I funzionari del doppio gioco

di Serena Verrecchia

La Procura di Campobasso ha aperto un’indagine sulla vicenda del collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura, che ha gettato sospetti sull’apparato di protezione di collaboratori e testimoni di giustizia in seguito all’individuazione della località segreta nella quale doveva essere protetto. Ciò è accaduto, secondo Bonaventura, a causa della presenza di talpe nei servizi di protezione.

i_funzionari_del_doppio_gioco“La mala sapeva in quale località protetta viveva il mio assistito e si stava organizzando per farlo fuori”. Gettano ombre e sospetti le dichiarazioni dell’avvocato Giulio Calabretta, il legale del collaboratore di Giustizia Luigi Bonaventura.

Sospetti sull’effettivo funzionamento dei servizi di protezione, che dovrebbero garantire per legge la sicurezza e l’incolumità di chi denuncia le organizzazioni criminali, siano essi testimoni di giustizia o pentiti, e che invece palesano sempre più pecche e magagne.

A denunciare, stavolta, è l’ex reggente del clan Vrenna-Bonaventura-Corigliano di Crotone, che negli ultimi mesi è miracolosamente scampato ad un attentato nella città dove risiedeva. Come siano riusciti gli emissari delle cosche a risalire all’abitazione del pentito resta un mistero, dato che il programma di protezione per i collaboratori di giustizia prevede l’assoluta riservatezza sulle informazioni riguardanti gli iscritti al programma.

Per Bonaventura, le filtrazioni di notizie riservate sono dovute alla presenza, negli organi di protezione, di funzionari che fanno il doppiogioco.Tutto è accaduto per la mala organizzazione, per l’incapacità e la corruzione che ormai regna sovrana nelle nostre istituzioniha dichiarato il pentitoDi chi è la colpa? Delle troppe talpe che ci sono”.

La procura di Campobasso ha ora aperto un’indagine a tal proposito, per individuare i presunti diffusori di notizie riservate all’interno degli organi di protezione o per capire come le cosche abbaiano potuto individuare la posizione segreta del pentito.

Bonaventura viveva a Termoli, quindi nel cuore del nostro Molise, per niente immune da infiltrazioni mafiose, con la famiglia, dove, nel luglio del 2011, è stato ritrovato in un garage un vero e proprio arsenale da guerra, “il più grande quantitativo di armi rinvenuto nel centro-sud negli ultimi anni”, appartenente a Felice Ferrazzo, ex capo del clan Mesoraca (una delle famiglie della “santa calabrese”, una sorta di Cupola della ‘ndrangheta).

Secondo l’avvocato Giulio Calabretta il garage in cui era parcheggiata l’auto carica di armi era di proprietà della moglie di un appartenente alle forze dell’ordine. Quelle armi – prosegue Calabretta – dovevano servire ad uccidere il mio assistito”.

Si fa dunque inquietante la vicenda del collaboratore Bonaventura, che nel processo ai fratelli Pelaggi a Modena, è stato lasciato solo tra il pubblico dell’udienza, pur essendo uno dei quattro testimoni chiave del processo.

“Attualmente Luigi Bonaventura è stato abbandonato ed è senza scorta, con grandi e reali pericoli di morte per lui e per la sua famiglia”. In base a quanto dichiarato ancora dal suo avvocato, Luigi Bonaventura avrebbe deciso di abbandonare il programma di protezione e di presentare al Ministero degli Interni una richiesta di risarcimento danni di 2,5 milioni di euro. “Paradossalmente per il mio assistito abbandonare il programma di protezione non rappresenta un rischio, perché i pericoli maggiori li ha trovati proprio nel programma. Quando Bonaventura deciderà di rendere noti tutti gli abusi, le sevizie psicologiche e le prepotenze di ogni genere che ha subito, allora ci si renderà conto che la richiesta di 2 milioni e mezzo è irrisoria.”.

“Ora vivo peggio di prima – ha confessato il pentito – sono stato lasciato completamente solo, nell’indifferenza di tanti. Ricevo telefonate minacciose da parte di chi ho denunciato, e questo grazie alle talpe nel sistema di protezione”.

Anche quest’episodio va annoverato, purtroppo, tra i casi di malagiustizia italiana.

Sullo sfondo di un’Italia che risente ancora oggi delle conseguenze del patto Stato-mafia, della probabile trattativa tra Cosa nostra e pezzi deviati dello Stato, dell’ormai leggendario “papello”, in una cornice di connubio e alleanze tra Stato e Anti-Stato, si inseriscono vicende come questa, di un collaboratore di giustizia che viene spinto a pentirsi di essersi pentito. Ecco lo “straniamento” del punto di vista dell’Italiano: il mafioso, il criminale e la talpa vivono in comunella in un’oasi di benefici, esenzione ed immunità, mentre chi si oppone “al puzzo del compromesso morale”, come lo chiamava Paolo Borsellino, vive prigioniero della solitudine dei diversi, marchiato dalla maledizione della denuncia, perseguitato dal pericolo e dalla minaccia.

Giovanni Falcone disse una volta: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

Questo è lo straniamento di un Paese che assisterà con il posto in prima fila, all’eclissi totale della cultura della legalità.

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