Il colore dei soldi

Il verde padano era un bel colore, il colore dei soldi innanzitutto….

di Fulvio Antenucci

legapoltrona1La Lega ha una struttura capillare che va dalle fabbriche ai centri di raccolta CAAF in ogni quartiere. Non sono gratis, ogni struttura infatti paga bollette, affitto e tutto il resto.

La Lega era proprietaria di Credieuronord, una banca che fallì bruciando 15 milioni di euro in 4 anni, mica polpette, grazie a operazioni immobiliari in Croazia e il caso delle operazioni “quote latte” effettuate facendo diventare correntisti tutti gli allevatori del nord, operazione quest’ultima che movimentò 200 milioni di euro in direzioni oscure.

La Lega ha proprietà immobiliari un po’ ovunque, dipendenti e uffici di rappresentanza quasi come una multinazionale, senza aver mai prodotto nulla se non le chiacchiere.

Altro caso famoso è quello del Bingo.net, affare disastroso, finanziato anche dalla banca del nord, che riguardava sale da gioco. E sì perché tutto fa brodo, a quanto pare, anche i proventi delle slot machines. L’operazione fallì anch’essa e con un certo tonfo.

Lo sapevano tutti che la resa dei conti sarebbe arrivata.

Il fatto che Bossi non volesse mollare mai, che sponsorizzasse i membri più stretti e fidati del suo entourage e della sua famiglia la dice lunga eppure nessuno ha osservato la regola del “segui i soldi”. La notizia che Stefani, parlamentare vicino a Bossi, sia il nuovo tesoriere, lui plurinquisito per bancarotta e truffa, dice chiaro e tondo che l’aria non intende cambiare, per il momento.

Perché i soldi erano la traccia da seguire, lo sono sempre in certi casi. Ma allora, ad esempio, perché nessuno ha veramente mai indagato sulle operazioni finanziarie borderline della Lega? O magari semplicemente sulle circostanze del malore di Bossi la mattina del 11 marzo 2004? Forse perché sarebbe emersa già allora l’abitudine dei “bunga bunga” tra la classe dirigente di questo paese?

Prima riflessione, più leggera: questo mare torbido di soldi è composto, per la maggior parte, di denaro pubblico, quei rimborsi elettorali componente fondamentale del finanziamento dei partiti politici ed oggi, infatti, si discute su come modificare le regole dei rimborsi elettorali, tendenzialmente per abolirlo.

Se non ci fosse un finanziamento pubblico solo persone facoltose, come negli Stati Uniti, potrebbero permettersi di fare politica. La raccolta dei fondi, perlopiù privati, creerebbe una base fortissima per le lobbies che diventerebbero le vere eminenze grigie del Parlamento. La politica sarebbe così un’estensione dell’economia, ben al di là di quelle “convergenze parallele” che vediamo oggi tra i due settori.

Pensare di abolire un eventuale sostegno pubblico alla politica credo sia un errore, il danno maggiore è che situazioni come quelle emerse nella Lega ci privino della possibilità, fondamentale, di fare politica, di essere soggetti attivi e non semplici matite su un foglio.

Modificare e calmierare il rimborso credo sia un dovere morale, oltre che esercizio di responsabilità civile visti i tempi che stiamo attraversando. Eliminare completamente una forma di finanziamento pubblico sarebbe un danno per la democrazia che, unito al “porcellum”, renderebbe le elezioni in questo paese una farsa.

In verità l’insicurezza globale ha colpito, investendolo con la sua legge della jungla, anche e soprattutto il ceto politico, insicuro, instabile già per propria natura. Oggi il politico vive di incertezze e i soldi, ovviamente, possono dargliene tante. La rielezione, il potere, le belle donne, tutto passa attraverso la cruna dell’ago della ricchezza. Sicurezza, potere, ricchezza nella società globale, sono profondamente legate se non sinonimi. La libertà un accessorio di scambio.

Seconda riflessione, più profonda: cosa siamo disposti a sacrificare alla sicurezza (del posto di lavoro come dello scranno di una assise qualsiasi)? L’onestà, la libertà personale, il nostro decoro umano e politico? Chi si spinge più avanti è più al sicuro degli altri almeno finché gli altri non si spingano fino a dove è giunto lui?

La realtà, e mi turba molto, forse risiede nel fatto che siamo disposti a pagare prezzi salatissimi, quale è quello della rinuncia alla privacy ad esempio, in cambio non di un’effettiva maggior sicurezza, ma solo per averne l’impressione. Oggi, nella nostra società, si sente così profondamente il bisogno di sicurezza da sacrificare molte nostre libertà personali al suo altare.

Zigmund Bauman fa una bellissima riflessione sul tema parlando di Unsichereit (La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna,1999), in antitesi al concetto di Sichereit di Freudiana memoria.

Il termine in tedesco rende molto di più che in italiano e di conseguenza anche la sua negazione. Sichereit racchiude in sé il concetti di sicurezza fisica, sociale e cognitiva. Per Freud la Stato aveva proprio il compito di fornire, attraverso le leggi e l’impianto sociale che definiamo civiltà, sicurezza e convivenza civile ai propri membri. A questa sicurezza i cittadini erano disponibili a cedere una parte delle loro libertà personali.

Oggi la situazione appare ancor più radicale. Il cittadino postmoderno non ha sicurezze e nemmeno certezze. Oggi non sappiamo quando e quanto lavoreremo, di quanto aumenterà il mutuo, se ritroveremo la macchina al solito posto al mattino successivo. Non siamo sicuri né fisicamente, né socialmente e non possiamo contare su alcun dato certo per le nostre decisioni. La società postmoderna e tecnologica corre veloce e rende l’esperienza, intesa come acquisite capacità tecniche o di vita, assolutamente inutili. Sappiamo di non sapere e ci spaventa. Chi è spaventato si comporta di conseguenza, cioè si difende, e pone in atto tutte le strategie per farlo.

La paura, in senso generale, ci rende individualisti in senso generale. Meno disposti con il prossimo, poco inclini alla collaborazione, difficilmente persuadibili e non solo su determinati parametri, ma appunto, in senso generale.

Siamo sempre costantemente sotto valutazione, come i politici. Il mercato libero ha creato, o meglio, radicalizzato, uno strumento terribile che è la precarizzazione del lavoro. La nostra condizione sociale, le nostre esperienze, le nostre piccole conquiste sono sempre “sub judice”. Il fatto di eseguire con dovizia il nostro lavoro non ci mette al sicuro, ed è difficile anche appassionarsi ad esso, farne un motivo di vita se sempre più spesso questo è momentaneo, stagionale e sappiamo a priori che non durerà. L’azienda non ha più una funzione sociale ma solo, realisticamente, il compito di rispondere alle pulsioni del mercato. Le piccole imprese, in cui la funzione sociale era altissima, il terziario avanzato, sono tutte in crisi perché fuori dal tempo e dalla logica del liberismo. Parafrasando Marx la società non regola il mercato ma è il mercato a regolare la società.

Questa dicotomia, priva di dialettica, mi fa pensare che, nella nostra società, la sicurezza sia il valore di una costante. Esattamente come la ricchezza. Così come per ogni persona che diventa più ricca un’altra diventa più povera, per ogni persona che acquisisce maggiore sicurezza un’altra diventa più insicura. L’imperativo è dunque farsi largo, sfondare le linee nemiche, conquistare il territorio sicuro a discapito degli altri. Come in guerra. Chi è insicuro tenta di raggiungere una posizione più in alto e sicura e chi invece si sente maggiormente sicuro tenta di ampliare il proprio spazio vitale per tenersi al riparo dagli assalti.

Benjamin Constant, nel suo noto panphlet “La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni” spiegava con grande acume come una delle differenze più importanti fra la politica antica e la politica moderna fosse il carattere rappresentativo dei nostri governi, che era del tutto assente nelle poleis greche, democratiche o aristocratiche che fossero, e negli altri regimi dell’antichità. Essendo il potere politico gestito senza mediazioni, la libertà degli antichi consisteva nell’esercitare collettivamente, ma direttamente, molte funzioni della sovranità. Questa libertà collettiva era compatibile con l’asservimento completo dell’individuo all’autorità dell’insieme, che si manifestava con istituti come l’ostracismo ateniese e il controllo censorio della vita privata spartana per opera degli efori. Gli antichi erano “macchine di cui la legge regolava le molle e faceva scattare i congegni”.

Di contro, oggi – dice Constant – per libertà s’intende il diritto di essere sottoposto soltanto alla legge, di non essere arrestato, né tenuto in carcere, né condannato a morte, né maltrattato per la volontà arbitraria di uno o più individui, il diritto di esprimere la propria opinione, di scegliere il proprio lavoro e di esercitarlo, di disporre ed abusare della propria proprietà, di associarsi con chi preferisce, di esercitare la propria influenza sull’amministrazione del governo. In breve, la nostra libertà è il “pacifico godimento dell’indipendenza privata”.

A farla breve due sono i punti importanti di quella conferenza per questa riflessione:

– la libertà degli antichi è autonomia politica collettiva; quella dei moderni libertà privata individuale;

– l’errore fondamentale della Rivoluzione francese fu la pretesa di realizzare la libertà degli antichi in una situazione ove era attuabile solo quella dei moderni poiché il commercio, che nel frattempo aveva colonizzato tutti gli spazi vitali della società, come la guerra, non lascia spazi di inattività, sottraendo dunque terreno alla partecipazione politica.

Oggi a quasi duecento anni la Unsichereit, che è il nome che preferisco dare alla globalizzazione, ha introdotto un’ulteriore trasformazione sociale, Il “cittadino Globale” per il quale la libertà è lo spazio angusto della sicurezza. Ha inoltre azzerato le capacità di reazione della borghesia, che fu il motore della Rivoluzione Francese.

L’antico rinunciava a molte libertà personali per averne tante politico-sociali, il moderno rinunciava alle libertà politiche per ottenere una maggior libertà personale, il Globale rinuncia alle libertà politiche (e dunque personali) per ottenere Sicurezza.

Siamo quindi inclini a tollerare e nascondere le sconcezze della Lega, o di Berlusconi, se queste aumentano il nostro senso di sicurezza. Siamo disposti a seguire l’esempio dei politici corrotti, se questo rende più sicure le nostre posizioni. Tutti gattopardi per paura, conservatori per timore. Chi ha di più teme maggiormente la perdita dei privilegi conseguenti al suo status. I politici ne hanno dunque molta, ecco perchè agiscono così, la stampa idem ecco perché tace, i cittadini più che mai e preferiscono voltarsi dall’altra parte.

Io sono uno al quale piace respirare a pieni polmoni, e questa società globale, dove il mercato ha sostituito la guerra, mi ricorda molto quelle descritte da George Orwell in 1984, dove tutti erano soldatini a cui si spacciava l’illusione di essere al sicuro e protetti dal Grande Fratello, ma dove non era permesso nemmeno amare. A Orwell, nel suo caleidoscopio, mancava però un colore, il verde appunto, il colore dei soldi.

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