Ancora sul dopo Monti: è già cominciato. Grandi manovre al centro

Tra gli scenari del dopo Monti sembra perdere punti la “Grande Coalizione”. Se il modello è quello a cui abbiamo assistito con l’articolo 18 non piace né a destra né a sinistra. E neanche ai mercati. Ne fa le spese il Centro, costretto a inventare per la terza volta in tre anni il “Partito della Nazione”. E la destra dei poteri forti, quella berlusconiana, torna in campo e lancia la sfida. Ne fa le spese, però, la politica tutta, sempre più lontana dai cittadini. La sinistra starà ancora a guardare sperando che stavolta la “gioiosa macchina da guerra” ce la faccia? Scommettendo sul richiamo al passato, sull’”usato sicuro”? Non sembra una grande idea. Oggi gli elettori chiedono, soprattutto alla sinistra, risposte chiare.

di Giovanni Principe

super_marioRiprenderei il tema del dopo Monti cui mi sono dedicato di recente in questo blog. Dopo la vicenda “riforma del lavoro” – diventata per l’ennesima volta una vicenda “articolo 18” – il tema merita un aggiornamento.

Il governo Monti si è ficcato in un pasticcio. Ha dimostrato di non essere in grado di andare oltre il compito, sempre meritevole di apprezzamento, di liberarci dalla cappa del berlusconismo (definitivamente?).

Quanto a capacità politica, siamo alla solita delusione della “destra pulita”. Presentabile e sussiegosa, si piega come un fuscello appena i poteri forti brandiscono la spada. E i poteri forti, nel nostro paese, non sono tanto le grandi imprese, che mandano lobbisti a promuovere i loro affari, sfidando la politica alla luce del sole. Né quelli che manovrano le leve della finanza (che sono forti ma non battono bandiera tricolore). Sono poteri occulti, corporazioni che lucrano sin da tempi lontani rendite di posizione parassitarie, monopoli protetti da un’amministrazione statale compiacente e corrotta, potenti cosche mafiose che vantano la leadership del crimine organizzato su scala mondiale. Poteri, con cui un’ampia fetta della cosiddetta classe politica ha scoperto negli ultimi decenni di poter fare affari d’oro e arricchirsi alle spalle dei cittadini indifesi.

A questi poteri si è sottomesso il governo Monti. Ci si aspettava che una volta liberato il Paese dalla diretta espressione di questi poteri, da un Berlusconi che aveva avuto il coraggio di assumersi in prima persona il compito di fare gli interessi dei suoi sodali, l’Italia avrebbe riacquistato indipendenza. E dignità. Invece abbiamo dovuto prendere atto di una cocente delusione.

Ma non ci si può crogiolare nella delusione. Quei poteri non stanno a guardare. Stanno facendo i loro conti e si sono accorti che il tempo potrebbe non giocare a loro favore.

E i mercati hanno capito l’antifona. Lo spread risale. Non per colpa della Spagna, né per la magra figura sull’articolo 18. Risale perché di tutte le promesse fatte da questo governo ne è stata mantenuta una sola. Spremere ancora di più lavoratori e pensionati, fino al limite della sopravvivenza fisica.

Non basta a far tornare i conti? Allora, ecco la grande novità, si possono buttare a mare anche un po’ di piccoli imprenditori e artigiani. Non le corporazioni vere o i grandi monopoli. Non i petrolieri ma i benzinai, non gli evasori “off shore” ultra-scudati ma quelli che si possono permettere al più di ritardare il pagamento di un DM 10 o di saltare una scadenza IVA se le banche chiudono i rubinetti come hanno fatto. Sono queste le nuove vittime, che trovano sulla loro strada un’implacabile Equitalia. Gli altri, i grandi evasori, sono perfino riusciti a far sparire la tassa di attracco degli yacht: era una piccola cosa, quasi simbolica, ma no, non si poteva. Ci sarebbe stata crisi occupazionale nei porti turistici!

Dal giorno dell’insediamento aspettiamo che Passera ci spieghi come rimborserà i crediti vantati dai fornitori della P.A. a cui le banche hanno preso a rifiutare le fatture portate a sconto. Non si tratta dei fornitori che vincono gare truccate su corrispettivi gonfiati all’inverosimile: quelli non soffrono alcuna stretta. Si parla di quelli che hanno strappato una commessa con un massimo ribasso “sulle spese” per tenere alto il volume di ordinativi e non perdere punti indispensabili per restare in corsa anche in un prossimo appalto.

Il Ministro dello Sviluppo (???) sarà il più politico dei tecnici, sarà il più aperto e il più dialogante, la grande speranza del centrismo futuro, ma intanto risultati concreti…

Veniamo allora al dunque. Nel precedente post descrivevo tre scenari e ne auspicavo un quarto. Il primo consiste nel ”riprendere da dove eravamo rimasti”, con la variante (non trascurabile) di un Berlusconi non più in prima linea e con ridotta libertà di movimento per i guai giudiziari, anche se manovra pur sempre dietro le quinte.

La sinistra tenterebbe – presupponendo che si voti col Porcellum – di diventare maggioranza assoluta di seggi alla Camera, per poi accordarsi col Terzo Polo al Senato. Serpeggia il timore di ripetere la sciagurata esperienza della “gioiosa macchina da guerra del ’94 e soprattutto c’è l’inconveniente di dover stare comunque sotto schiaffo col Terzo Polo.

E’ uno scenario che guadagna qualche posizione man mano che crescono le probabilità che si voti in anticipo oltre che a causa delle enormi difficoltà che sta incontrando il tentativo di riforma elettorale.

Al contrario, sembra sfumare il secondo scenario, quello del grande centro pigliatutto, che risente inevitabilmente dell’offuscamento di immagine di Monti. Nonché della delusione di chi si aspettava dai “super partes” una politica equilibrata, che spostasse un po’ del peso della crisi verso quelli che la destra berlusconiana aveva tenuto al riparo e perfino lasciato lucrare sulle disgrazie del Paese.

Inoltre, rispetto al mio commento precedente, sembra che la vicenda del lavoro e dell’articolo 18 abbia prodotto un sussulto a sinistra. L’idea di rassegnarsi, come ala sinistra di una “grande coalizione”, al ruolo di portatore d’acqua , sta cominciando a destare un crescente imbarazzo. Dichiarare che il governo “non fa le cose che faremmo noi” e che “non è mica un governo di centro-sinistra” non consola più di tanto chi sta pagando prezzi altissimi alla politica del rigore. Né funzionano gli slogan contro la Merkel: se dobbiamo affidarci a Hollande, perché allora scendere a patti con chi si fa vanto di appartenere, senza se e senza ma, alla stessa famiglia politica della Merkel (che sta mobilitando ogni risorsa disponibile per capovolgere i pronostici a favore di Sarkò)?

Nonostante questo apparente offuscamento, tuttavia, non darei per scontato un tramonto di questa ipotesi. Che potrebbe piacere alla destra più del terzo scenario che ventilavo, quello di un accordo tra la destra e il centro (ovvero la destra moderata, o presentabile).

La “Grosse Koaltion” continua ad essere la prima scelta, a me sembra, non tanto perché non si vuole perdere l’aggancio con la sinistra moderata (favola a cui nessuno crede) quanto per le incognite che gravano sul terzo scenario (il raggruppamento a destra) che pure è da molti ritenuto il più probabile.

Le incognite di cui parlo restano in buona parte legate al fatto che quell’ipotesi presuppone che si riesca a ripulire il nuovo schieramento dalle scorie berlusconiane, oltre che dall’osceno carrozzone leghista.

Sui verdi padani le ruspe stanno lavorando senza risparmio di mezzi e si attendono le amministrative di maggio per soppesare i risultati. Ma i dubbi restano e sono pesanti.

Accetterà il “corpaccio” leghista, solleticato per due decenni nei peggiori istinti dell’antipolitica, di riassestarsi sulla “buona amministrazione del territorio padano”, che pure rappresenta la faccia B, rispettabilissima, di quella esperienza? Non rischia così, la Lega delle ramazze verdi, di perdere collante identitario e, quel che più conta, consenso elettorale? Maroni sta giocando su questo la “partita della vita” ma la faccia A, che ha i lineamenti del Bossi, acciaccato ma non domo, assiso su un potere tribale che riproduce con somiglianza sorprendente quelli del colonnello Muhammar Gheddafi, si rassegnerà a uscire di scena senza appellarsi al sacro tabernacolo?

E accetterà Berlusconi di restare in ombra? A giudicare dall’annuncio dell’evento politico più spettacolare (dopo il Big Bang, direbbe Jovanotti) fatto da Alfano in nome e per conto del “Presidente”, l’ombra si staglia netta sullo sfondo: e se fa ombra, non può che essere in piena luce. Illuminato dai riflettori. Al centro della scena.

Infine: come la prenderanno i mercati finanziari, che hanno già abbondantemente dimostrato di considerare questa ipotesi come tragica per il paese e che, appena riprende corpo e appare di nuovo possibile, se non probabile, fa risalire immediatamente lo spread per i titoli a più lunga scadenza?

Per questo non mi sento di dare per spacciato il secondo scenario. A dirla tutta, considero piuttosto l’ultimo scenario, la Grande Destra Moderata, come una sorta di “Babau” da far apparire al momento giusto per far tremare le gambe ai moderati deboli di cuore.

E chi ci assicura che all’apparire del Babau, dell’Uomo Nero, una parte della sinistra non perda d’un colpo tutto l’ardire ritrovato per precipitarsi a omaggiare il Passera di turno? Che dico? Magari, addirittura tentata dalla proposta che il leader sia qualcuno proveniente direttamente dalle file del PD (le prime file, intendo, non certo qualche giovine sindaco già pronto alla bisogna ma in realtà destinato più che altro al ruolo del “cavallo ruffiano”). Con Casini prenotato per il più alto Colle di Roma. Sissignori, sembra l’ipotesi più lontana ma, se non la più probabile, la considero senza dubbio la più realistica.

Finirebbe la parabola del PD? Temo di sì. Ora che l’esperienza Monti si va rivelando una delusione riprende anche corpo la “foto di Vasto”. Ma se la sinistra non corre per vincere (come nel primo scenario) ma per continuare a supportare una politica animata da ideologie e ideali altrui, a quella foto mancherebbe mezzo PD. E quello di oggi, spaccato in due, non esisterebbe più e starebbe metà di qua, all’opposizione, e metà di là, al governo. Personalmente lo considererei una jattura. Non mi unirei al tripudio, a cui potremmo assistere, da parte di quel pezzo di sinistra che ha sofferto tanto in questi ultimi venti anni ogni volta che ha dovuto adattarsi all’idea di assumere responsabilità di governo. Non sono tra quelli che consideravano una insopportabile finzione la competizione con la destra per il governo del Paese, perché l’importante è di dimostrare che l’opposizione è migliore di chi governa. Non riesco a pensare che tutto il resto, il peso delle scelte di governo, “non è un mio problema”.

Penso dunque che non ci si debba rassegnare. Continuo a pensare che un quarto scenario, diverso dai precedenti, sia alla portata. Che la sinistra non perda l’ambizione di governare e che si sforzi di presentare agli elettori delle ipotesi di soluzione e non solo dei distinguo dalle proposte altrui. Che creda in quelle proposte almeno quanto serve perché possa crederci la maggioranza dell’elettorato. 

Questo vorrei sentir dire dal gruppo dirigente di sinistra. Usato sicuro? Ma se almeno sapessi quale modello mi si vuole vendere e su quale tragitto si vuole muovere!

Ripropongo le stesse domande del post precedente. Patrimoniale? OK. Diteci qualcosa in più: ordinaria o una tantum? aliquota elevata o moderata? su beni mobili o immobili (o entrambi)?

Ammortizzatori universali e salario minimo garantito? O reddito di cittadinanza? Portando tutti al massimo delle tutele o creando uno zoccolo minimo da arricchire con il contributo della mutualità?

Ma poi si dovrebbe mettere al lavoro anche la fantasia progettuale e andare oltre: sulla democrazia economica, perché i lavoratori abbiano voce in capitolo nella gestione delle imprese; sugli incentivi e l’accompagnamento alla creazione di impresa per chi trova chiuse le porte del mercato del lavoro (giovani, donne, stranieri), sulla politica industriale, a favore dei settori chiave per una prospettiva di sviluppo sostenibile, sulla qualità del lavoro, a favore della civiltà delle condizioni di lavoro. E opere pubbliche (grande programma di piccole opere e piccolo programma, selezionato, di grandi opere), spesa sociale (sussidiarietà, libera dalle clientele e dal business del “caritatevole”), informazione e comunicazione, energia, ambiente, economia verde e blu. Su tutti questi temi nessuno si aspetta risposte dalla “parentesi Monti”. Ma senza risposte su questi temi, come si potrà davvero salvare l’Italia?

Riuscirà la sinistra – e per primo il PD – a compiere questo salto? La vecchia politica non è solo occupazione del potere, affarismo, complicità con i centri del potere economico. E’ anche opacità. Offesa alla dignità del cittadino elettore. E’ anche “ragazzo lasciami lavorare”, “fidati di me”. Cercare il voto senza sbilanciarsi troppo sulle proposte per il timore di scontentare qualche elettore.

E’ questa la politica che ha fatto il suo tempo, quella che tiene lontani gli elettori. Si può ben chiedere un sostegno pubblico per non lasciare la politica in mano ai “ricchi di famiglia” (e che famiglia!), ma non lo si può fare per accodarsi alle scelte politiche di chi è ricco di famiglia.

Parlare chiaro, si deve. Altrimenti, se la politica non può che essere arcana, catacombale, iniziatica, se il campo di gioco deve restare al riparo dagli occhi degli spettatori, abbiamo imparato che vince sempre la stessa squadra. Che, per come la vedo personalmente, non è affatto la migliore. Dannazione!

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