Palermo, venti anni dopo

Venti anni dopo la strage di via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Walter Eddie Cosina, la verità su quell’orribile stagione di stragi e depistaggi non è ancora stata accertata. Antonio Ingroia, pm della Procura di Palermo, ha sostenuto che siamo ormai “nella stanza della verità”, ma che questa stanza è buia e le finestre sono sbarrate. In un clima molto simile a quello del ’92, è necessario ed indispensabile, da parte della società civile, stringersi attorno a chi lavora per l’accertamento della verità e il trionfo della Giustizia.

di Serena Verrecchia

palermo_venti_dopoDi Matteo, Ingroia e Scarpinato, siete voi il nostro Stato”. Questo è il grido con il quale i ragazzi delle Agende rosse, giunti a Palermo da ogni parte d’Italia, hanno fatto il loro ingresso nella Facoltà di Giurisprudenza, dove, anche quest’anno, Antimafia Duemila ha organizzato la conferenza in memoria di Paolo Borsellino, la sera del 18 luglio.

Il direttore Giorgio Bongiovanni ha esordito parlando di un momento particolare nella storia del nostro Paese, di una stagione molto simile a quella che precedette le stragi del ’92 e di magistrati in grave pericolo “perché stanno toccando fili ad alta tensione”.

Cogliere gli sguardi di Nino Di Matteo, in quel momento, è stato particolarmente significativo. Vi si leggeva dentro tutta la determinazione di un uomo che vuole andare avanti nonostante gli immani rischi cui si va incontro, tutta la sete di verità e voglia di Giustizia, tutta la consapevolezza della gravità dell’attuale momento storico e di tutti i pericoli che incombono all’orizzonte.

Proprio Di Matteo, come anche il pm Antonio Ingroia e tutti gli altri intervenuti, ha parlato di solitudine, denunciando l’indifferenza, o meglio, l’avversione delle Istituzioni e della stampa che, negli ultimi mesi, hanno condotto uno scellerato attacco di delegittimazione contro i magistrati della Procura di Palermo e di quella di Caltanissetta (il conflitto di attribuzione aperto da Napolitano contro la Procura di Palermo è solo l’ultimo, emblematico sintomo dell’insofferenza dello Stato nei confronti di ricerca la verità).

Nino Di Matteo, tuttavia, parlando anche a nome degli altri magistrati, ha coraggiosamente affermato di voler andare avanti, nonostante le delegittimazioni, nonostante il fango, nonostante gli attacchi continui ed infami, nonostante i rischi, le minacce e i pericoli.

Il clima è purtroppo davvero troppo simile a quello del ’92; le inchieste di Palermo e quelle di Caltanissetta stanno davvero toccando “fili ad alta tensione”. Si indaga sulla strage di via D’Amelio, sulla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Ci si chiede non solo chi abbia ucciso Paolo Borsellino, ma anche e soprattutto perché.

Chi sono gli uomini delle Istituzioni che hanno trattato con Cosa nostra, chi doveva garantire la copertura politica, chi ha tradito Borsellino? Sono tutti interrogativi ai quali i magistrati siciliani stanno cercando di dare una risposta, ma sono anche domande che scuotono i “palazzi”, che fanno vacillare le poltrone, che sconvolgono i potenti. È per questo che si cerca in ogni modo di ostacolare la ricerca della verità, perché non si tratta più dei sanguinari picciotti di Riina, ma di uomini dello Stato che a Paolo Borsellino hanno stretto la mano, dispensato sorrisi, dato pacche sulle spalle, e che poi lo hanno tradito.

Paolo Borsellino è stato sacrificato per la trattativa tra lo Stato e la mafia, perché ne rappresentava un ostacolo e perché aveva scoperto cose sconcertanti sulla strage di Capaci, in cui perse la vita il suo amico, collega e fratello Giovanni Falcone; cose che, come affermò nel discorso alla biblioteca comunale di Palermo un mese dopo la morte di Falcone, avrebbe rivelato come testimone ai magistrati di Caltanissetta, decretando la sua definitiva condanna a morte.

Paolo Borsellino sapeva troppo e doveva essere messo a tacere.

La sua agenda rossa era testimone di fatti, riflessioni troppo compromettenti e per questo andava fatta sparire.

Il 19 luglio 1992, la strage di via D’Amelio. Muoiono Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Walter Eddie Cosina. In via D’Amelio scompare anche l’agenda rossa del giudice, sottratta dalla sua borsa e mai più ritrovata.

Non posso esimermi dal raccontare cosa si provi a calpestare quello stesso suolo, a guardare quegli stessi palazzi, quello stesso asfalto, quello stesso cielo limpido che Paolo Borsellino e i suoi ragazzi guardarono per l’ultima volta vent’anni fa, prima che un’autobomba li riducesse in brandelli. Non posso non dire cosa si provi ad osservare le lacrime di Antonino Vullo, l’unico agente di scorta sopravvissuto alla strage, mentre sale sul palco, in via D’Amelio, e riceve l’abbraccio commosso di Salvatore Borsellino.

Guardando le mani tremanti dei familiari degli agenti che scortavano il giudice Borsellino, osservando i loro sguardi persi nel vuoto, ascoltando la loro voce commossa, cresce dentro una rabbia che ti obbliga a non rassegnarti.

Venti anni senza Giustizia e verità sono tanti, troppi, ma “siamo entrati nella stanza della verità”, come ha detto mercoledì sera Antonio Ingroia, anche se questa stanza “è buia e qualcuno ha sbarrato le finestre”.

La politica, in gran parte collusa e corrotta, non vuole la verità; non la vogliono i tanti giornalisti che non fanno altro che rispondere ubbidienti ai proclami e alla ragion di Stato; non la vogliono tanti cittadini indifferenti a qualsiasi cosa succeda in questo Paese e non la vogliono neppure tanti magistrati che non hanno mosso un solo dito in difesa dei loro colleghi.

Sono rimasti pochi postulanti di verità e pochi uomini onesti che la ricercano caparbiamente. Uomini che rischiano la faccia e la vita stessa per far luce su quell’orribile stagione che si portò via Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e i loro uomini. Magistrati sottoposti ad ogni tipo di attacco, di delegittimazione, di calunnia, di provvedimenti disciplinari totalmente infondati e pretestuosi, per allontanarli da quella che è la verità.

È qui che scendiamo in campo noi, qui che abbiamo la possibilità di adempiere a quell’obbligo morale che ci lega a Paolo Borsellino; è qui che tocca a noi.

Dobbiamo essere lo scudo e la forza di questi magistrati, supportarli nella loro ricerca e nella loro battaglia, far sentire loro che ci siamo e che siamo dalla loro parte.

Perché questo Paese ne ha visti fin troppi di giudici morti ammazzati.

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