Interinali militanti

Wittgestein diceva che bisognava fare cose folli per poter poi avere la possibilità di fare cose sensate. La necessità del non senso, della follia come percorso verso la verità. Leggevo su Facebook l’Assessore molisano Vitagliano che prima pubblicava un post sulla Sanità molisana come se lui fosse stato in gita su Marte negli ultimi 10 anni e poi, udite udite, dava dell’“interinale militante” ad un utente, lavoratore precario della sanità, che lo aveva criticato.

di Fulvio Antenucci

vitaglianoQuell’epiteto è l’indice di come la follia politica si sia impossessata della scena a tutti i livelli. Vitagliano oggi si presenta come il salvatore dello Zuccherificio, il moralizzatore del Consiglio Regionale; commenta le foto di cenette luculliane con i suoi amici politici come “momenti di riflessione”. E’ interessante vedere inoltre come l’Assessore si prodighi in “tweet” di lodi a questo e a quello, basta che non lo contrastino. E proprio sentendolo sperticarsi in lodi esagerate come Holderlin a chi andava a visitarlo nella sua torre, ho realizzato la necessarietà della sua assoluta follia. Il mondo beve vino da due bicchieri, dal paradosso della ragione nella non ragione e poi va zappettando. Ieri con Pindaro, oggi con Vitagliano come, nella sua massima espressione politica, con Berlusconi.

Borges in uno stupendo racconto de L’Aleph dice: “che il cielo esista, anche se per noi è l’inferno”. Paradossalmente, come spesso accade in quel paradosso essenziale che è il mondo, la verità alberga nascosta nelle profondità del suo contrario. L’essenza delle cose ha necessità del suo contrario materiale. Allora Vitagliano in Molise, come Berlusconi nella politica nazionale,  è il mezzo con cui il mondo ci comunica l’essenza delle cose, si rivela in sé. E’ quindi un passaggio necessario, l’insensatezza, per capire il mondo, per arrivare “al cielo”, anche se per qualcuno ciò significa ardere nelle fiamme eterne. La banalità del male, scriveva Anna Harendt, intravvedendo, in tale banalità, la sua necessità e forza trasformatrice.

Paradosso è la possibilità di percepire una distinzione in quel che è saldamente unito ma è quel che facciamo tutti i giorni, con noi stessi in primo luogo. Pensiamo a bene e male come distinguiamo anima e corpo. Sdoppiamo ciò che è semplicemente una cosa sola, per risolvere il paradosso della vita, lo moltiplichiamo per assurgerlo a divino. Vitagliano bieticoltore, operaio, tecnico, ragioniere ma mai stato assessore negli ultimi 10 anni! Così come il Berlusconi operaio, imprenditore, filosofo, cuoco, cantante ma, ecco il paradosso rivelatore, mai politico. E’ stato quattro volte presidente del consiglio ma non è un politico. Così come Vitagliano sembra non accorgersi che il vero interinale militante è proprio lui in questo contesto.

Come nella percezione berlusconiana della realtà, egli non appartiene alla categoria dei politici, così anche Vitagliano è, per quella visione paradossalistica, qualcosa di nuovo, di un luogo diverso. Non appartiene a quel mondo, gli è superiore. Come un demiurgo modella la creta della politica per farne qualcosa di perfetto. Una visione religiosamente paradossale il cui atto di fede autentico è quella crocefissione della ragione di kierkegardiana memoria. Ma questa ragione “incosciente” e delirante produce mostri che materializzano, in una realtà trascendentale, gli ostacoli da combattere e delineano la via, il passaggio stretto e pieno di trappole, alla verità. Perché le parole di Vitagliano in quel post hanno prodotto, ai miei occhi, uno scandalo nel senso letterale, etimologico, una trappola, apparentemente logica e sensata. Solo apparentemente. Nella sua essenza invece, è il paradosso compiuto. L’indagine ermeneutica di quel fenomeno del logocentrismo mediatico che è il berlusconismo di cui Vitagliano è seguace pedissequo, delinea la necessità della pazzia per indirizzare la ragione.
Il problema non si risolve però facilmente. Il 17 maggio potrebbe porsi la parola fine a questo capitolo. La fine di Vitagliano e del suo centrodestra in Molise sarà la fine di un mondo, almeno, del suo mondo. Die Welt ist fort, ich muss dich tragen, qualcosa del suo mondo ci rimarrà dentro,  lo dovremo portare con noi, e saremo qualcosa di diverso credendo di essere sempre noi stessi. Lo porteremo con noi se sapremo avere bisogno dei paradossi che ci ha mostrato. Avremo però superato quella pletora di parole assenti, quella differance che ci isola e ci conforma, per costruire l’inferno per noi ed il cielo per qualcun altro.

LEGGI ANCHE

Virgo virginorum

Medea, o della democrazia tradita.

Zòon politikon o del Compagnevole animale

Il Boiardo

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.