Sogna, ragazzo, sogna… tanto ci pensano i manganelli a svegliarti

Vedere in televisione, ieri, i volti sgomenti dei ragazzini liceali picchiati dalla polizia è stato un terribile deja-vu, un fermo immagine devastante; come riavvolgere una pellicola di film dell’orrore e ritrovarsi a Genova 2001. Per fortuna non con la stessa malvagità elevata a sistema che ci ha fatto diventare la vergogna d’Europa, ma con la stessa ottusa stupidità e la stessa vigliacca violenza senza motivo.

di Marcella Stumpo

manganelli_roteantiCerto, ci saranno stati momenti di tensione,  la voglia di sfidare cambiando il percorso del corteo, anche qualche pietra di troppo: ma santo cielo, l’età media era sedici anni! I poliziotti che hanno trascinato per metri quel ragazzino quindicenne si saranno sentiti tanto giustizieri della notte e difensori della società benpensante, senza capire che la prepotenza cieca esercitata su un adolescente potrà portare solo altra violenza, rancore verso ogni autorità costituita, desiderio di rivalsa che prenderà magari strade sbagliate.

Chi ha usato i manganelli su studenti minorenni vedrà se stesso come l’ uomo forte che difende lo stato dai ribelli, senza nemmeno porsi il problema del confronto improponibile tra un questurino in tenuta antisommossa e un ragazzetto inerme.

Ciò che più sconvolge, guardando quelle scene orribili, è la constatazione che ormai in Italia il diritto di manifestare, pur sancito solennemente dalla Costituzione, è stato di fatto cancellato: basta decidere di sfilare in corteo, per qualunque motivo, e si è certi di trovarsi davanti muraglie di scudi e di manganelli, divisioni di opliti minacciosi con i volti oscurati dai caschi, file di facce senza espressione pronte a massacrare.

Ma come è possibile trovarci a vivere in uno stato di polizia senza neanche accorgercene?

E come è possibile picchiare sempre e comunque, senza pensare mai a chi hai davanti, senza neanche vedere se si tratta di uomo, donna, anziano, quasi bambino?

La rabbia degli studenti, rabbia dichiarata apertamente quasi ad avvertire, a chiedere di parlarne, di non etichettarla scioccamente come  semplice rigurgito sessantottino fuori tempo, è la inevitabile conseguenza del mondo in cui costringiamo i nostri ragazzi a crescere: mondo senza senso, senza futuro, senza leggi che non siano quelle delle banche e di un’economia ottusa e senz’anima, senza sentimento e senza poesia. Il mondo dei Fiorito e dei Lusi, del Grande fratello e dei social network che uccidono i rapporti umani, delle olgettine e dei viaggi ai Caraibi pagati da altri, dei call center e dei 48 tipi di sfruttamento legalizzato che costituiscono il solo sbocco lavorativo dei nostri liceali.

Perché non dovrebbero essere arrabbiati? E anzi, come potrebbero non esserlo? Non per ideologia, perché gli abbiamo rubato anche la fede nei partiti, insieme al futuro; non per teppismo o nichilismo, perché non erano black blocs quelli che sfilavano in tante strade italiane; e non certo per perdere un giorno di scuola, come ai nostri bei tempi, quando si programmava magari lo sciopero per il primo sabato dopo l’inizio delle lezioni, per goderci ancora un po’ di libertà.

No, quei ragazzi sono andati a manifestare per disperazione, per frustrazione, e anche per amore: per dire no alla distruzione della scuola, che agli studenti sta a cuore, checché ne credano gli adulti, perché  loro sono molto più lungimiranti dei nostri governanti, quelli di ora e quelli di sempre, che anche quando non hanno devastato come la Gelmini e Tremonti non hanno mai investito seriamente sull’istruzione.

Invece la maggioranza dei giovani sa bene che la scuola è il primo bene comune da difendere, perché nel mondo globalizzato e competitivo in cui vivono senza una preparazione culturale di alto livello saranno sommersi.

Come spiegare altrimenti l’intuizione geniale degli scudi di cartone con i titoli dei grandi libri immortali, che hanno caratterizzato i primi cortei anti Gelmini, e sono tornati in strada anche ieri? Così patetici e coraggiosi contro le armi degli opliti di stato, metafora tenerissima e spiazzante della  condizione inerme e disperata di questi ragazzini, ai  quali solo la voce dei grandi del passato può dare forza contro la morte della speranza e della democrazia.

Sì, perché è bene dirlo chiaramente,che la democrazia è morta in Italia: ha cominciato a morire alla Diaz, e nonostante il coraggio dei giudici che hanno condannato chi ha ordinato l’orrore continua a morire ogni giorno. Nei diktat della Troika dell’economia, nelle parole ingiuriose di chi dice che il lavoro non è un diritto, nei decreti che hanno cancellato l’articolo 18, nella repressione violenta che colpisce i minatori sardi come i liceali, nelle facce sgomente e impietrite di chi sale in cima alle torri o sul Campanile di San Marco, nei suicidi di chi non regge più alla non speranza.

E ora soprattutto nella legge che stanno scrivendo per permettere ai dirigenti dell’ILVA di continuare a inquinare, condannando a morte altre persone e mettendo nero su bianco che il profitto vale più delle persone.

D’altronde, il primo segno distintivo di una democrazia matura è proprio il saper accogliere le proteste, anche quelle violente o sbagliate, mediando,  sforzandosi di capire il malessere e di dargli voce. La repressione violenta resta sempre espressione di debolezza e di crisi di valori.

Credete forse che i nostri ragazzi siano ciechi e sordi a tutto questo?

Come insegnante sono orgogliosa di quegli studenti, e mi vergogno del governo che sa solo ordinare di picchiare, per risolvere il problema; che vede la disperazione solo come questione di ordine pubblico, rivelandosi analfabeta del sentimento e dell’umanità.

Governo di tecnici, che non è il mio. Il mio posto, e quello di chiunque senta anche minimamente sulle proprie spalle la responsabilità delle nuove generazioni, è al fianco di quei ragazzi, per fermare i manganelli e restituire ai giovani i loro sogni.

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