Il partito MDM non molla.

Nelle stanche cronache politiche d’agosto continua a tenere banco il partito MDM (“MONTI DOPO MONTI”). L’ultima notizia è che “l’Europa lo vuole”. Ma è una bufala. Lo vogliono i soliti noti, i centristi (e i loro potenti consiglieri di “Oltretevere”) che dopo aver mandato a casa Prodi per riesumare Berlusconi ora vagheggiano un governo di unità nazionale … ma senza la destra berlusconiana (come se ne esistesse un’altra). Non ne hanno azzeccata una, e se c’è qualcuno di cui l’Europa fa bene a non fidarsi sono loro. Che lo si voglia o no le prossime elezioni saranno un confronto tra destra e sinistra. Le coordinate sono chiare e sono quelle europee, ora che l’SPD e Hollande hanno chiaramente esposto la loro linea. La legge elettorale dovrà solo permettere che dalle urne esca un responso chiaro (e che il voto sia libero). Il resto, sono chiacchiere e strategie pensate solo in funzione di destini personali (individuali o di ”banda”).

di Giovanni Principe

partito_mdmPolitica d’agosto.

Tra un’ondata e l’altra di caldo africano, con la mente incline all’ozio, la cronaca politica non risveglia dal torpore.

I partiti non si accordano per la riforma elettorale.

Lo spread resta alto, la speculazione continua a fiutare la preda (ma la “tempesta perfetta” di agosto non si è vista), tutti concordano che l’Europa debba fare un salto in avanti, ma non c’è accordo sul come.

Le coalizioni sono in fibrillazione, si scompongono e si ricompongono alleanze ma nel complesso destra e sinistra continuano a fronteggiarsi, un po’ come accade nelle settimane tra luglio e agosto a ciclone e anticiclone alle nostre latitudini, senza che il tempo cambi granché. Eppure sappiamo che la stabilità è destinata a infrangersi e che con la rottura dell’anticiclone arriveranno forti perturbazioni che potranno far danni.

Meglio godersi la calura e l’ozio?

Intanto, nella quiete, qualche folata di vento prova a trasformarsi in uragano e ci ricorda che il tempo cambierà.

Ad esempio, per uscire di metafora, succede che con due interviste a briglia sciolta su altrettanti monumenti della stampa straniera il nostro premier riveli agli europei, e quindi agli italiani, la sua più genuina cultura politica. Proprio nel momento in cui sembrava che l’Europa si fosse schierata con il partito del “Monti dopo Monti”. Ma quanto era (o è ancora) concreta quella prospettiva?

“L’Europa lo vorrebbe ancora al timone dopo il 2013” si legge su qualche organo di stampa interessato. Una non notizia, di consistenza eterea, posto che la signora Europa, ammesso che si permetta giudizi di questo genere, di certo non rilascia dichiarazioni, né “soffiate”.

Poi si viene a sapere che cosa c’è sotto: niente altro che la solita compagnia di giro dei centristi, a cui (pensate che novità!) non dispiacerebbe un governo di unità nazionale. Di unità, ma … senza Berlusconi. Una contraddizione in termini, tipica del ragionare politico di quell’area che si dipinge come ago della bilancia per non confessare la sua vocazione a fare da pendolo, che è l’esatto opposto.

Una destra senza Berlusconi, inteso non come persona ma come cultura politica, ideologia e visione del mondo, in Italia non esiste.

I generosi tentativi dei cosiddetti moderati di darle vita si sono tradotti il più delle volte in una imbarazzante sudditanza dei pretesi educatori nei confronti degli educandi. Ovvero, si sono rivelati delle bufale, del tipo delle favole che i vari “Madoff dei Parioli” raccontano a ricchi sprovveduti per alleggerire i loro portafogli.

Se questo è vero, se con la destra non si può fare unità nazionale finché ha Berlusconi nel suo DNA, salvo frangenti eccezionali e solo se la destra è maggioranza in Parlamento, l’unità senza la destra la fa la sinistra. Così è in un mondo normale.

Che la destra “pulita”, minoritaria, possa scegliere la sinistra piuttosto che la destra impresentabile, pur essendo ipotesi che raramente si è realizzata nella storia, si può tuttavia prendere in considerazione sul piano teorico. Che in quel caso, però, possa addirittura dettare legge, o “dare le carte”, dopo che la sinistra abbia vinto le elezioni, è invece un’ipotesi che non sta in piedi e rivela una concezione truffaldina.

Ma allora che importanza possono avere le esternazioni estive di Monti?

Sapevamo che è un autentico liberista, pronto a tagliare le unghie ai prepotenti ma solo perché il mercato possa far posto a tutti i potenti. Che considera la concertazione una pericolosa lesione delle prerogative della politica e non ammette intromissioni delle parti sociali o dei cosiddetti “corpi intermedi” nella dialettica democratica. Che tra un taglio delle grandi ricchezze patrimoniali o dei super emolumenti e un taglio delle pensioni-mini sceglie “la platea più numerosa” (e più facile da colpire senza rischiare di essere estromesso dai circoli esclusivi). Ora abbiamo scoperto che coltiva una visione autoritaria e verticistica dei rapporti tra esecutivo e parlamento. Bene, è la prova provata. carte alla mano, che non solo le sue idee non appartengono al campo della sinistra, ma è proprio un conservatore di destra. In economia come in politica.

Dov’è la novità?

Non lo sapeva nessuno? Non aveva mai manifestato le sue idee? Aveva per caso rifiutato la nomina a commissario europeo perché avanzata dal governo Berlusconi? O se ne era detto onorato?

Ora, da ricostruzioni di stampa, abbiamo appreso che già sul finire del 2010 D’Alema aveva chiesto al Professore la disponibilità per un governo del dopo-Berlusconi (ma la compravendita rinviò la caduta di un altro anno). Non leggeva i suoi editoriali, non conosceva le sue idee? O aveva sposato le tesi della destra?

Ebbene, mi sento di dire che conosceva benissimo le sue idee. E che quando, un anno dopo, il gruppo dirigente del PD ha condiviso la proposta di Bersani di appoggiare un governo di tecnici presieduto da Monti nessuno di loro ignorava quali fossero le sue posizioni politiche. Ecco allora che dietro lo stracciarsi le vesti per le esternazioni di Monti spunta la stilla di veleno. Un’altra prova che è di destra, dunque un’altra prova che il PD, appoggiandolo, è diventato di destra. Hanno deciso di lasciare i pensionati e gli esodati al loro destino e di proteggere le grandi ricchezze.

So bene che a molti dei miei (sparuti) lettori queste affermazioni appaiono intollerabili, o paradossali. Chiunque abbia vissuto con un minimo di partecipazione emotiva (se non di persona) il travaglio della decisione da prendere (scioglimento delle Camere e elezioni “al buio”, con la roulette russa del porcellum, contro Berlusconi mentre gli investitori sono in fuga dai titoli italiani, ovvero appoggio “trasversale” a Monti) trova offensiva una simile equazione, una semplificazione così disonesta. Perché non era affatto difficile immaginare il film dei successivi diciotto mesi, la via Crucis di una guerriglia parlamentare quotidiana per spuntare le armi, smussare gli spigoli, attenuare. Sapevano tutti che non un solo errore di valutazione sarebbe stato perdonato. E ce ne sono stati tanti, in qualche caso davvero eclatanti, evitabili, indifendibili. Inevitabilmente, dunque, ogni passo falso avrebbe riproposto, a ritroso, la stessa domanda: abbiamo fatto bene? E sollevato il dubbio: dobbiamo insistere o cambiare rotta?

Il PD non è un partito monolitico né un partito personale, non c’è “un uomo solo al comando” e si discute apertamente, non solo tra le quattro mura. E ogni volta domande e dubbi sono deflagrati in campo aperto.

Siamo oltre metà strada e si stanno anche tirando le prime somme. Si poteva fare di più. La verità di cui si sta prendendo atto, senza troppi margini di dubbio, è che l’operato di questo governo è stato al di sotto delle aspettative. Non parlo delle aspettative che sarebbe stato lecito coltivare con un governo di sinistra. Intendo dire, al di sotto di quello che ci si poteva aspettare da un liberista di destra.

Insomma, se il centro-destra ha poco da inalberarsi per le battute sullo spread a 1200, il centro-sinistra ha poco da sorridere: lo spread tra un loden verde e una bandana vale certamente un centinaio di punti di spread tra Bund e BTP. Forse ne vale addirittura duecento. Ma ci si poteva e ci si doveva aspettare qualcosa in più.

Dunque grandi limiti dell’azione di governo, ma nessuna amnesia per quello a cui abbiamo assistito dopo la caduta di Prodi. Nessuna equidistanza, né tanto meno, come si urla dalle posizioni più estreme, l’idea che Monti sia peggio di Berlusconi. E’ però chiaro al gruppo dirigente del PD (non in modo monolitico, come ho detto, ma certamente in modo assolutamente e democraticamente maggioritario e profondamente convinto) che dopo Monti tocca ai partiti. E il PD è pronto a prendere in mano le leve del governo di questo paese assumendosene la responsabilità principale per il consenso maggioritario di cui gode nel campo della sinistra.

Sostiene Scalfari che il programma del PD (così come lo presenta Fassina in un’intervista al Foglio) potrebbe tranquillamente essere portato avanti anche da Monti. Strano, per un editorialista che non manca di esprimere il suo netto dissenso dalle posizioni del Prof sul ruolo delle parti sociali. Lo considera un aspetto marginale? O teme che l’Europa non si fidi della coalizione di centro-sinistra?

Ecco, su questo vale la pena di ragionare un momento.

La coalizione è stata al governo tra il 2006 e il 2008. C’è anche una sola persona, non accecata da fanatismo, che possa esprimere con chiarezza che cosa non andava bene della politica di quel governo dal punto di vista della politica di rigore? Che possa accusare Padoa-Schioppa di aver fatto meno, in quella direzione, di quanto sta facendo ora Monti? Basta guardare all’andamento del rapporto deficit-pil e dello spread in quei due anni per dare una risposta. E c’è qualcuno dei critici da sinistra che possa pensare che la politica di Damiano sia stata meno attenta all’equità di quella della Fornero (per non parlare di quella di Sacconi)?

Eppure quella coalizione, eterogenea e fragile grazie a una legge elettorale vergognosa, è stata mandata a casa.

Da chi? Qui viene il bello: dall’estrema sinistra, che rimproverava scarsa attenzione all’equità, ma soprattutto (sono i numeri, oltre che la cronaca di gennaio 2008, a dirlo) dai centristi. Perché non c’era abbastanza rigore? Perché aveva ragione la sinistra radicale a denunciare la poca equità? Nossignori: perché c’era poca attenzione al sentimento religioso degli italiani. In nome di quel sentimento, su precisa indicazione delle gerarchie ecclesiastiche, quella parte che era entrata nella coalizione (Mastella & co) ha scelto di riesumare Berlusconi, dopo che gli altri (Casini & co) avevano scelto di stare fuori della coalizione e di lavorare per farla cadere sin dall’inizio.

E questi centristi dovrebbero apparire più affidabili, all’Europa? Non dico a quella di sinistra, ma anche solo a quella laica (nel senso di non confessionale)? A quella che ha riso della tartufaggine italiana negli anni del bunga bunga. A quella (di destra!) che ha deciso che non avrebbe pagato il conto delle spese folli con cui si era arricchita la banda di affaristi capeggiata da Berlusconi a spese del debito pubblico italiano.

Non parlo di un secolo fa ma di quattro anni fa. Possibile che questo paese si riesca a dare un futuro decente avendo la memoria così corta?

Sta di fatto dunque che non sarà Monti a portare avanti il risanamento del paese e la sua uscita dal tunnel, se il PD sarà confermato dagli elettori come il primo partito. A quel punto, tra l’altro, non so immaginare se il senatore a vita Monti appoggerebbe i provvedimenti proposti dal governo o se piuttosto non ne prenderebbe le distanze con severe critiche dalle colonne del Corriere della Sera. A naso, propenderei per la seconda ipotesi, diversamente da quanto sembra pensare Scalfari.

Dunque, in sostanza, si presenterà un’alternativa politico-programmatica che, almeno per quanto riguarda i contenuti, comincia a prendere forma sul fronte di sinistra. In un quadro che, oltre tutto, non resta confinato nell’orizzonte nazionale ma trova un riscontro fondamentale nella politica portata avanti dalla Francia e può trarre ulteriore linfa da un risultato delle elezioni tedesche favorevole per l’SPD.

Eppure c’è chi afferma che quel quadro, con il PD al centro, non rappresenterebbe un’alternativa preferibile rispetto alla destra, intendendo per tale tutta l’area che va dalle estreme di Storace e Santanché fino ai moderati alla Monti. Certamente è lecito affermarlo, ma trovo poco digeribile che simili affermazioni siano spacciate per “critiche da sinistra”. In genere vengono da aree “né – né” che hanno smesso da un bel po’ di travestirsi da “sinistra”. Hanno una loro ragione d’essere, una consistenza politica (marginale ma non insignificante), perfino una filosofia, che però, senza scandalo, appartiene a un’altra storia e ha un’altra prospettiva rispetto alla sinistra.

Quella che da sinistra legittimamente può provenire è invece una critica alla credibilità e alla affidabilità della prospettiva alternativa. Si può ben temere che, presentato un programma di sinistra, ci si adatterà a portare avanti un programma diverso, alleandosi con la destra (più o meno pulita).

A queste obiezioni non credo si possa opporre un appello alle ragioni della fede.

Ma la razionalità politica (perché la politica ha una sua razionalità e soprattutto la sinistra non dovrebbe dimenticarlo) su che cosa dovrebbe scommettere, sulla vittoria o sulla sconfitta? Partecipare alla vittoria ponendo condizioni (di cui va considerata l’esigibilità) è meglio o peggio che scommettere sulla sconfitta e stare a vedere se si vince la scommessa, perdendo la partita?

Ho accennato all’esigibilità delle condizioni vincolanti per il potere e dedico un’ultima riflessione a questo tema. Se un insegnamento penso dobbiamo trarre dall’esperienza del Movimento 5 Stelle (ancora troppo contraddittoria e indecifrabile per un giudizio definitivo) è che nella realtà attuale ci si offrono un gran numero di strumenti per un controllo più ravvicinato e più informato del potere politico. Con questo non si cancellano le asimmetrie che rendono il potere ancora fondamentalmente autoritario ma quanto meno si attenuano. In un processo che non sembra arrestarsi ma, semmai, si allarga a sempre nuove aree geografiche e più ampi strati sociali.

Un’intera letteratura su scala mondiale si offre a chi intende scavare in questa direzione. E’ il nuovo volto della lotta per la democrazia. Perché non farne tesoro per agire sul livello di governo anziché ricavarne l’ennesimo alibi per stare alla finestra?

 

POST SCRIPTUM PER I LETTORI MOLISANI.

Chi avesse letto nelle righe che precedono riferimenti alla situazione politica molisana sappia che non solo non sono puramente casuali ma sono addirittura scontate. Mi scuso, anzi, per la banalità. Se posso permettermi, però, vorrei che le strettissime analogie dessero un minimo “aiutino” a chi è convinto, come lo sono io, che il Molise non sia contrada marziana, o comunque extra-territoriale rispetto all’Italia. Ne fa parte, la rispecchia e per certi versi, nel suo piccolo, la riassume.

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