Reddito garantito: si può fare, ma come?

Parliamo di reddito minimo. Realistico e realizzabile, a determinate condizioni. Sbandierarlo, farne uno slogan, non serve. E’ una misura di civiltà, che il nostro Paese non può più rinviare e che spetterà alla sinistra adottare. Scegliendo il modo più equo e più concreto. A partire dalle Regioni dove governa e dove potrà governare dal prossimo anno. Perché dovrebbe essere gestito a livello regionale, anche se lo Stato dovrà concorrere con fondi adeguati.

 

di Giovanni Principe

reddito_minimo_garantitoSi parla molto, a sinistra, di reddito minimo garantito. E’ giusto, perché è un tema importante, di solidarietà e giustizia sociale. Non aiuta però farne una bandiera o agitarlo come slogan, perché è decisivo il modo con cui si pensa di attuarlo.

Sarebbe più facile se si potesse dire: garantiamo un reddito minimo, di sopravvivenza ma tale da garantire una vita decorosa, a tutti i maggiorenni privi di reddito. Ma non si può, e non solo perché l’onere sarebbe eccessivo per le finanze pubbliche ma perché si rivelerebbe una misura non giusta e non solidale. Occorrerebbe quanto meno introdurre delle specificazioni. Partendo dalla questione di chi ne avrebbe titolo.

Per cominciare, i cittadini o i residenti (regolari)? Ma poi, lo si dovrebbe garantire a chi è privo di un reddito minimo personale o a chi vive in una famiglia il cui reddito pro-capite non raggiunga una certa soglia minima? Nel primo caso anche il rampollo di una famiglia di possidenti, per dire, avrebbe diritto al sussidio. Nel secondo caso, che vedrebbe la platea restringersi molto, si dovrebbero comunque esaminare ulteriori condizioni. In gran parte, per l’ampiezza del fenomeno dell’evasione fiscale e del lavoro nero. La moglie del classico gioielliere che denuncia un reddito inferiore a quello del suo commesso, ad esempio, potrebbe aver diritto al sussidio. Mentre i figli di quel commesso potrebbero essere esclusi, se per caso la madre avesse la “fortuna” di lavorare part-time in un supermercato o in un call center.

C’è poi un’altra questione non meno importante di quella riguardante i destinatari. Quale misura stabilire. Deve poter garantire un livello di vita dignitoso, abbiamo detto. Ma se si supera il reddito che il mercato del lavoro offre a chi sta più in basso nella scala delle retribuzioni, si deve sapere che quei posti di lavoro saranno destinati, sì, per una parte, a veder adeguare la remunerazione ma per un’altra parte, ahimé anche maggiore, a scomparire. E dunque il livello non può essere deciso in base al solo costo della vita ma anche in base ai salari minimi in vigore.

D’altra parte, queste difficoltà, e le obiezioni che a causa di queste fanno dichiarare il reddito garantito irrealizzabile, o perfino dannoso per l’occupazione, non possono tuttavia cancellare alcuni dati di fatto che lo rendono invece un intervento non più rinviabile. Perché il fenomeno della povertà sta acquistando dimensioni via via crescenti. Perché sta arrivando a toccare anche famiglie mono-reddito di lavoratori dipendenti (oltre ai pensionati). Perché la crescita delle disuguaglianze dei redditi è una della cause determinanti della crisi economica attuale, se si considera che la diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie a più basso reddito sta deprimendo la domanda interna senza essere compensata dalle esportazioni. Perché la depressione economica è alla base anche degli evidenti fenomeni di degrado della vita associata oltre che della diffusa disaffezione verso la politica.

Ma c’è dell’altro. L’Italia è ormai rimasto praticamente l’unico paese sviluppato che non ha una misura di sostegno dei redditi, nemmeno collegata all’inserimento nel mercato del lavoro.

Il regime attuale rasenta il paradosso.

Negli altri paesi civili, a chi è senza lavoro si forniscono due tipi di sostegni. Uno, definito passivo, consiste in un assegno di disoccupazione. L’altro, definito attivo, in un aiuto, da parte di strutture pubbliche destinate a questo compito, nella ricerca di una nuova occupazione, nelle varie forme immaginabili (riqualificazione professionale, aiuto all’avvio di un’attività autonoma, selezione delle disponibilità, ecc. ecc.).

Il paradosso consiste nel fatto che in Italia chi perde il lavoro, per licenziamento individuale o collettivo, ha diritto a un sussidio di disoccupazione, in varie forme, ma non riceve tuttavia alcun aiuto nella ricerca di un nuovo lavoro. Salvo rare eccezioni, è abbandonato a se stesso: in compenso, si chiude un occhio se per sbarcare il lunario fa qualche lavoretto rigorosamente in nero.

Viceversa, chi non ha ancora avuto la fortuna di lavorare e si dà da fare per trovare una prima occupazione, può partecipare a corsi, o a colloqui di orientamento, fare tirocini, ma (di nuovo, salvo rare eccezioni) non ha diritto a nessuna forma di sussidio economico. Che ci pensi la famiglia.

Eccoci allora al punto. Si può garantire un reddito minimo, individuando la “platea dei beneficiari” (come si definiscono quelli che ne hanno diritto) in tutti quelli che, non avendo un reddito da lavoro, si danno da fare per trovarlo ovvero per crearselo (anche chi è inserito in percorsi di accompagnamento all’avvio di una qualunque impresa o attività autonoma rientrerebbe tra i destinatari). Si applicherebbe sia a quelli che hanno perso il lavoro e non hanno diritto a sussidi, non rientrando nei nuovi “ammortizzatori sociali” previsti dalla riforma Fornero (Aspi e mini-Aspi), sia ai giovani che, usciti dai percorsi di istruzione, cercano un lavoro per la prima volta.

Due domande importanti a cui rispondere, per concludere. Chi paga? Con quali fondi?

Un reddito minimo così concepito ha un legame stretto con le politiche attive del lavoro che, da Costituzione, sono materia di competenza regionale.

Le strutture (i centri per l’impiego) sono state gestite fino ad ora dalle Province ma con il taglio e la revisione delle competenze le Regioni dovranno (d’intesa con lo Stato) rivedere tutto l’assetto e riorganizzare il servizio, rendendolo più efficiente. Attualmente la situazione è a macchia di leopardo. Province e Regioni virtuose coesistono con altre (al solito, nel Mezzogiorno soprattutto, dove più ce ne sarebbe bisogno) in una situazione addirittura penosa.

Una prima sperimentazione di un sistema di sussidi collegati alla partecipazione a progetti di politica attiva del lavoro è stata fatta per i cosiddetti “ammortizzatori in deroga”. Ha permesso di verificare in concreto dove si è già in grado di rispondere e dove no. Si può partire da lì, ora che gli ammortizzatori in deroga sono destinati a scomparire per lasciare il posto ai nuovi strumenti. Una bella sfida per le Regioni che tornerebbero così ad affrontare compiti politici di qualche rilievo.

Da quella sperimentazione può infine venire la risposta alla seconda domanda. Perché per i beneficiari degli ammortizzatori in deroga si è provveduto con i fondi europei. L’UE non finanzia la spesa per assistenza, di competenza strettamente nazionale, ma può farlo per le politiche attive del lavoro e dunque per un reddito a quelle collegato, come è avvenuto con il Fondo Sociale Europeo.

Non basterà? Mettere mano di nuovo agli ammortizzatori sociali e all’assistenza in generale, trovando i finanziamenti necessari, sarà una priorità della prossima legislatura per un governo di centro-sinistra. Le Regioni possono muoversi sin da ora in quella direzione, a partire dalle tre Regioni che voteranno all’inizio del prossimo anno, se si affermeranno, come mi auguro, coalizioni di centro-sinistra che pongano il lavoro e i diritti al centro dei loro programmi.

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