Collusi sempre, partigiani mai

di Serena Verrecchia

La Prima Commissione del Consiglio superiore della magistratura ha aperto, nei mesi scorsi, un fascicolo, poi demandato alla Quarta sezione, che dovrà decidere a giorni sulla questione, nei confronti del magistrato antimafia Antonio Ingroia, giudicando inopportuno il suo intervento sul tema della Giustizia al congresso del Pdci, svoltosi a Rimini lo scorso 30 ottobre, durante il quale il pm si definì “partigiano della Costituzione”. Il magistrato, già da tempo bersaglio delle delegittimazioni della politica e dei poteri forti, nonché costantemente nel mirino di Cosa nostra, rischia di beccarsi un provvedimento disciplinare e una nota di demerito che potrebbe incidere sulla sua carriere e sulle funzioni da lui ricoperte.

cantone-ingroia-ila-2Assolutamente premonitrice l’apertura dell’intervento del pm palermitano Antonio Ingroia, al congresso del Pdci a Rimini, lo scorso 30 ottobre.

Con il contegno di chi sa già di essere un bersaglio da braccare, da ridurre al silenzio, da sopprimere con la macchina del fango, il pm esordì dicendo: “Sono felice di dare il mio contributo con un parere sul tema della Giustizia, pur prevedendo le polemiche che mi potrebbero investire per il solo fatto di essere presente qui, oggi”.

E, difatti, le polemiche sono giunte, subitanee, a colpire la persona e il simbolo Antonio Ingroia, magistrato impegnato da anni in delicate inchieste sulla criminalità organizzata e sulla trattativa Stato-mafia, costantemente nel mirino di Cosa nostra e bersaglio prediletto per le delegittimazioni e l’acredine dei poteri collusi.

Attacchi provenienti, stavolta, non solo dai soliti giornalisti al soldo della politica, che auspicano il sonno eterno della Giustizia  e l’affermazione incontrastata dell’iniquità e dell’abuso, ma anche dall’organo garante dell’indipendenza e autonomia della magistratura, il Csm.

Quale grave negligenza, quale mancanza, quale errore inammissibile, ha commesso dunque Ingroia, per far sì che la Prima Commissione del Csm, quella competente sui trasferimenti d’ufficio dei magistrati, aprisse un fascicolo su di lui?

Si è semplicemente definito un partigiano della Costituzione.

“Ho giurato sulla Costituzione, la difendo e sempre la difenderò, anche a costo di essere investito da critiche”, aveva proclamato il magistrato antimafia durante il congresso del Pdci.

“Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni – e non sempre certa magistratura che frequenta troppo certi salotti e certe stanze del potere lo è – ma io confesso non mi sento del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano e nel senso più nobile del termine. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Anpi, ma sopratutto perché sono un partigiano della Costituzione. In questo non sono imparziale: fra chi difende la Costituzione e chi la offende quotidianamente, so da che parte stare. Fra chi difende il principio di uguaglianza e chi cerca di introdurre quotidianamente  nuovi privilegi e impunità, so da che parte stare. Fra chi difende l’autonomia della magistratura e vuole più Giustizia per i cittadini e chi  invece sta distruggendo il senso di Giustizia per i cittadini con leggi come quella sulla prescrizione breve e sul processo lungo, so da che parte stareDa magistrato democratico sto dalla parte della Costituzione.”

Definirsi “partigiani” è già di per sé una bestemmia in Italia, figurarsi se a farlo è un magistrato che dichiara, oltre che dimostrandolo con i fatti, di essere disposto a morire pur di difendere quel pezzo di Carta per il quale tanta gente ha versato il sangue, e che è oggi continuamente calpestato, oltraggiato e ingiuriato dagli assassini della Legalità e dai propugnatori della cultura del “difendi unicamente i tuoi interessi”.

Il fascicolo su Ingroia è stato archiviato dalla Prima Commissione, in quanto si tratterebbe di un caso isolato e non ci sarebbero gli estremi per l’ipotesi di un’incompatibilità con le funzioni di pubblico ministero.

Tuttavia, la faccenda è stata demandata alla Quarta Sezione del Consiglio superiore della magistratura, quella che si occupa delle valutazioni sulla professionalità dei magistrati, e sarà il plenum a decidere nei prossimi giorni.

La vicenda che ha visto vittima Antonio Ingroia è solo un altro segnale della doppiezza e dell’ipocrisia di questo Paese; un Paese nel quale l’organo di tutela dell’indipendenza della magistratura è sempre più incline a dipendere dai poteri forti, quelli dai quali dovrebbe salvaguardarsi; un Paese in cui una bestemmia di un Presidente del Consiglio va contestualizzata, mentre una proclamazione d’amore nei confronti della Giustizia (perché questo è definirsi “partigiani della Costituzione”) finisce per essere un’aberrazione da condannare all’unanimità.

“Non contro la disoccupazione. Non contro l’evasione fiscale. Non contro la corruzione. L’unica vera guerra combattuta dal governo negli ultimi anni è stata quella contro la magistratura”, ha scritto Gian Carlo Caselli, intervenendo immediatamente in difesa di Antonio Ingroia, “un collega che stimo e che ho potuto apprezzare sul campo”.

Perché, in Italia, si può essere tutto. Corruttori, scippatori, delinquenti, Lele Mora, tronisti e mafiosi. Ma mai partigiani, mai partigiani della Costituzione.

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