Riforma del lavoro. Figlia di nessuno?

Al voto, salvo sorprese dell’ultimo minuto, la riforma del lavoro. Ma non si vede nessun entusiasmo. Solo critiche, prese di distanza e appuntamenti per cambiare questo o quel punto appena possibile. È possibile un bilancio ragionato? Delle luci e delle ombre, dei passi in avanti e di quelli indietro, delle attese deluse e degli obiettivi raggiunti? E si può fissare con una certa chiarezza la linea di demarcazione tra destra e sinistra in una materia chiave come il lavoro?

di Giovanni Principe

riforma_figlia_di_nessunoIn queste ore, con quattro voti di fiducia per presentarsi al vertice chiave di Bruxelles avendo “fatto i compiti a casa”, si chiude il percorso della “Riforma lavoro”.

Nel Pdl molti votano contro. Cicchitto ha avvisato “è l’ultima fiducia che vi diamo”.

Il Pd voterà compatto ma il responsabile del Dipartimento competente dichiara testualmente (II conferenza nazionale sul Lavoro, Napoli, 15 giugno): “l’attenzione dedicata alle regole del mercato del lavoro nell’agenda europea e italiana è stata eccessiva e fuorviante, frutto di una linea di politica economica sbagliata”, pur affermando che i “rilevanti limiti” della legge “difficilmente possono essere risolti nel passaggio alla Camera”: superarli sarà una priorità … “per la prossima legislatura”. Per il neo-Presidente di Confindustria, Squinzi, la legge è “una bojata”. Lega e Idv sparano alzo zero.

Mi occupo da qualche decennio della materia. Mi sono spesso domandato, in questi lunghi mesi di dibattito, di scontri, di commenti giornalistici e “accademici”, quali elementi di conoscenza e di informazione siano stati forniti al cittadino per farsi un giudizio su questa legge. Su un punto specifico, che ad un certo punto era diventato decisivo, l’articolo 18, mi sono anche espresso, per quel po’ che poteva contare. Era però netta l’impressione che nel complesso vi fosse una babele di linguaggi, in un caos, di asserzioni e negazioni, quasi mai dimostrate e comunque assai male argomentate, e che fosse perciò impossibile raccapezzarsi.

Ma se è figlia di nessuno, o al più di un governo che ha una maggioranza numerica ma non politica, come può essere spesa in Europa? E se la maggioranza di quelli che la votano sembrano convinti di aver limitato i danni ma si guardano bene dal vantare il risultato ottenuto, che bisogno c’era di smuovere mezzo mondo (sindacale, economico, oltre che politico)?

Non pretendo di risolvere il pasticcio. Provo però a fare la mia parte. Dalla parte della sinistra, proponendo qualche risposta a domande che ho sentito avanzare di frequente.

  1. E’ vero che la riforma del mercato del lavoro è un tema tipico della destra?

No. E’ falso. Il tema viene messo al centro dell’agenda europea nel momento in cui prevalevano le sinistre e si inserisce nel quadro della risposta dell’Europa socialdemocratica (il “modello sociale europeo”) al credo liberista imperante in USA. In Italia la prima legge di riforma (Pacchetto Treu, legge 196 del 1997) nasce da un accordo tra il governo Prodi e le confederazioni sindacali (del 1996) definito “Patto per il Lavoro”.

  1. E’ vero che si è trattato di un errore delle sinistre che hanno sposato un tema della destra?

No. E’ falso. La destra ha sempre concepito il mercato del lavoro come un mercato senza regole e senza protezioni per la parte più debole (i lavoratori) sostenendo che si tratta di una normale compravendita tra persone libere alla pari. La riforma del lavoro “europea” mirava invece alla tutela del lavoro dipendente; insieme, puntava ad affrontare il problema della disoccupazione in Europa (allora più alta che negli USA) partendo dal presupposto che all’origine vi fosse, oltre che una debole domanda di lavoro da parte delle imprese, anche un funzionamento poco efficiente e poco equo del mercato del lavoro. Perciò occorreva introdurre regole e dinamiche che:

a) favorissero la nascita di nuove iniziative imprenditoriali;

b) permettessero un’organizzazione del lavoro più flessibile, ma non più precaria;

c) promuovessero una qualità delle prestazioni più elevata e meglio remunerata.

  1. Ma allora perché non ci sono differenze tra le riforme della destra e quelle della sinistra?

Le differenze ci sono e sono enormi, anche se la destra, una volta andata al governo nel 2001, ha sostenuto il contrario per nascondere la sostanza della sua politica in materia di lavoro. Basti dire che nel pacchetto Treu si introduceva una sola nuova tipologia, il lavoro interinale: flessibile, sì, ma remunerata e tutelata perfino meglio del corrispondente lavoro fisso proprio per compensare la flessibilità. Viceversa, la legge 30 del 2003, vanto della destra, introduceva otto nuove tipologie di lavoro (cocopro, voucher, staff leasing, ecc.) tutte meno onerose per l’impresa e meno tutelate per il lavoratore. Non solo. Dopo il pacchetto Treu era stata approvata dal centro sinistra una legge (144 del 2009) che introduceva i fondi inteprofessionali (a carico delle imprese) per garantire la formazione ai lavoratori e indicava le linee guida per una riforma degli ammortizzatori sociali per allargare la platea di lavoratori beneficiari (fino allora molto ristretta) e aumentare la copertura rispetto al salario (molto bassa in genere e appena sufficiente per i soli dipendenti delle grandi imprese). La destra ha ritardato di quattro anni l’operatività dei Fondi per la formazione e ha lasciato cadere la riforma degli ammortizzatori sociali

  1. Ma l’abrogazione dell’articolo 18, che era il cuore della riforma Fornero, non è un cavallo di battaglia della destra?

Certamente. Averne fatto il tema centrale, come volevano Berlusconi, Sacconi e la Marcegaglia, è stato un grave errore (politico ma anche culturale, trattandosi di professori). E’ stato corretto per merito del PD. Ne è uscita però una norma farraginosa che renderà più complicato il lavoro dei giudici (che invece erano tutti d’accordo a snellire, nell’interesse di entrambe le parti in causa). Accanto a questo, altri limiti sono stati denunciati per quanto riguarda il lavoro atipico (aumento dei contributi per le partite IVA, tutele inferiori alle attese) mentre ci si aspettava che l’occasione della legge fosse colta per correggere le storture della riforma delle pensioni (esodati).

  1. Ma se ha questi limiti, perché votarla?

Un grave errore politico, corretto (con qualche danno), e qualche attesa delusa non possono trasformare un passo in avanti, meno ampio di quanto poteva essere, in un passo indietro. E il passo in avanti riguarda proprio la riforma degli ammortizzatori sociali: per la destra si poteva continuare all’infinito con gli ammortizzatori in deroga, una sistema che trasforma un diritto in un favore, sotto il cappello della politica ai vari livelli, ma infine la riforma è stata messa in piedi, sia pure in modo graduale. Riguarda, per fare altri esempi, la formazione, il riconoscimento delle competenze acquisite per i passaggi di qualifica, il rilancio su nuove basi dell’apprendistato. Riguarda il disboscamento delle forme atipiche ( quella minore flessibilità in entrata con cui se la prende il PdL). Riguarda la rete dei centri per l’impiego, per portare quelli più inefficienti al livello delle aree in cui funzionano.

Ovviamente, molti altri temi andrebbero approfonditi in una materia così complessa. Ma resto dell’opinione che i nodi cruciali attorno a cui si deve fare chiarezza, aprendo un dibattito senza remore ma anche “lucido” e informato, siano quelli su cui mi sono pronunciato. Non è un tema facile con cui cimentarsi ma è uno di quelli che tocca più da vicino e più nel profondo le nostre vite. E che può condizionare più pesantemente il futuro, soprattutto per chi ne ha di più davanti a sé.

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