Al di sopra della legge

In seguito all’editoriale di Eugenio Scalfari, fondatore di “La Repubblica”, si è aperta una polemica, destinata a protrarsi ancora per molto, sulla legittimità o meno di intercettare il Presidente della Repubblica. Secondo il procuratore di Palermo Francesco Messineo e secondo il magistrato Antonio Ingroia, la Procura di Palermo non si è macchiata di nessun atto illecito. La questione è, semmai, stabilire quale ruolo stia effettivamente giocando il Colle in questa faccenda così delicata per il nostro Paese.

di Serena Verrecchia

NAPOLIMAFIADomenica, leggendo l’editoriale di Eugenio Scalfari, fondatore di “La Repubblica” e uno dei padri del giornalismo italiano, si è avuta l’impressione di essere tornati indietro di vent’anni, nel clima in cui si inserì il noto articolo “I professionisti dell’antimafia” di Leonardo Sciascia, che andava ad attaccare la figura di magistrati del calibro di Falcone e Borsellino.

Stavolta però, l’attacco è macchiato anche da una certa dose di servilismo che, non si sa come, quando c’è di mezzo il capo dello Stato, è sempre legittima e giustificata.

Scalfari polemizza con Il Fatto Quotidiano perché, a suo parere, “quei giornali così legittimamente desiderosi di chiarire eventuali misteri e possibili ipotesi di reato scrivono come se sia un fatto ovvio che il Presidente della Repubblica è stato intercettato e che il nastro dell’intercettazione è tuttora esistente e custodito dalla Procura di Palermo”.

Il riferimento è alle intercettazioni tra il Colle e Nicola Mancino, ministro degli Interni all’epoca della strage di via D’Amelio e attualmente indagato dalla Procura di Palermo per falsa testimonianza nell’ambito della trattativa Stato-mafia.

Nicola Mancino è l’ex ministro dalla memoria corta, colui che non ricorda di aver incontrato, il giorno del suo insediamento al potere, il 1 luglio 1992, Paolo Borsellino, allora il magistrato più famoso d’Italia, che pure aveva annotato l’appuntamento sulla sua agenda grigia.

Secondo Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco Vito, Mancino fu messo al corrente della trattativa ed è plausibile che il giorno del suo insediamento, e del suo incontro con Borsellino, ne sapesse abbastanza a tal proposito.

Il pentito Gaspare Mutolo, che veniva interrogato proprio in quei giorni dal giudice Borsellino, parla di un uomo sconvolto al suo ritorno dal Viminale, che addirittura “fumava due sigarette per volta”.

Al di là del ruolo svolto da Nicola Mancino all’interno della trattativa, la polemica si è ora focalizzata sulla legittimità o meno dell’esistenza di intercettazioni che possano in qualche modo compromettere il Presidente della Repubblica.

Sempre secondo il fondatore di Repubblica, “gli intercettatori avrebbero dovuto interrompere immediatamente il contatto. Non lo fecero. Forse l’agente di polizia giudiziario incaricato dell’operazione non sapeva o aveva dimenticato che da quel momento in poi stava commettendo un gravissimo illecito, che divenne ancora più grave quando il nastro fu consegnato ai sostituti procuratori i quali lo lessero, poi dichiararono pubblicamente che la conversazione risultava irrilevante ai fini processuali, ma anziché distruggerlo lo conservarono nella cassaforte del loro ufficio dove tuttora si trova”.

Fortunatamente, è arrivata, pronta, la replica della Procura di Palermo: “Nell’ordinamento attuale– afferma il procuratore Francesco Messineonessuna norma prescrive o anche soltanto autorizza l’immediata cessazione dell’ascolto e della registrazione quando, nel corso di una intercettazione telefonica legittimamente autorizzata, venga casualmente ascoltata una conversazione fra il soggetto sottoposto ad intercettazione ed altra persona nei cui confronti non poteva essere disposta alcuna intercettazione. Si muovono alla polizia giudiziaria ed alla Procura di Palermo gravi quanto infondate accuse di avere commesso persino ‘gravissimi illeciti’ violando non meglio specificate norme giuridiche”.

Subitanea anche la replica di Antonio Ingroia: Dispiace che un padre del giornalismo italiano sia incorso in questo grave infortunio dimostrando di non conoscere le più elementari regole della procedura. Lui ci accusa di non rispettare la Costituzione. Si informi, ma non è laureato in giurisprudenza e glielo possiamo perdonare”.

La polemica è comunque destinata a non estinguersi in breve tempo: da una parte ci sono i magistrati che indagano sulla trattativa, che fanno più fatica a difendersi dagli attacchi politici e mediatici che a scoprire la verità su questa pagina buia della nostra storia, e dall’altra gli apologeti di Napolitano, d’un tratto tutti ossequiosi delle leggi e devoti difensori dello Stato.

Il problema non è stabilire quale delle due parti abbia ragione e quale torto.

La questione è stabilire se il Presidente della Repubblica, la più alta carica dello Stato, stia effettivamente facendo pressione per venire incontro a Mancino, che minaccia di tirare in ballo altre persone. E se sì, per quale motivo?

Quale ruolo svolge il Colle in questa faccenda così delicata per il nostro Paese? E perché si inneggia all’immunità di Napolitano?

Il Presidente della Repubblica, così come ogni singolo cittadino, non è al di sopra della legge e non può mettersi di traverso alla ricerca della verità da parte delle autorità giudiziarie.

Perché si vuole impedire a tutti i costi che si squarci il velo del silenzio e si faccia finalmente luce sulla trattativa Stato-mafia?

Chi e cosa c’è in ballo?

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