CAPACI/ Alcuni uomini non passano mai. Giovanni Falcone, venti anni dopo

Sono passati venti anni dalla strage di Capaci, nella quale morirono il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. È indelebile quella ferita ed è altrettanto indelebile oggi, venti anni dopo, il ricordo di questi martiri che si sono immolati per la Giustizia.

di Serena Verrecchia

giovanni_falcone_capaci23 maggio 1992, Palermo, svincolo di Capaci. Ore 17:56.

Cinque quintali di tritolo e cento metri di asfalto completamente sradicati. Muoiono cinque persone, due magistrati e tre poliziotti.

Quella giornata ha profondamente cambiato il destino di quest’Italia attonita e impaurita, ha inciso in qualche modo sulle nostre vite, sull’immagine di questo Paese.

Nella strage di Capaci persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Tutti strappati in modo violento da questa vita, tutti uomini semplici che questo sistema malato ha costretto a diventare martiri di Giustizia. Le loro vite si differenziano per molti aspetti, ma hanno in comune la stessa, tragica fine.

Sono passati vent’anni dal “botto di Capaci” e l’amarezza e la rabbia sono ancora dolorose, molto più dolorose. Perché in questi vent’anni si sono aperti degli squarci di verità su quella tragica stagione di attentati, che fanno rabbrividire e crescere la rabbia.

È ormai stata accertata quasi del tutto l’ipotesi di una trattativa tra pezzi deviati dello Stato e Cosa nostra, che si consumò presumibilmente a partire dal giugno del 1992;

ciò vuol dire che molti dei politici e dei rappresentanti delle Istituzioni che in quel maggio parteciparono ai funerali di Stato di Falcone, strinsero poi quella stessa mano che aveva dato il via al progetto stragista, che aveva deciso la morte del giudice Falcone, di sua moglie e degli angeli della scorta. Quella stessa mano che cinquantasette giorni dopo avrebbe ordinato di far saltare in aria anche Paolo Borsellino e i suoi uomini.

Giovanni Falcone è indubbiamente uno dei giudici più noti d’Italia, e la sua fama può estendersi a livello internazionale (negli Stati Uniti gli agenti dell’FBI che collaborarono alla fine degli anni Ottanta con Falcone, piangono ancora dinanzi alla statua che lo raffigura, all’entrata dell’Accademia delle forze federali a Quantico, in Virginia), eppure la sua non fu una vita di successi e onori tributati.

Il 25 giugno 1992, in un incontro alla biblioteca comunale di Palermo, Paolo Borsellino rivelò di essere a conoscenza di “alcune cose” che avrebbe riferito all’autorità giudiziaria, come testimone. Disse: “Sono testimone perché avendo vissuto a lungo la mia esperienza lavorativa accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.”

Secondo Paolo Borsellino,Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio 1988”, quando il Csm gli preferì, alla guida della Procura di Palermo, il più anziano Antonino Meli. Da quel giorno ebbe inizio per Falcone un lento e lungo travaglio.

Il suo amico e collega si era “reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse.”.

Nel ’91, il giudice decide di accettare la proposta del ministro Martelli di iniziare a lavorare al Ministero di Grazia e Giustizia, a Roma, lontano dai veleni di Palermo.

Ma anche a Roma fu la vittima prediletta della macchina del fango, che lo accusava di leccare i piedi al potere, di aver messo a rischio l’indipendenza della magistratura, di essersi montato la testa.  Tutte accuse che lo ferirono profondamente, ma che lui respinse con la solita, pacata rassegnazione.

Torniamo ancora indietro negli anni, al 21 giugno 1989. Al fallito attentato all’Addaura.

Una borsa con cinquantotto candelotti di dinamite era stata posizionata sugli scogli vicino al luogo dove il magistrato aveva progettato di fare un bagno insieme a due colleghi svizzeri. Fortunatamente qualcosa andò storto. La mafia aveva tentato di uccidere Giovanni Falcone, ma aveva fallito. Furono inquietanti, però, le parole del giudice scampato all’attentato: Ci troviamo difronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia”

Chi sono queste “menti raffinatissime”?

L’attentato all’Addaura era stato progettato per il giorno precedente, ma Falcone decise di cambiare all’ultimo momento i suoi programmi, informandone solo pochissime persone. Come faceva la mafia a sapere dei cambi di programma del giudice?

“A me disse a chiare lettere che sospettava di Bruno Contrada”, riferì il procuratore aggiunto Ignazio De Francisci.

Bruno Contrada era il numero due del Sisde (servizi segreti), poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Quel giorno all’Addaura c’era anche un canotto con due finti sommozzatori, che si trovavano lì per impedire che i candelotti esplodessero. Si tratta degli agenti Nino Agostino ed Emanuele Piazza, entrambi morti in circostanze tragiche e misteriose (il primo fu ucciso insieme alla moglie due mesi dopo; il secondo fu strangolato e poi sciolto nell’acido).

Anche in quest’occasione, Giovanni Falcone fu praticamente linciato, distrutto nell’immagine professionale. Ci fu addirittura chi avanzò l’ipotesi che l’attentato se lo fosse fatto da solo, perché la mafia non fallisce mai e perché lui era ormai in preda alle strane manie della star.

Le delegittimazioni di cui fu vittima Giovanni Falcone in vita testimoniano come questo Paese sia il primo ad ammazzare i suoi eroi.

Se materialmente fu ucciso dalla mafia, ad ucciderlo professionalmente quando era ancora vivo furono molti colleghi, la Procura di Palermo, il Csm, la politica, i servizi segreti e, in alcuni casi, la stessa opinione pubblica.

Tutta gente che ai funerali di Stato sarà ai primi posti, davanti alle telecamere, e che negli anni farà a gara ad accaparrarsi la memoria di Falcone, amico e collega stimato.

Sono passati venti anni e non è cambiato molto.

Io di vent’anni fa non ho nessun ricordo, non ero ancora nata nella terribile estate delle stragi, ma quel sorriso, quello sguardo, mi è rimasto per sempre dentro, come qualcosa di indistruttibile e fisso. A volte penso che avrei voluto essergli vicino nei momenti difficili, tentare di proteggerlo pur sapendo benissimo che non poteva essere protetto. Avrei voluto semplicemente essere lì, osservarlo, alleviargli la solitudine, esserci.

Sento incombere sulle mie spalle quel dovere morale al quale ci ha chiamati Paolo Borsellino quando, ricordando le vittime della strage di Capaci, disse: “Sono morti per noi e abbiamo un grosso  debito presso di loro”. Un debito immenso che forse non riusciremo mai a ripagare, ma ciò non toglie che ognuno di noi debba provarci, giorno dopo giorno, senza stare a guardare, senza pensare che “tanto le cose non cambiano comunque” e che, in fondo, non ne valga la pena. Perché Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro sapevano che sarebbe stato difficile, sapevano di dover morire, ma non si sono tirati indietro, non si sono voltati dall’altra parte. Sono morti per noi.

“Gli uomini passano, le idee restano” sì, ma alcuni uomini non passano, e non devono passare mai.

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.