Reddito Minimo Garantito….Capiamoci.

Scritto da Michele Di Giglio |
Pubblicato Venerdì, 03 Febbraio 2012 15:06

di Michele Di Giglio

Iniziamo. Parleremo di varie cose….varie. Vorrei iniziare a capire con voi discutendo di politiche inclusive e di altro.

racconti-precari_1Il paradigma cambia, inesorabilmente, ora la priorità è data al risanamento dei bilanci pubblici e alla genuflessione nei confronti delle agenzie di rating, l’investimento in spesa sociale e l’attenzione alle tematiche della solidarietà sociale arrivano DOPO. Tuttavia un mondo rischia di essere messo fuori gioco, le piazze di tutta Europa e non solo reclamano l’idea del reddito di cittadinanza o del basic income o del reddito minimo garantito….ma di che cosa stiamo parlando?

Per Basic income o reddito di cittadinanza s’intende “ un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, senza controllo di risorse né esigenza di contropartite”. Sviluppando il concetto se ne individuano sei caratteristiche essenziali: a) trasferimento monetario, b) erogato periodicamente, c) dallo Stato o da altri enti pubblici, d) agli individui, e) indipendentemente dalle loro condizioni economiche e f) dalla loro disponibilità ad offrire in cambio qualche tipo di contributo lavorativo.

E’ necessario fare dei passi indietro e parlare anche di quello che è passato nell’ultima finanziaria regionale in Molise.
“Art.49

1.      E’ istituito il Reddito minimo di cittadinanza per i nuclei familiari privi di ogni altra e diversa tipologia di entrate, con priorità verso le famiglie più numerose e nei confronti di nuclei di cui fanno parte anziani non autosufficienti, persone diversamente abili e bambini.
2.      La Giunta regionale, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della presente legge, acquisito il parere congiunto delle Commissioni Lavoro e Politiche sociali e sentite le confederazioni sindacali, emana un regolamento che disciplina l’accesso ed il funzionamento dello strumento di tutela.
3.      Nello stato di previsione della spesa del bilancio regionale per l’esercizio finanziario 2012, nell’ambito dell’UPB 511 (Politiche Sociali), è istituito specifico capitolo. La Giunta regionale, entro il termine di cui al comma 2, individua la relativa copertura finanziaria”

Chiariamo: è passato il principio inclusivo, ma solo questo….poi cerchiamo di capire in Italia cosa succede.

Nel mondo sindacale qualcosa inizia a muoversi anche nei settori più conservatori, quelli che hanno sempre visto come unico imperativo categorico la difesa esclusiva del salario contrattato. Se si discute di tobin tax per ciò che concerne la regolamentazione delle transazioni finanziarie penso sia arrivato anche il momento di mettere in discussione l’agenda legislativa in merito all’incombenza della “povertà dilagante”.

A mio modo di vedere è necessario rilevare una cosa: il reddito minimo garantito non può essere l’unica soluzione alla condizione precaria nel senso che la lotta sul salario resta prioritaria. Il punto politico risiede nel fatto che non tutto il salario è il frutto di un contratto ovvero che esiste una forza capace di imporre una quota sociale di salario indipendentemente dal rapporto di lavoro (determinato, indeterminato). Per essere chiari: pensare con il Reddito di sostituire un Salario che non esiste, pensare di implementare un nuovo Welfare è pura demagogia. Il tema non è “unicamente un problema contabile da risolvere” ma riguarda il senso della precarizzazione esistenziale in atto.
Non entro nello specifico dei singoli paesi, approfondiremo in seguito ma sicuramente l’Italia ha il triste primato nell’essere fanalino di coda in Europa per ciò che concerne le politiche d’inclusione sociale.

Andando ad analizzare l’ultimo Rapporto della Caritas sulla povertà e l’esclusione sociale per il 2010 ci rendiamo conto come senza una impalcatura legata al Reddito Minimo siamo fuori dagli obiettivi stabiliti in sede europea nella “Strategia 20-20” ( strategia per l’occupazione e una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, che ha sostituito, nel giugno del 2010, la precedente Lisbon Agenda. Nel nuovo programma si sono fissati gli obiettivi per il decennio 2010-2020, tra i quali quello della riduzione di almeno 20 milioni del numero dei poveri nell’Unione Europea) sull’esclusione sociale.

In Italia la situazione è mortificante, insieme alla Grecia siamo il fanalino di coda in Europa nelle politiche di inclusione sociale, a questa situazione bisogna sommare la proliferazione delle figure contrattuali atipiche che hanno sdoganato nel nostro paese la precarizzazione di massa e che rischiano di annullare il rapporto intergenerazionale del nostro welfare conservatore. La flessibilizzazione elevata in uscita non accompagnata e il deficit di contrasto alla povertà sta generando una situazione insostenibile. I giovani italiani, in base agli standard europei, sono considerati cittadini di serie B, sono oltre 2 milioni i giovani che non studiano, non lavorano, non sono in attività di formazione professionale oltre a non percepire nessun tipo di reddito in grado di sopperire ai bisogni essenziali. Tutto ciò riguarda solo la fascia giovanile, bisogna aggiungere tutta una serie di figure border line, ai margini del magma del mercato del lavoro nazionale (disoccupati ultracinquantenni, donne, migranti). Il sistema clientelare, non universalistico e conservatore degli ammortizzatori sociali esistenti non è assolutamente sufficiente, i servizi per l’impiego non rispondo ai tempi presenti, i workin poor non sono considerati, solo le famiglie riescono ancora a svolgere un ruolo nella fornitura dei servizi di assistenza e di cura delle situazioni di criticità.

Un importante contributo in tal senso, subito cancellato dal gorgo da “social card” berlusconiano, fu dato dal governo Prodi con la Commissione Onofri, vero spartiacque nazionale nello studio delle povertà e del nuovo disagio sociale. Il lavoro della Commissione fotografa un quadro del mercato del lavoro e delle politiche dell’inclusione sostanzialmente ancorato ad un modello fordista cancellato dalla velocità della storia e dai mutamenti antropologici del mercato, un modello finalizzato ad un meccanismo di protezione tutto legato alle corporazioni categoriali, con ammortizzatori sociali anomali che vede la quota maggioritaria della spesa sociale favorire sottoclassi di lavoratori ipergarantiti dalle grosse centrali sindacali e dal blocco conservatore dei partiti politici. Un paese contro i giovani, contro l’inclusione sociale, contro il dinamismo dei tempi che cambiano.

Un apparato elefantiaco che ci fa regredire agli ultimi posti nei paesi avanzati, rappresentando l’ulteriore tassello controllato in sede sovranazionale. Un sistema paternalistico che vede la spesa sociale tutta centrata sulla previdenza e pochissimo sull’assistenza. La spesa pubblica italiana non ha nessuna capacità redistributiva, perdendosi in mille rivoli e non aiutando chi viene a trovarsi in condizioni di difficoltà, non attua nessuna dinamica redistributiva nei blocchi sociali, l’indebitamento pubblico ostinatamente perseguito a scapito delle nuove generazioni nel corso degli anni ha visto solo una parziale frenata negli ultimi anni nel settore previdenziale, frenata che ha solo protetto categorie sindacalmente “certe”.

I costi burocratici da sostenere per tenere in piedi un modello di questo tipo assorbono la totalità degli investimenti di natura sociale che sarebbero abbattuti drasticamente se si passasse ad un basic income incondizionato e finanziato dalla fiscalità generale.

Il decreto legislativo n.237/1998 è stato il primo tentativo di introdurre in Italia una specie di reddito minimo garantito dopo il lavoro svolto dalla Commissione Onofri, il cambio di maggioranza nel 2001 ne ha decretato l’abbandono per arrivare al “conservatorismo compassionevole” di berlusconiana memoria della Social Card.

Una delle principali difficoltà italiane nel cercare di essere pienamente un paese europeo, degno delle democrazie avanzate, è legato al complesso rapporto Stato/Regioni che vede, nella riforma in senso federalista del nostro ordinamento costituzionale del 2001, la materia “assistenziale” a carico delle regioni. Un tentativo virtuoso, un tentativo che potrebbe essere considerato incubatore di sviluppo allargato all’intero territorio nazionale è quello perseguito dalla regione Lazio che ha cercato di connettersi alle linee guida europee nel quadro di una sussidiarietà verticale in materia sociale. Legge n.3 del 3 novembre 2009 di  “Istituzione di un reddito medio garantito”, legge questa non abrogata ma non rifinanziata con il cambio di maggioranza avutosi nel 2010.

Nella legge n.3 si è cercato di coniugare il sostegno monetario alla categoria svantaggiata con metodologie di tariffazione sociale dove il sussidio si perde non a seguito del rifiuto indiscriminato di un’occupazione, ma solo se si rifiuta una occasione di “lavoro adeguato” al soggetto. L’architrave legislativa rappresenta il primo vero e serio tentativo per attuare una legge cornice nazionale nel rispetto dell’articolo 117 della Costituzione. In Lazio le domande sono state 130.000, accolte 5.000, il che la dice lunga sull’universo invisibile ed  esplosivo esistente nell’universo della precarizzazione.

Continueremo.


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