Un referendum senza memoria. Per dividere

A che cosa mira il referendum sull’articolo 18? A correggere un errore? Quello di dare più potere ai giudici nei licenziamenti NON discriminatori (che quelli discriminatori sono stati salvaguardati) è un pasticcio e un errore. Ma rimettere al centro l’articolo 18, come se fosse il problema principale, è un errore ancora più grave. Oscura il tema dell’altro referendum, non a caso. Il famigerato articolo 8 di Sacconi e Marchionne. Dimentica la storia dei referendum sul lavoro dall’’84 a oggi. Hanno prodotto solo danni, sia quando sono stati persi che quando sono stati “vinti”. Serve solo a alimentare polemiche nel campo della sinistra. NON sul merito: sono tutti d’accordo che nel programma del dopo elezioni si debba rimettere mano alla riforma Fornero (a partire dalle pensioni). Il tema è sempre e solo quello del giudizio sulla scelta del PD di passare per Monti per arrivare alle elezioni. I temi della tattica, e del contingente, hanno il sopravvento. Ma gli elettori del centro-sinistra non stanno a guardare, vogliono prendere in mano il loro futuro.

di Giovanni Principe

comitato_referendarioCoazione a ripetere. Pulsione di morte autodistruttiva.

Detto senza riferimenti psicoanalitici: tafazzismo recidivo.

Questo mi sembra, con la massima franchezza, il referendum sull’articolo 18. Ritorno sul luogo del delitto.

E sì che tra i promotori ci sono persone a cui ho sempre guardato con grande rispetto. Umberto Romagnoli è un faro, un punto fermo nella storia del diritto del lavoro. Sergio Cofferati ha portato in piazza tre milioni di persone per arginare l’offensiva, quella sì demolitoria, da “arma totale”, di Berlusconi e Sacconi contro l’articolo 18. Gli altri sono politici e come tali devono essere giudicati. Per i fini (politici) che li muovono, trasparenti, legittimi anche se non condivisibili. Non certo per il merito della questione.

La riforma Fornero ha molte pecche. Più ancora di omissione che di opere. Prometteva molto di più di quello che ha realizzato. Ma ha fatto danni, soprattutto, per la cocciuta insistenza sulla revisione dell’articolo 18, che ha pesato come un macigno.

E’ un tema tremendamente importante, sia chiaro. Se, con l’articolo 18, viene meno la tutela reale (il reintegro nel posto di lavoro) per i licenziamenti discriminatori, il rapporto di lavoro retrocede nella barbarie. Quella barriera di civiltà è stata effettivamente insidiata, ma l’iniziativa parlamentare, nonostante le minacce roboanti del Presidente del Consiglio, l’ha salvaguardata in toto.

L’intervento si è così limitato alle altre tipologie di licenziamenti (disciplinari o economici), combinando in effetti un pasticcio (me ne sono occupato in altri post, anche in questo blog). Ma è un altro conto. Le norme già consentivano alle imprese di far ricorso a quel genere di licenziamenti, con procedure più o meno complicate e garantiste. Imprenditori “seri” e sindacati concordavano, a questo proposito, che il problema fondamentale fosse la lentezza e per certi versi l’imprevedibilità, ai limiti dell’imperscrutabilità, dell’intervento del giudice. Tanto è vero che il ricorso alla sede giurisdizionale è rimasto molto limitato e sempre aleatorio.

Quello era l’intervento, dunque, che riscuoteva più consensi: accorciare e semplificare l’iter giudiziario. Ma si trattava, come è evidente, di un aspetto che è difficile definire strategico. Lo si doveva affrontare, in coda, senza squilli di fanfara ideologici, come manutenzione ordinaria di un istituto di civiltà da preservare. Invece no. “L’Europa lo chiede”. “Senza riforma dell’articolo 18 tutta la riforma cade”. E alla fin fine, pur di dimostrare di aver cambiato qualcosa, è stato fatto il contrario di quel che si doveva. E’ stato appesantito ancor più il percorso giudiziario dando più peso alla discrezionalità del giudice. Favorirà le imprese o i lavoratori? Saperlo! Lo diranno le statistiche. Certo non favorisce l’autonomia delle relazioni sindacali né un loro sviluppo in senso costruttivo.

Affrontando con queste premesse una partita di quella importanza il governo dei professori si è dimostrato, ad un tempo, tecnicamente debole e politicamente schierato (dalla parte sbagliata). Starà dunque al governo politico che subentrerà nella prossima primavera riprendere in mano quella partita per metterla su basi più ragionevoli, nel senso di più eque, innanzi tutto, ma anche più efficaci (perché le storture del nostro mercato del lavoro sono ancora lontane dall’essere rimosse).

In particolare, sui licenziamenti non discriminatori si deve capovolgere la logica della legge 92/12 e, anziché dare ancora più potere all’intervento del giudice, snellire le procedure e dare maggiori certezze a lavoratori e imprese.

Bene, si dirà, perché allora prendersela con il referendum? Se bisognerà correggere, perché non dare un incoraggiamento?

Il fatto è che non è un incoraggiamento, in primo luogo perché svia l’attenzione dai temi principali, poi perché può essere addirittura un “aiutino” a chi vuole peggiorare, infine perché è di ostacolo al cammino verso un governo di sinistra.

Svia l’attenzione. L’argomento principale contro il tentativo di Monti, sostenuto dal PdL (con la strizzata d’occhio dei centristi), di metterlo al centro dell’attenzione (per abolirlo) è stato proprio questo, che non è il tema principale. Che non solo non incentiva le assunzioni ma facilita le uscite. Che non solo non aiuta la competitività ma, spostando ancor più i rapporti di forza (e quindi la distribuzione del reddito) a danno dei salari allontana ulteriormente gli investimenti per l’ammodernamento del sistema produttivo.

Rievocare adesso la “madre di tutte le battaglie” per rimettere mano a quella che è stata un’operazione di manutenzione, pur pasticciata e dannosa, serve solo a far riesumare bandiere e a far lanciare proclami (da una parte e dall’altra) quando meno ce n’è bisogno, vista l’urgenza e la drammaticità dei problemi reali da affrontare.

Se ne ha la dimostrazione evidente all’atto stesso della presentazione del referendum. Perché non un solo referendum, sono due. Ma l’altro, che coglie comunque un problema molto rilevante anche se poco adatto ad essere tradotto in bandiere e slogan, resta del tutto ignorato dagli organi di informazione, tutti calamitati dall’articolo 18. E sì che, oltre ad essere un tema rilevante, è anche la sintesi di dieci anni di politica del governo Berlusconi contro i lavoratori e contro i sindacati (tutti, in questo caso). Si tratta dell’ art.8 del decreto 138/2011 convertito dalla Legge 14 settembre 2011, n. 148 secondo cui si possono stabilire intese di livello aziendale, applicabili a tutti i lavoratori, anche in deroga alle disposizioni di legge e ai contratti di lavoro (purché nel rispetto della Costituzione e dei “vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro”).

Com quella norma la destra intendeva convalidare l’accordo “in deroga” imposto da Marchionne a Pomigliano ma ne ha preso spunto per una norma generale che rendesse derogabili, oltre ai contratti nazionali (tema su cui era aperto il dibattito) perfino le leggi nazionali. Una barbarie, era stata definita anche questa, con l’occhio proprio all’articolo 18. La legge vieta il licenziamento discriminatorio? Bene, se in un’azienda la maggioranza dei lavoratori è d’accordo (ipotesi da non escludere se si pensa che le discriminazioni sono nella generalità dei casi rivolte contro minoranze, o addirittura individui), si può fare.

Naturalmente sono in molti, anche tra i giuristi, a sostenere che nessun giudice potrebbe sovvertire in modo così plateale un principio cardine del diritto come quello della “gerarchia delle fonti”, tanto più di fronte a un caso di lesione di diritti fondamentali per il quale non sarebbe difficile rinvenire la fonte costituzionale che li tutela e pertanto lo impedisce. Ma è evidente che introdurre nell’ordinamento una legge “tritolo” come questa, messa lì con l’intenzione dichiarata di far esplodere e mandare in frantumi l’edificio del diritto del lavoro del nostro paese, non resta senza conseguenze e apre la strada al Far West (come pure è stato definito, a ragione).

Il governo Monti avrebbe dovuto cancellare quella norma, ma in questo Parlamento non c’è una maggioranza per farlo (Monti comunque non ha fatto sapere che ne pensa …). Tra le urgenze per un futuro governo di centro-sinistra, se dalle elezioni uscirà una maggioranza di segno opposto rispetto alla attuale, ci sarà anche questa. Se ne poteva fare una bandiera?

Il tema era senz’altro più rilevante. Ma è stato oscurato dall’articolo 18. Perché? Perché bisognava mettere sullo stesso piano la riforma Fornero e quella Sacconi e perché il bersaglio dei referendum non è Sacconi, né Berlusconi, ma Monti e, attraverso quello, il PD.

Ma non è finita qui. Dichiarare che il referendum serve a incalzare il PD (che potrebbe assumere la guida del Governo del Paese) perché non sia preso da amnesie dopo le elezioni, magari in nome di patti di governo con forze moderate, è una balla. Si dice: ma nell’anno delle elezioni non si fanno referendum, quindi serve effettivamente per il dopo. Certo. Ma abbiamo alle spalle una storia, per quello che riguarda i referendum in materia di lavoro, che la dice lunga sull’efficacia dello strumento referendario in questo campo.

Il referendum sulla scala mobile, perso, è servito a legittimare la successiva abolizione del meccanismo dell’”inflazione programmata” ideato da Tarantelli (che era ancora un automatismo “in tempo reale”), lasciando solo la foglia di fico dell’”indennità di vacanza contrattuale”.

Quello sull’abolizione della soglia dei 15 addetti, perso anch’esso in modo magistrale, è servito a rinfocolare le sortite per l’abolizione dell’articolo 18 che dopo il Circo Massimo erano state lasciate cadere per il timore di una frana nei consensi.

L’unico che è stato vinto (!!!), quello che doveva punire i sindacati confederali per la pretesa di monopolizzare la rappresentanza aprendo la strada a tutti i firmatari degli accordi (e solo a quelli!!!) ha punito in effetti la CGIL e, in particolare, la FIOM che oggi è costretta a fare sindacato dai camper.

Insomma, un referendum in procinto di essere celebrato potrebbe alimentare molte tentazioni di rivincita nello schieramento moderato (quello vero, quello di centro-destra). Aiuterebbe il PD, e le forze di sinistra in genere, nel confronto parlamentare con le forze anti-labour? Probabile che si verifichi piuttosto il contrario, no?

Infine parliamo delle elezioni. Anche forse non ce ne sarebbe bisogno, perché la questione si pone in termini assai chiari.

La valutazione che ha portato il PD a sostenere Monti (la cosiddetta “riduzione del danno”) è contestata ed è, ovviamente, contestabile. Anche all’interno del PD il dibattito sul tema è andato avanti, senza che comportasse rotture, come si conviene a un partito che si fonda su basi ideali e programmatiche che vanno oltre il contingente e sopporta quindi un dibattito sulle scelte tattiche che può portare a perdite di consenso senza risultare lacerante.

Altre forze ne hanno fatto invece un tema identitario, che va ben oltre il contingente e le valutazioni di fase. “Il PD è assimilato al centro-destra” non è una valutazione politica ragionata ma uno slogan ad effetto che calpesta la realtà per alimentare la polemica. Potrei dire che offende anche qualche milione di persone, se non fosse che non mi sembra che nel popolo del PD quelle affermazioni siano degnate da più che una alzata di spalle. E da qualche indulgenza (anche loro hanno da campa’).

Per quello che mi riguarda personalmente, faccio invece fatica ad essere indulgente. Chi alimenta la polemica è animato dalle migliori intenzioni? Ma la saggezza popolare insegna che si finisce dritti dritti all’inferno. E i cittadini di questo paese, i lavoratori in particolare, non meritano questa sorte.

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.