Se le cose valgono più delle persone

Due sentenze di Cassazione in poche ore su fatti verificatisi negli stessi giorni, undici anni fa; due sentenze che confermano condanne, con entità di pena però molto diverse, e questa differenza pesante come un macigno sottende due visioni del mondo e dell’etica agli antipodi l’una dall’altra.

di Marcella Stumpo

justice_for_allPreciso subito che le mie riflessioni non intendono in alcun modo giustificare chi spacca vetrine, porta via merce da supermercati, incendia macchine: non faccio apologia dei reati di danneggiamento e furto. Sono colpe gravi, vanno punite e chi le ha commesse deve pagare il giusto. Vorrei solo mettere in discussione (in democrazia si può, anzi si deve, discutere di tutto, no?) un sistema giuridico che per tre gradi successivi di giudizio ritiene la devastazione di un supermercato più grave di quella di un corpo umano.

Le pene spropositate confermate per i dieci unici imputati dei reati contro cose (ricordiamocelo, contro cose: perché non c’è stata aggressione a persone da parte dei condannati di Genova) dicono chiaramente che secondo il nostro diritto, così esaltato come il più evoluto e raffinato, così magnificato per acutezza e sottigliezza in confronto a quello anglosassone ritenuto rozzo e sbrigativo dai nostri coltissimi studiosi, il massacro di persone indifese è da considerarsi molto meno grave della distruzione delle vetrine di una banca, dell’incendio di un’auto, del furto in un supermercato.

Ho chiesto a mio marito, avvocato penalista, perché è stato possibile prescrivere un reato, e l’altro invece no: mi ha risposto che per il secondo reato, quello contro le cose, le pene previste sono più pesanti, e di conseguenza i tempi di prescrizione si allungano. Dunque, è proprio scritto a chiare lettere nel nostro codice penale: fare male alle cose è più grave che fare male alle persone.

Ripeto, non intendo in alcun modo avallare queste azioni; ma può mai ritenersi civile un paese in cui i poliziotti torturatori della Diaz non fanno un sol giorno di prigione, e dieci incensurati colpevoli di danni a cose vanno in galera per anni e anni, fino a 14?

Come è possibile che per le lesioni gravi, che hanno causato danni fisici permanenti alle vittime (quelli morali credo siano inquantificabili), sia prevista la prescrizione, e per i danni alle cose no? Scrivo volutamente “danneggiamento” e non “devastazione e saccheggio”, perché a me sembra evidente quello che l’Alta Corte non ha voluto vedere, e cioè che i reati contestati sono veramente retaggio di altri, più cupi tempi: il Codice Rocco, il ventennio, la guerra. E di reati di guerra infatti si tratta, e quei reati sono stati chiamati in causa cinque volte in cinquant’anni. Ma a Genova sono stati ritenuti commessi, e forse guardando i filmati, come ha sostenuto l’accusa, viene da dire che guerra c’è stata: ma occorrerebbe chiedersi, se vogliamo fare giustizia fino in fondo, e se quello che ci muove è davvero l’ansia di trovare la verità, chi in realtà abbia voluto, programmato e pianificato quella guerra.

Mi disgusta l’idea di vivere in un paese dove il possesso di cose e beni sia ritenuto prevalente sulla sacralità del corpo umano, sull’incolumità degli esseri viventi : è stato scritto e detto più volte, in questi giorni, che omicidi efferati sono stati sanzionati con pene molto minori di quelle confermate per i no global di Genova. Ma finchè queste osservazioni  restano parole non ci si rende conto bene di quanto sia grave una cosa del genere: personalmente posso dire di aver ascoltato in tribunale sentenze per omicidio, qui in Molise, più leggere di quelle dell’altro ieri, specie dopo l’introduzione dell’istituto del patteggiamento. E non riesco più a trovare punti di riferimento in un sistema mondo che fa sempre più prevalere l’avere sull’essere.

E poi, i tempi! Undici anni significano un tempo e una strada infiniti, da percorrere cambiando continuamente; non che questo voglia dire impunità, ma tener conto anche dei mutamenti che gli anni portano sarebbe stato doveroso. Anche perché siamo il paese di Cesare Beccaria, come scriveva ieri in un bellissimo articolo Miguel Gotor su Repubblica. Ed è stupefacente constatare la modernità folgorante della sua definizione di come deve essere la giusta pena; voglio riportarla, perché magari qualcuno leggendo queste righe possa pensare e ricordare di cosa eravamo capaci nel Settecento, e magari tutti insieme proviamo a ricostruire la dirittura morale e la passione per la giustizia che sole potranno farci tornare ad essere un Paese GRANDE.

Scriveva Beccaria che la pena giusta deve sempre essere “ pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti e dettata dalle leggi”. E aggiungeva che occorre mantenere la “relazione fra l’oggetto e la sensazione”. Relazione che nella sentenza della Cassazione si è persa del tutto, così come si sono perse la prontezza e l’entità minima.

Del resto, a Genova si è perso molto più di questo; e siamo tutti più indifesi e tristi.

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