Berlusconi? Chi era costui? Iorio? Il nuovo che avanza! L’offensiva dei “senza memoria”

Il berlusconismo non è morto. Berlusconi sta dietro le quinte e dimostra di essere ancora capace di “dare le carte”. Il populismo di destra che ha prevalso negli ultimi anni in Italia affida gran parte delle sue speranze di rivincita alla “perdita di memoria”. Alla rimozione. Dove non è possibile, perché i protagonisti di quella politica ancora occupano il centro della scena, si confondono le acque: “così fan tutti”. Per un Formigoni c’è un Penati, per un Alemanno c’è un Emiliano. Di conseguenza, non c’è niente da fare.  E se proprio i paragoni non sono possibili, se “come lui non c’è nessuno”, se “quando è troppo è troppo”? Se la corda rischia di spezzarsi, se l’Italia ride del “satrapo”?

di Giovanni Principe

monti_berlu_blog_occhio_mancinoLa rimozione di Berlusconi è la dimostrazione più evidente – e preoccupante – di come il berlusconismo sia penetrato in profondità nella cultura del nostro paese, fino a diventare senso comune.

Il Bunga Bunga è diventa un gioco da tavolo per spensierati. Mentre i suoi processi cadono ad uno ad uno, per il caso Ruby (essendo lontana la prescrizione) si lavora ad abolire il reato. Sono storie del passato, perché indignarsi?

La partita sulla giustizia è in pieno svolgimento, si tenta di far passare nella disattenzione generale quello che fino a qualche mese fa avrebbe suscitato una vasta reazione popolare. D’altra parte le priorità sono altre

Su frequenze televisive e RAI resta in piedi il ricatto. Intanto però deve essere consumata la vendetta, chiudendo la partita sull’articolo 18 in modo da radere al suolo la CGIL e cancellare il PD dalla scena politica. Lo vuole l’Europa, lo impone la lettera della BCE! Chi ha ancora voglia di ricordare che quella lettera era stata scritta tra Palazzo Chigi e via XX settembre?

L’articolo 18 era stato l’ossessione di Berlusconi e Sacconi sin dal 2001? Memoria cancellata. Dopo undici anni una professoressa di Torino pretende di scrivere una legge in cui al giudice viene impedito di verificare se un licenziamento attribuito a motivi economici possa invece rispondere a intenti discriminatori. Così, il giudice non potrà dichiararlo nullo, non potrà disporre l’obbligo per il padrone truffaldino di reintegrare il lavoratore, pagargli gli stipendi e tutti i danni. Obbrobrio giuridico. Ma nessuno ricorda che lo aveva già scritto nero su bianco il predecessore, il Ministro Sacconi: “il controllo giudiziale … non può essere esteso alle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente” (art. 30 comma 1 della legge n. 183/2010 nota anche come “Collegato Lavoro”).

Cade nell’oblio anche la corruzione e la rapina di stato. Si spartivano appalti, mazzette, posti di comando da milioni di euro? Adesso si sente dire che è sempre successo, nessuno ricorda come è cominciato, quale sistema “geometrico” è stato messo in piedi. L’Alitalia ci è costata alcuni milioni di euro, il terremoto dell’Aquila ha mandato in esilio una città, la ricostruzione non è nemmeno iniziata ma chi “gli veniva da ridere” gira in elicottero. Inutile scandalizzarsi, ci si deve rassegnare, non c’è niente da fare.

Nulla ha più un nome e un cognome.

Berlusconi non occupa più il centro della scena. Sta dietro le quinte ma continua a “dare le carte”, mentre dalla Lega e dai giornali di famiglia piovono mazzate sui professori: perché hanno rimesso l’ICI, perché mandano gli ispettori a Portofino. “Il regno del Terrore!” si sente dire nei covi del berlusconismo. In realtà sarebbero state mosse obbligate anche per il Cavaliere ma in questo modo si potrà dare la colpa del “lavoro sporco” ai Prof quando si tornerà a votare. E, se la finanza internazionale avrà spostato l’attenzione altrove, si potrà di nuovo far girare la giostra.

E gli altri, gli adepti e i replicanti, che sono ancora lì, con un nome e un cognome? Non si possono nascondere, non si possono dimenticare. Allora, fintanto che la corda non si tende a tal punto da doverli sacrificare, si fa confusione e si mischiano le carte.

Formigoni ha messo in piedi un comitato d’affari in cui i suoi sodali (CL) spartiscono con le altre correnti di partito e con gli alleati? Dieci inquisiti, in buona parte assessori e presidente del consiglio? Si ma tra loro c’è uno come Penati che si era creato un “sistema Sesto”. Non sarà una Regione, ma è pur sempre un luogo-simbolo.

Alemanno ha riempito i posti chiave con mostri di incompetenza che stanno rendendo Roma una città invivibile? Parenti e ex-camerati? D’accordo, ma anche il Presidente dell’Emilia è sospettato di aver favorito il fratello in una commessa.

Dalla Sardegna all’Abruzzo, i presidenti di centro-destra sono sotto inchiesta? Ma con le “cozze pelose” del sindaco di Bari come la mettiamo?

Sia chiaro. Ogni qualvolta un amministratore di sinistra scivola su una buccia di banana (o, a maggior ragione, se ne combina una grossa) la censura deve essere severa e non si devono fare sconti, né politici né giudiziari. Ma il senso di queste “chiamate di correo” è invece il contrario: quello riceve il pesce fresco, quindi NON ci si può scandalizzare se con quell’altro non si costruisce neanche un capanno per gli attrezzi senza passare alla cassa del comitato di affari.

Ci sono poi situazioni speciali. Situazioni dove mischiare le carte non è facile, dove il paragone non riesce. Casi estremi.

Il Molise è uno di questi. Di Iorio ce n’è uno solo. Il titolo di satrapo non si può appioppare al primo che passa.

Ma per il Molise non c’è bisogno di mischiare le carte. E’ la stessa sinistra che viene in aiuto. Si è sempre dimostrata molto generosa. Lo è stata fin dall’inizio, quando ha incoraggiato la “limpida figura dalle radici popolari” a fare un ribaltone per mandare a casa uno che si diceva, sì, di sinistra (un po’ troppo moderata) ma in realtà aveva idee poco “aperte” al sentire popolare. Ha continuato ad essere generosa contrattando quel che c’era da contrattare con quel “politico raffinato” che sapeva governare mediando con gli avversari. Non fa venir meno una “sponda” ora che il tempo volge al tempestoso e la corda sta per spezzarsi.

Ecco dunque dal fronte sinistro le squadre di complemento in soccorso di quel modo di far politica. Affarismo? Berlusconismo? Non scherziamo! Al più, è antica scuola democristiana: anzi, è l’alfiere nel nostro paese del modello renano! Le risorse pubbliche servono a tenere in piedi l’economia regionale nell’interesse del popolo. Posti di lavoro, o quanto meno stipendi. E sussidi: chi non ha infissi da riparare, o stalle da sistemare, o giornali da stampare? La Regione dà una mano. Di destra? Ma è keynesismo puro!

In tema di sinistra generosa con i campioni del berlusconismo, meritano una menzione anche quelli che “Iorio sarà pure un satrapo, ma la sinistra fa schifo. Anzi, non esiste.” Che sia da compiangere, la sinistra, sarà anche vero, ma forse non è un buon motivo per incensare il satrapo. E tra i motivi per cui non le riesce di vincere (e bisogna perciò compiangerla), queste anime candide occupano un posto d’onore. Per questi non ci si può abbassare a dire “il PD sbaglia” (sarebbe non solo legittimo ma rischierebbe di apparire, almeno in alcune occasioni, ampiamente condivisibile): meglio collocarlo – senza se e senza ma – nel campo della destra. La sinistra si riduce a pochi eletti? Che vuoi farci, il nostro è un paese di destra (lo ha detto anche D’Alema!). L’elettorato del PD è fatto di gente che si dà da fare per cambiare? Milioni? Milioni di coglioni, creduloni, di destra “a loro insaputa”!

Diceva Gaber (è rimasta una frase celebre): “non temo Berlusconi in sé ma Berlusconi in me”. Geniale. Ma non è facile (auto-)diagnosticarsi. E se manca la consapevolezza, se c’è rimozione, non se ne esce. “Un popolo senza memoria è destinato a ripetere gli stessi errori.”

Il mondo guardava all’Italia governata da Berlusconi e rideva. La sinistra mondiale guardava alla sinistra italiana incapace di sconfiggere Berlusconi e compiangeva. Ma il berlusconismo scavava nel profondo, risvegliava e “sdoganava” tratti della cultura nazionale mai superati fino in fondo, benché avessero radici feudali (leggere Gramsci per capire). Il familismo amorale era stato descritto e analizzato qualche decennio prima che arrivasse Berlusconi, che lo ha elevato a regola nazionale – con la benedizione curiale.

Oggi c’è una parte dell’Italia che guarda al Molise con la stessa attitudine con cui il mondo guardava all’Italia. Ridono e compiangono. Perché in Molise il berlusconismo è perfino più diffuso che nel resto del Paese, sia in profondità che in estensione. E la consapevolezza è ancora minore. Ridono di noi perché siamo piccoli, non perché i rappresentanti che ci siamo scelti non ci fanno fare una bella figura.

Invece il mondo non è tutto uguale. Lo sa bene chi ha lasciato il Molise per il Canada o l’Australia. Ha lasciato la povertà? Mica vero, i parenti rimasti a casa non stanno tanto peggio economicamente. Ma hanno guadagnato in dignità. E nemmeno l’Italia è tutta uguale. E in questo momento storico è attraversata da una tensione, sociale e politica, che ci rimanda alla fine degli anni Sessanta o, più probabilmente, addirittura alla Resistenza. Allora, il fascismo, che sembrava avere pervaso l’Italia, non ha vinto. Perché non era “un paese di destra” come non lo è oggi. Culture e idealità diverse, interessi e valori in conflitto, convivevano, come è naturale che avvenga nella società moderna. Un’altra sintesi era possibile.

Per questo, i coglioni un po’ creduloni continuano a coltivare un’idea nella loro testa. Lavorare nel profondo, là dove il berlusconismo si è aperto la strada. Cercare risposte diverse, soluzioni più convincenti, visioni del futuro alternative. Scavare. Come le talpe, ricordate?

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