Medea, o della democrazia tradita.

di Fulvio Antenucci

Temo di avere una certezza, che la democrazia si vendichi atrocemente di coloro che non sanno gestirla. Senza andare troppo per il sottile. L’intera storia umana è un lungo, lento percorso verso le conquiste dei diritti civili e politici universali. E tutta questa storia, questo cammino è profondamente permeato dal senso tragico della continua trasformazione.

MedeaCosa è giusto universalmente e cosa invece lo è per il singolo e quando l’una può prevalere sull’altra? Questa è la contraddizione presente in Medea, la stessa che sottende al precario equilibrio democratico cui è giunta la nostra civiltà. L’Illuminismo è un pensiero borghese, ha due volti, quello delle grandi rivoluzioni, della ragione in funzione della libertà, contrapposto a quello del dominio del pensiero razionale sul mondo, la “volontà di potenza” sulla natura e, dunque, sugli umani. Questa dialettica radicata nella storia e nel pensiero è sempre presente, visibile, quasi tangibile, davanti ai nostri occhi, come ad esempio la secolarizzazione della Chiesa, sempre pronta a dare certezze, contro una scienza sempre più metafisica e congetturale, si veda il caso dei neutrini. Contraddizioni alle quali non facciamo più caso, che non riusciamo nemmeno a riconoscere.

Ma lo spirito della tragedia emerge quando trascuriamo le istituzioni democratiche, quando ne abusiamo strumentalmente, quando ne tradiamo il senso più profondo, il progresso dell’universalità umana. Allora non siamo più uomini ma esseri impastati di caos e la democrazia si trasforma in una terribile e vendicativa Medea.

Medea tradì suo padre e fece a pezzi suo fratello per recare il vello d’oro, e sé stessa, al suo amato Giasone, il quale dopo 10 anni di convivenza, si invaghì della bella Glauce e la ripudiò. Medea si vendicò come solo una donna sa immaginare, uccidendo prima Glauce ma non facendo altrettanto con  Giasone stesso, per lui aveva in mente qualcosa di più terribile. Una sera lavò e preparò per la notte i figli avuti con  lui e, prima che prendessero sonno, li uccise. Giasone, pazzo di dolore, si uccise.

Da troppo tempo le cariche istituzionali sono rivestite da gente indegna, incapace, legata alla poltrona e al sistema clientelare che li sostiene sottraendo, nel contempo, dignità a quella gente che invece dovrebbe tutelare. Ma gli è stato permesso ed ora subiamo la terribile vendetta dello spirito democratico, i giovani non lavorano, le fabbriche chiudono, l’economia crolla, il malaffare è una componente costitutiva della politica. La paura e l’incertezza sono il pane quotidiano del XXI secolo. Come nelle tragedie greche io non cerco colpe e responsabilità. Le banche fanno le banche, i capitalisti i capitalisti, se cerchiamo lì le responsabilità, sbagliamo analisi. Dovremmo prima pensare a come il mercato, le multinazionali, le banche ed il monetarismo abbiano fatto ad impossessarsi del destino delle nostre istituzioni. Glielo hanno concesso la nostra ignavia, il nostro pensare allo Stato come qualcosa di altro da noi stessi, l’invaghirci dei vari capipopolo che si sono succeduti e continuano a succedersi, quali salvatori unici dei nostri destini, dalle storie accattivanti e di successo ma con sempre lo stesso epilogo: la catastrofe sociale.

Se tolleriamo le prescrizioni di Berlusconi, le condanne di Iorio o i boiardi locali, senza scendere in strada, allora non sappiamo risolvere la contraddizione interna alla storia in favore della libertà e della democrazia. Non sappiamo rispettarle e apprezzarle.

Ma la democrazia, come il mito del vello d’oro, è un sogno greco, non dell’illuminismo. E ora la  Grecia paga a prezzo altissimo gli stessi errori, sprofondata com’è nell’abisso di una tragedia sociale proprio perché alla mercè di una democrazia divenuta spietata Medea. Non è mai troppo tardi, questo è il mio appello, per scendere in strada, la stessa esortazione che si legge sempre più frequentemente sui muri di Atene: stò dromo!

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