Il dopo Monti è dietro l’angolo. Chi salverà davvero l’Italia?

di Giovanni Principe

Si moltiplicano gli interventi che tentano di delineare gli scenari del dopo Monti. Niente sarà più come prima, ma c’è chi spera che passi la nottata. Non è la sinistra che può pensare di tornare indietro. Ma come andare avanti? Diciamo la verità: non c’è ancora una risposta. Ma ci si sta ponendo, almeno, la domanda?

super_mario_montiVorrei prendere di petto una delle questioni che più stanno agitando il cosiddetto“popolo di sinistra”. Il giudizio sul governo Monti, l’atteggiamento da tenere nei suoi confronti. Non tanto, però, dal punto di vista delle posizioni da assumere sulle sue mosse odierne quanto per orientarsi sul futuro. Il dopo Monti è vicino.

Non che le questioni di attualità non siano importanti: articolo 18, per dire, o CIG straordinaria sono temi delicati su cui si scontrano, più che ipotesi di soluzione, vere e proprie visioni del mondo. Ma non possiamo essere vittime di una “coazione a ripetere” che non fa che riproporci la paralisi e ci priva del futuro come progetto di cambiamento (in meglio, secondo il DNA della sinistra).

E’ possibile cambiare in meglio? Se la sinistra teme che il cambiamento non possa essere che in peggio, se teme di non farcela perché i “poteri forti” sono sovrastanti, ha perso la sua anima e si è ridotta a versione pauperista della destra conservatrice. Destinata a perdere. Perché, come si può convincere la maggioranza dell’elettorato se non si riesce a convincere innanzi tutto se stessi?

Veniamo al dunque. Quali scenari si offrono alla sinistra dopo lo tsunami Monti?


PRIMO SCENARIO.

C’è chi pensa che tutto possa continuare come prima.

Che si possa riprendere da dove eravamo rimasti (con il particolare non secondario dell’uscita di scena di Berlusconi). Un “terzo polo”, solo un po’ più forte di prima perché tonificato da Monti. La destra in cerca di identità, finalmente allineata, per questo aspetto, alla sinistra. Che, a sua volta, ambisce (in versione foto di Vasto) al primato. Relativo, si intende. Se si vota col Porcellum può diventare anche maggioranza assoluta di seggi alla Camera. E accordarsi col Terzo Polo al Senato. Obiezioni. Passa per un patto scellerato a favore del Porcellum e dura fintanto che il Terzo Polo decide di farlo durare. Dunque, si sta sotto schiaffo. Piace?

Lascio alla fantasia del lettore risolvere questo indovinello: quali temi potrebbe scegliere un Terzo Polo nella posizione di ago della bilancia, per condizionare la sinistra? Quelli su cui è più facile un accordo o quelli che darebbero maggiore visibilità, quelli più identitari per una sensibilità moderata (e magari un po’ confessionali)? Non sarebbe un film già visto, senza lieto fine?


SECONDO SCENARIO.

C’è chi pensa a un grande centro pigliatutto.

La maggioranza “strana” si trasforma in coalizione politica. Se Monti dopo Monti non è ipotizzabile, può servire alla bisogna un Passera, fin qui bravo a destreggiarsi: privatizzatore sensibile alle istanze sociali (cioè dei sindacati – CISL soprattutto), gradito alla sinistra, quando era alle Poste; difensore dell’italianità (cioè dei sindacati – CISL e autonomi soprattutto) gradito alla destra berlusconiana, quando era all’Alitalia..

All’ala sinistra della “grande coalizione” resterebbe il ruolo, che sembra svolgere senza grande imbarazzo, di portatore d’acqua. Purché con licenza di dichiarare ad ogni pie’ sospinto che il governo “non fa le cose che faremmo noi” perché “non è certo un governo di centro-sinistra”. Piace? Per qualcuno sarebbe sopportabile se almeno si facesse un accordo preventivo con il Terzo Polo: se “Grosse Koalition” ha da essere, sia almeno la destra a portare acqua e la sinistra sia almeno così furba da mettere le cose in chiaro sin da subito. Meglio governare la barca (un po’ arca di Noè) facendosi passare i mal di pancia o faticare ai remi smadonnando? Questo il dilemma.


TERZO SCENARIO.

C’è chi pensa a un accordo tra la destra (ripulita dalle scorie berlusconiane) e il centro (ovvero la destra moderata, o presentabile).

E’ lo scenario da molti ritenuto il più probabile.

Non si distingue granché dallo scenario precedente (anche il presidente sarebbe lo stesso, Passera), se non per un particolare che per qualcuno potrebbe apparire secondario.

All’opposizione ci sarebbe una sinistra, in versione foto di Vasto, a cui mancherebbe però mezzo PD. Quello di oggi, spaccato in due, non esisterebbe più e starebbe metà di qua, all’opposizione, e metà di là, al governo. Piace?

Piace molto alla destra in tutte le sue molteplici sfaccettature. A questo stanno lavorando “poteri forti”e poteri furbi, chiese e catacombe. Ma si può immaginare che susciti addirittura un tripudio tra quelle anime della sinistra che hanno sofferto tanto in questi ultimi venti anni ogni volta che hanno dovuto adattarsi all’idea di assumere responsabilità di governo. Basta con la finzione di competere con la destra per il governo del Paese! L’importante è dimostrare che l’opposizione è migliore di chi governa!

A coloro che, a sinistra, lo preferiscono allo scenario precedente si dovrebbe far rilevare che evidentemente pensano che con la sinistra (o la sua parte più radicale, per essere più precisi) DENTRO l’area di governo (qui sta la differenza tra i due scenari) le cose andrebbero peggio che con la sinistra all’opposizione. Fa pensare, no?

Fa pensare ancora di più che i mercati finanziari, che guardano lontano, sembrano considerare questa ipotesi come tragica per il paese. E poiché la considerano probabile … lo spread scende solo per i titoli fino a due anni mentre resta alto per quelli dai cinque in su. Sbagliano?

Se devo dire la mia, penso che il berlusconismo senza Berlusconi potrebbe addirittura farci rimpiangere il bunga bunga.

E’ ipotizzabile un quarto scenario, diverso dai precedenti?

E’ ipotizzabile che la sinistra non perda l’ambizione di governare? Che si sforzi di presentare agli elettori delle ipotesi di soluzione e non solo dei distinguo dalle proposte altrui? Che riesca a credere in quelle proposte almeno quel tanto che serve perché possa crederci la maggioranza dell’elettorato?

Se lo si crede, è il momento per dirlo e per farlo sapere agli elettori, con il corredo di proposte, programmi, idee e perfino ideali. ORA!

Ora bisogna dire che cosa si farebbe di diverso da quello che fa o può fare Monti, non solo che cosa NON si farebbe.

Patrimoniale? Ordinaria o una tantum, aliquota elevata o moderata, su beni mobili o immobili o entrambi? Ma poi, al di là delle polemiche cui stiamo assistendo nel campo della sinistra – premesso che servirebbe e sarebbe equa – è una patrimoniale che può scaldare i cuori?

Ammortizzatori universali e salario minimo garantito? O reddito di cittadinanza? Portando tutti al massimo delle tutele o creando uno zoccolo minimo da elevare con la mutualità (un contributo aggiuntivo per un reddito superiore allo zoccolo)? Ma poi – premesso che servirebbero e sarebbero equi – è un sussidio che sogna un giovane? (toccando ferro e facendo le corna)

Ci si dovrebbe pensare. Ci si dovrebbe ragionare collettivamente, avere le sedi, gli strumenti dove farlo, dove interagire. Se ne stanno preoccupando i partiti o devono pensarci autonomamente gli elettori, appassionati di politica?

Sì, perché le idee ci sono. Partecipo a incontri e discussioni di vario genere e nelle sedi più diverse. Ma non si coagulano, non fanno proposta politica. Tre esempi (a slogan) sul lavoro, solo per capirci.

Democrazia economica. E se i lavoratori avessero voce in capitolo nella gestione delle imprese a cui appartengono (senza che quelle appartengano loro)? In Germania hanno inventato una formula che si applica alle imprese di maggiori dimensioni (sopra i 2.000 addetti), che in Italia sono poche. Ma perché non sperimentare, non sfidare i capitani di industria su questo terreno? Sono diventati tutti paladini della responsabilità sociale delle imprese, ma solo a condizione che sia a senso unico. L’impresa si preoccupa del sociale, o dà a vedere di farlo, ma che nessuno dalla società si intrometta e rompa le scatole. Bene: quale maggiore responsabilità sociale di quella nei confronti di chi ci lavora tutti i santi giorni (e notti)?

Aiutare a fare impresa (soprattutto per chi trova chiuse le porte del mercato del lavoro, giovani, donne, stranieri). Perché non mettere a frutto l’esperienza di chi ha creato il tessuto della piccola impresa, che l’Italia vanta come suo punto di forza, perché la trasmettano a chi ha splendide idee e tanta voglia di fare ma non sa da dove cominciare e non trova il credito necessario? Ci sono in campo una miriade di esperimenti di successo che restano isolati (se non boicottati).

Politica industriale e qualità del lavoro. E’ finita l’era del mercato che risolve tutto, anche i più strenui fautori dell’iperliberismo oggi battono cassa allo Stato. Perché non ripensare radicalmente la politica industriale sostenendo le imprese in modo mirato? Verso i settori certamente (quelli con le migliori prospettive di sviluppo SOSTENIBILE, sostenere chi sceglie la sostenibilità), ma anche verso la qualità: la civiltà delle condizioni di lavoro. Non solo vincoli numerici (es. contratti a tempo indeterminato) ma una certificazione di qualità del rapporto di lavoro. L’elenco dei requisiti è lungo da farsi ma in definitiva chiunque sarebbe in grado di stilarlo (a partire dall’O.I.L.).

Ho parlato di lavoro e impresa, il mio terreno. Ma si parla di opere pubbliche (un grande programma di piccole opere e un piccolo programma, ben selezionato, di grandi opere). Di sociale (una sussidiarietà che non sia il veicolo per sussidiare la rete delle clientele). Di informazione e comunicazione. Di etica pubblica. Di solidarietà internazionale. Di energia, di ambiente, di economia verde e blu. Mi fermo per non rischiare di omettere temi importanti su cui, come per questi che ho elencato, nessuno si aspetta risposte dalla “parentesi Monti”. Ma senza queste risposte come si potrà davvero salvare l’Italia?

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