del progresso e della tecnica, hanno reso feticci i propri marchi, la propria immagine.

Dietro questa immagine mitizzata però, dietro il velo, c’è null’altro che una multinazionale che sfrutta i lavoratori, sottopagandoli , ancora peggio, demolendoli psicologicamente e fisicamente. E questo metodo accomuna tutte le multinazionali dell’HI-Tech. Tecnologia e novità non sembrano corrispondere ad un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e della società in generale.

A questo ha contribuito la considerazione “positiva” della tecnica e della tecnologia. Secondo l’idea generale la tecnica è, in sé e per sé, progresso e quindi ogni prodotto tecnologico,in quanto tale, ha nella sua natura il progresso ed il futuro, un futuro che non fa paura e si comincia a dominare. Un iPhone, in pratica, è un esercizio di allenamento per il dominio della tecnologia di domani. Il possesso di un’oggetto tecnologico esorcizza la paura del futuro, la sua incertezza. Tutto si trasforma in un fatto puramente tecnico, in una serie di operazioni. La tecnologia è semplicemente prassi funzionale. Vuoi dominare il futuro? Leggiti il manuale.  Il software, sotto quest’ottica, è uno strumento non legato all’intellettualità, ma alla meccanica, le icone sono quello che erano i pulsanti sul citofono. Una particolare conclusione di questo approccio è che, nell’idea generale, sei tu a dare anima al prodotto della tecnica, che viene considerato “neutrale”, dal modo in  cui sai usarlo, da come lo usi. Il software inoltre, pur interpretato come un  elemento “meccanico” viene considerato il vero valore del prodotto che lo ospita, molto più del lavoro di produzione dello stesso oggetto. Questo è un elemento importante come vedremo dopo.

Io invece sono profondamente sostenitore di un animismo tecnologico, e da quest’ottica analizzo il fenomeno. L’animismo che propugno è semplice: le cose hanno “un’anima”, una direzione nell’esistenza. Con un televisore non ci si stappano le bottiglie, chi lo ha costruito lo ha fatto con una chiara intenzione, dandogli una univoca funzione. Il lettore potrebbe oppormi l’eccezione: “ma un apparato tecnologico non è né buono né cattivo, dipende da come lo usi”. No, assolutamente, il televisore non solo è progettato per fare il televisore, ma “vuole” farlo, deve farlo. Se lo teniamo in casa prima o poi lo useremo adeguandoci alla sua funzionalità. Il fatto di poterci appoggiare dei bicchieri non ne cambia funzione e volontà.

La nostra società è dunque “condizionata” dalla tecnologia e dalla funzione dei suoi prodotti. Sono bisogni indotti, non necessari, utili forse, ma non necessari. Questa creazione di bisogni la conosciamo bene, il “pluslavoro” degli utenti di Facebook con il quale il suo fondatore ingrassa il proprio conto, il “plusvalore” derivante dallo sfruttamento dei ritmi, del tempo e della vita dei proprio lavoratori, che permette ad Amazon di avere prezzi e tempistiche da record, li conosciamo benissimo.

Internet, dati alla mano, non sembra essere quel che sembra, ma piuttosto vivere di una dialettica stridente: “libertà e sfruttamento”. La libertà di opinione, di comunicare contro lo sfruttamento della forza lavoro, delle risorse naturali, della censura. La libertà di comunicazione, di opinione offerta da internet si basa, dalla rete al PC dal quale si opera, su un modello direttamente derivante da quello della prima società industriale, su un postfordismo inquietante perché per avere utilizzatori in rete bisogna produrre milioni di PC, Mac, iPhone, iPad etc. etc. Altro che  software, e qui riprendo il punto lasciato in sospeso, come valore intrinseco e fondante della nuova tecnologia, il declino di Microsoft sconfessa questa teoria. E’ il lavoro di produzione a fare il valore di un iPhone, il fatto che si debba produrre in quantità gigantesche. Il software lo rende obsoleto invece, ci vuole quello nuovo. Il postfordismo prevede la subitanea obsolescenza dell’oggetto-feticcio. Buttiamo un telefonino non perché è inservibile ma perché “non ha le nuove funzioni” dell’ultimo modello, al quale si applica la produzione ciclopica applicata al modello precedente, in un mercato infinito, pieno di domanda e rifiuti tecnologici.

Tutto questo sfruttando il nostro innato senso di collaborazione, di cooperazione, come dimostrano le neuroscienze, quello che Aristotele chiamava zòon politikon e che Dante tradusse felicemente con Compagnevole animale. Questo concetto, lo spirito collaborativo che diventa pluslavoro, lo vedremo applicato, in un prossimo post, anche alla raccolta differenziata sulla quale sarà utile soffermarci.

Tornando al nostro argomento, questa merce fisica è prodotta per utilizzare e diffondere la merce delle merci: la conoscenza. Non siamo solo zòon politikon, Heidegger pone una riflessione anche sul fatto che siamo sì animali, ma parlanti, comunicanti: zoon logon echon. L’informazione è quindi merce. La conoscenza è merce. Anzi, nel postfordismo o come diavolo vogliamo chiamarlo, è la merce delle merci. E’ forza produttiva e merce al tempo stesso, proprio come la forza-lavoro. La comunità che usa Facebook produce informazione (sui gusti, sui modelli di consumo, sui trend di mercato) che le multinazionali della rete impacchettano in forma di statistiche e vendono a soggetti terzi e/o usano per personalizzare pubblicità, offerte e transazioni di vario genere.

Se siamo fatti così, senza dubbio, sarebbe il caso dunque di divenire consapevoli di stare utilizzando un mezzo profondamente dialettico, stridentemente tale. La sintesi potrebbe essere quella di porre questo problema con forza proprio nella rete, ovvero facendo leva esattamente con lo stesso strumento, nella stessa dialettica, oltre, naturalmente, ad una maggior diffusione del software libero. Stare”in” rete ma contro la stessa potrebbe essere un modo di allearci con chi è sfruttato, con chi lavora nell’ombra di una rete che sembra così mitologicamente e magicamente fantastica ma che invece è fatta di tanti piccoli ingranaggi umani che sono costretti a vivere in modo tutt’altro che fantastico.

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