RE GIORGIO 1-PROCURA DI PALERMO 0

Martedì sera, dopo quattro ore di camera di consiglio, la Consulta si è pronunciata sul conflitto di attribuzione sollevato dal Presidente Napolitano nei confronti della Procura di Palermo sulla questione delle intercettazioni tra il Capo dello Stato e il privato cittadino Nicola Mancino, dando ragione, come ci si aspettava, al Quirinale. Si dovrà attendere il nuovo anno per conoscere nello specifico le motivazioni della Consulta, ma il comportamento dei PM palermitani è stato comunque bocciato dalla sentenza della Corte, secondo cui “non spettava alla Procura di Palermo valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica.”. 

 

di Serena Verrecchia

trattativa_ingroia_napo_vince_giorgioGustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale nel 2004, l’aveva detto, nei mesi scorsi: “L’esito è scontato”.

E scontata è stata infatti la decisione della Consulta di accogliere il ricorso che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva presentato contro la Procura di Palermo, in merito alla scottante questione delle intercettazioni telefoniche che quest’estate ha alimentato il dibatitto-attacco nei confronti dei PM palermitani titolari delle inchieste sulla trattativa Stato-mafia.

Secondo la Consulta infatti, “non spettava alla Procura di Palermo valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica” e che, ai sensi dell’articolo 271 c.p.p., 3° comma, i PM palermitani non dovevano “omettere di chiedere al giudice l’immediata distruzione” delle stesse.

La Consulta ha quindi accolto ed abbracciato la tesi del Quirinale, citando una norma che, tra le altre cose, al comma 2, prescrive il divieto di utilizzare le intercettazioni relative a conversazioni o comunicazioni del Presidente della Repubblica, “quando hanno a oggetto fatti conosciuti per ragione del loro ministero, ufficio o professione” , ma nulla dice a proposito di conversazioni tra Colle e un privato cittadino quale era invece Nicola Mancino.

Privato cittadino per giunta inquisito e sotto processo per aver detto il falso nell’ambito della trattativa tra Stato e mafia.

Pretestuosa ed infondata dunque la decisione di Napolitano di sollevare il conflitto di attribuzione nei confronti della Procura palermitana, anche perché, dopo aver dichiarato irrilevante il contenuto di tali intercettazioni ai fini del processo, i PM avevano preannunciato di voler formalmente chiederne al GUP la distruzione nell’apposita udienza a fine procedimento, non avendo nessuna legittimazione a farlo di propria iniziativa (se la Procura avesse distrutto seduta stante le registrazioni, avrebbe commesso un illecito ancora più grave).

Quello sollevato da Napolitano è il più grave conflitto tra poteri dello Stato posto all’attenzione della Corte. Conflitto ad armi impari, che vedeva contrapposta la più alta ed intangibile carica dello Stato, supportata dall’Avvocatura dello Stato, ad una Procura difesa da semplici legali e che, come aveva previsto il già citato Zagrebelsky, non sarebbe mai potuta uscire vincitrice da un contrasto del genere senza ledere l’immagine e l’onorabilità della più alta carica istituzionale e senza che la Corte, dando ragione ai PM palermitani, fosse tacciata di irresponsabilità.

È una sentenza politica– ha commentato Antonio Ingroia dal Guatemala- Noi cornuti e mazziati. Le ragioni della politica hanno prevalso sulle ragioni del diritto: la Consulta non poteva dare torto al Capo dello Stato.”

Si dice invece tranquillo Nino Di Matteo, che ha dichiarato di voler andare avanti nel suo lavoro “nella coscienza di avere agito correttamente e ritenendo di avere sempre rispettato la legge e la Costituzione”. Purtroppo questo non basta più. In un Paese in cui il principio di legalità e di uguaglianza si è eclissato dietro il soverchiante interesse dei più forti, agire nel rispetto delle regole e in ossequio alla Costituzione è diventata un’efferatezza, indice di sedicenti deviazioni mentali e raptus di follia. Sintomatico e illuminante il commento a caldo di Violante: “Certe toghe hanno perso la lucidità”, mentre il re resta immune e incolume dietro la barricata di cortigiani e adulatori.

Re Giorgio 1- PM di Palermo 0. C.v.d.

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