VIA D’AMELIO/ La strage Stato-mafia

di Serena Verrecchia

La Procura di Caltanissetta ha notificato quattro ordinanze di custodia cautelare per la strage di via D’Amelio ad un mandante, due esecutori materiali e un falso pentito. Secondo gli inquirenti, ci sarebbe da contestare anche l’aggravante terroristica, in quanto il giudice Paolo Borsellino sarebbe stato ucciso perché rappresentava un ostacolo per la trattativa tra lo Stato e la mafia.

paolo_borsellino_strage_damelioIl giudice Paolo Borsellino, poco prima di essere ammazzato nella strge di via D’Amelio, il 19 luglio 1992, rivelò alla moglie Agnese: “Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.

Parole che, a distanza di vent’anni dai tragici fatti del ’92, suonano inquietanti, come un preludio ad una verità che resta sospesa tra silenzio ed occultamento.

La Dia di Caltanissetta, su richiesta del procuratore Sergio Lari, ha notificato quattro ordinanze di custodia cautelare, per la strage di via D’Amelio: al boss pluriergastolano Salvo Madonia, che avrebbe partecipato alla riunione interna a Cosa nostra nella quale si sarebbe deciso di dare il via alla stagione stragista; al boss Vittorio Tutino, che avrebbe rubato, insieme a Gaspare Spatuzza, collaboratore chiave per le indagini sulle stragi del ’92-’93, la Fiat 126 utilizzata per la strage; al boss Salvatore Vitale, che abitava nello stesso palazzo della madre del giudice e che, per questo, sarebbe stato utilizzato come talpa dagli stragisti, e, infine, al pentito Calogero Pulci (l’unico ancora in libertà), accusato di calunnia aggravata, poiché, con le sue testimonianze, avrebbe fatto da riscontro alle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino

Ma, cosa più importante, nel documento del gip Alessandra Giunta, viene contestata ai mafiosi anche l’aggravante terroristica, in quanto si ritiene che il giudice Paolo Borsellino sia stato ucciso perché rappresentava un ostacolo alla trattativa in corso tra Cosa nostra e pezzi deviati dello Stato.

Secondo la Procura infatti, dalle indagini è “risultato che della trattativa era stato informato anche il dott. Borsellino il 28 giugno del 1992” e che “deve ritenersi un dato acquisito quello secondo cui, a partire dai primi giorni del mese di giugno del 1992, fu avviata la cosiddetta ‘trattativa’ tra appartenenti alle istituzioni e l’organizzazione criminale Cosa nostra”.

Il 28 giugno 1992, il magistrato Liliana Ferraro si trovava con Paolo Borsellino e la moglie Agnese all’aeroporto di Fiumicino, in attesa di imbarcarsi per Palermo. Secondo quanto rivelato ai pm dalla stessa Ferraro, in quell’occasione lei gli avrebbe rivelato di essere stata avvicinata da uomini del Ros, che stavano prendendo contatti con l’ex sindaco Vito Ciancimino, in una fase embrionale della futura trattativa Stato-mafia.

Paolo Borsellino è stato ucciso perché sapeva della trattativa e rappresentava un ostacolo per la sua realizzazione?

Per i pm “questa conclusione è legittimata, tra l’altro, dalle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Giovanni Brusca a proposito dell’ordine ricevuto da Salvatore Riina di sospendere, nel giugno 1992, l’esecuzione dell’attentato omicidiario nei confronti dell’on. Calogero Mannino perché c’era una vicenda più urgente da risolvere”.

Salvatore Borsellino, fratello del giudice, lo ripete ormai da anni. Sono contento di questa notizia.” ha dichiarato, ospite di “24 Mattino” su Radio24. “Da almeno quattro anni – ha aggiunto –sostengo ad alta voce che mio fratello è stato eliminato perché si era messo di traverso nella scellerata trattativa tra pezzi dello Stato e Antistato. Da anni sostengo questa tesi e all’inizio venivo quasi preso per pazzo quando accusavo uomini delle istituzioni di avere portato avanti e poi coperto questa trattativa. La cosa tragica è che per 20 anni ci sia stata una congiura del silenzio. Ora mi aspetto che, visto che la trattativa c’é stata, siano individuati i pezzi dello Stato che l’hanno portata avanti. Pretendo che si arrivi alla verità. E’ impossibile che sulla storia del nostro Paese debba gravare questo peccato originale della strage di via D’Amelio. Quelle stragi sono state funzionali all’evoluzione politica del nostro Paese”.

Sui pezzi dello Stato coinvolti nella trattativa ancora sostanziale silenzio.

Per Attilio Bolzonila verità è ancora lontana” esiamo sempre ai soliti nomi: i Corleonesi e i piccoli complici dei Corleonesi”.

Un altro importante elemento che emerge dagli atti della Procura di Caltanissetta è la sfiducia nei confronti del collaboratore Massimo Ciancimino, che secondo i pm sembrerebbe “più interessato agli interessi di Cosa nostra che a quelli dello Stato”.

Ciancimino rivela, tramite il suo profilo Facebook, di essere molto amareggiato. “So di essere scomodo alle logighe del procuratore Lari– scrive- che tende, sin da quando ho iniziato a rispondere alle loro domande in merito alle stragi, a non volere alzare il livello della inchiesta. Mi si riconose il merito di avere fatto tornare la memoria a molti potenti di allora, ma a cosa realmente è servito se non a vedere quella triste sequela di vecchi dinosauri della politica imbarrazzati dalle domande dei procuratoti Di Matteo ed Ingroia, spettacolo che sinceramente potevamo anche evitarci? Al momento nessuno degli illustri smemorati è finito sotto inchiesta per le stragi di Capaci. Nonostante le nette contraddizioni dei potenti la procura di Caltanissetta tace. Sono stato il primo a dire che Borsellino morì per essersi opposto alla trattativa, verbale del Gennaio 2008. Oggi la brillante procura di Caltanissettta ha arrestato persone già in stato di detenzione.
Non mi sembra che il livello delle inchieste sia mai voluto salire realmente… Non c’ è mai stata gran volontà nel farlo. Dice che sono stato utile, si sbaglia: sono stato TOTALMENTE INUTILE.”

A vent’anni dall’esplosione dell’auotbomba in via D’Amelio, sono stati condannati gli esecutori materiali, le talpe e i mandanti interni a Cosa nostra.

La mafia sta risarcendo in parte il suo conto con la Giustizia. Ora tocca allo Stato.

Devono venir fuori i nomi di tutti quei falsi propugnatori della legalità che per anni hanno indossato la maschera della vergogna e hanno tentato di occultare ogni singolo granello di verità.

La Procura di Caltanissetta, come quella di Palermo, lascia aperto uno spiraglio.

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