Stato confusionale.

Il risultato delle elezioni amministrative non è particolarmente sorprendente. Al di là dei toni trionfalistici di Beppe Grillo [che chiaramente deve continuare a sparare populate ad effetto tipo “abbiamo preso Stalingrado”], non era difficile prevedere che ci sarebbe stato un letterale tracollo dell’asse PDL-Lega, un successo moderato per il PD [ma non in termini percentuali], la conquista di alcuni comuni per il Movimento 5 Stelle e un astensionismo diffuso.

di Carlotta Majorana

foto_ballottaggi_parmaTutte cose che si poteva aspettare benissimo dopo la caduta del governo Berlusconi, dopo le miserabili vicende leghiste, nel pieno della riscoperta arrabbiata dello spirito capitalista. Quello che invece è piuttosto sorprendente è l’atteggiamento dei vari partiti. Il PDL, completamente allo sbando da sei mesi, ancora si rifiuta [non può o non vuole] di comprendere la gravità della situazione e continua a minimizzare e a promettere proposte politiche nuove in arrivo.

Per ora l’unica proposta lanciata è la solita, Silvio Berlusconi, con Daniela Santanché che auspica l’ennesima “discesa in campo”, senza prendersi nemmeno la briga di cambiare un’espressione usurata e nata quasi vent’anni fa. Si vede che non ci crede neppure lei a una simile ipotesi, ma qualcosa si doveva pur dire. Nel complesso dal PDL emerge una specie di noia, l’assenza di una forza motrice e di un progetto per realizzare la missione impossibile di essere qualcosa senza la persona intorno alla quale il partito era stato costruito.

Per quanto riguarda la Lega, che perde tutti i ballottaggi e vince al primo turno con Flavio Tosi [premiato non solo per la buona amministrazione, ma anche per il suo essere il meno “fedele alla linea”], parla Roberto Maroni, limitandosi ad un’ovvia constatazione circa il peso dello scandalo dei rimborsi elettorali piombato sul padrone del partito e sulla sua avidissima famiglia. E poi proprio nel momento in cui si tentava di spacciarsi per partito di lotta e di opposizione all’Europa delle banche.

Nel PD, come al solito, c’è più confusione. Se da una parte si vorrebbe festeggiare quella che è comunque una vittoria, dall’altra non si riesce a gioirne fino in fondo, per tanti motivi. Pierluigi Bersani manifesta subito il timore che qualcuno possa portargliela via [con una terminologia che appare fiacca, da perdenti], cioè Beppe Grillo, avvia un battibecco ridicolo e si lascia trascinare in un dialogo a distanza tipicamente grillino fatto di “sei un non morto” e “stai sereno”.

D’altronde, meglio scambiarsi battute con lui che dare una risposta a Nichi Vendola e ad Antonio Di Pietro che, comprensibilmente, premono perché si chiariscano le alleanze. Il successo del PD infatti viene soprattutto dalla natura della coalizione, anche dando appoggio a uomini di Sel, ma il PD ha fatto della sua ambiguità centrista un elemento definitorio e non riesce a [o non intende] liberarsene. Intanto si identifica un nuovo nemico [come fa Enrico Letta, che proprio non vuole che “Parma diventi l’Italia” ma non entra nel merito, fermandosi alla frecciata ad personam], poi si vedrà.

Come se fosse sempre troppo presto per uscire dall’immobilismo, sempre troppo rischioso, come se si coltivasse ancora un’illusione malinconica di indipendenza e di bipolarismo, che in effetti furono presentati come autentiche stelle polari. In verità la fusione fredda era prevedibilmente fallimentare, lo stile anglo-sassone era velleitario, le primarie son state sempre una farsa.

Il Terzo Polo non pare incisivo, quindi preferisce assumere una posizione defilata, per evitare che il PD se ne accorga [ma tanto non se ne accorgerà]. Sarà molto difficile vedere concretizzato il “cambiamento” che molti elogiano o promettono in questo momento, considerando che i soggetti coinvolti non hanno palesemente la più pallida idea di come continuare non solo a galleggiare, ma a legittimare in qualche modo la propria esistenza, soprattutto all’ombra di un governo tecnico che ne sottolinea l’inadeguatezza.

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