L’ingenuità del maschilismo.

Incredibile doversi trovare, ora, al fianco di Rosi Mauro. Incredibile sentire l’esigenza di schierarsi apertamente con lei, perfino di solidarizzare, eppure non si può fare altrimenti davanti al trattamento che le stanno riservando quelli che fino a ieri [e in realtà ancora oggi] sono stati i suoi compagni di partito e i suoi elettori. Martedì sera, a Bergamo, è andato in scena uno spettacolo rivoltante, triste e profondamente vile.

di Carlotta Majorana

rosi_mauroRoberto Maroni, sorridente, con aria trionfale s’è preso la rivincita che da tempo sognava in mezzo alla folla dei suoi barbari [termine opportuno], s’è preso gli applausi di chi riconosce in lui non solo il successore naturale di Umberto Bossi alla guida della Lega, ma anche la parte “pulita” del partito, contrapposta a quella lercia rappresentata ormai dalla sola Rosi Mauro.

La Mauro, chiaro, è stata trasformata nel capro espiatorio attraverso il quale i dirigenti leghisti vogliono darsi una rinfrescata al look, una donna “Nera” e neppure troppo padana da sacrificare per potersi ripresentare davanti agli elettori con l’aria virginale di chi è stato raggirato per la troppa buona fede, per la troppa ingenuità. Come se fosse credibile che Bossi e lo stesso Maroni non sapessero nulla. Ma chi può crederci, se non lo sciocco elettorato leghista, che per anni s’è bevuto ampolle del Po e balle su fucili e secessioni? Un elettorato talmente becero che l’altra sera cantava tutto galvanizzato “Chi non salta Rosi Mauro è”, nella speranza che con lei, e solo con lei, venga spazzata via la storiaccia dei rimborsi elettorali usati per pagare la rinoplastica a l’ultimogenito di Bossi.

E perfino Bossi faceva pena su quel palco, chiaramente incapace di mettere in piedi un discorso sensato, reso incomprensibile dall’ictus che lo ha colpito anni fa [e che avrebbe dovuto ragionevolmente porre fine alla sua leadership], costretto a impapocchiare una presa di distanza camuffata dalla sua stessa famiglia e praticamente ostaggio di Maroni, che, furbissimo, non poteva evitare di sventolare ancora in faccia alla base legaiola il corpo sempre più debole del capo, conscio che un potere carismatico non è così facile da sostituire e che per farlo non basta essere rimasti in silenzio per mesi nell’attesa che scoppiasse lo scandalo.

Sul palco venivano denunciati improbabili complotti ai danni di Renzo [incommentabile], il quale secondo il padre avrebbe dovuto fare come i figli di Berlusconi e “avrebbe dovuto studiare all’estero” [peccato che sia un asino matricolato] e stare lontano dalla politica [e chi ce lo ha messo?], venivano tirati in ballo i soliti poteri forti di Monti&co. che vorrebbero affossare politicamente la Lega colpendo l’innocentissima family di Umberto, veniva sottolineata più e più volte in stile lombrosiano-nazistoide l’identità “non padana” [qualunque cosa voglia dire] della Mauro e di Belsito.

E poi giù di nuovo insulti e fischi soprattutto contro di lei, contro la badante puttana, quella con l’amante più giovane [perfino Marco Travaglio l’ha definita “attempata” in un suo articolo di qualche giorno fa, chissà se si direbbe lo stesso di un uomo di neppure cinquant’anni], ma che pure è nella Lega da più di vent’anni. Il capo se la cava con due scuse, Renzo con uno scappellotto ma per lei nessuna pietà. Il maschilismo non è certo una novità, né politica né sociale, e certamente non lo è all’interno della Lega, che ce lo ha duro [quindi è uomo, ci mancherebbe] e ne ha fatto un carattere identificativo, ma vederlo applicato in modo così ipocrita, strumentale ed esplicito è ripugnante e fa una grande rabbia.

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