Grazie, Inghilterra, per questa lezione di civiltà

Che bello, qualche giorno fa, assistere in televisione alla celebrazione orgogliosa del sistema sanitario nazionale come gloria del paese e pietra miliare delle conquiste di civiltà di un popolo!

di Marcella Stumpo

welfare_ingleseIn questi tristi tempi sui quali domina incontrastato il feticcio virtuale e ossessivo dello spread, assurdo moloch contemporaneo davanti al quale prostrarsi, la cerimonia di apertura  dei giochi olimpici, bellissima, commovente e ironica come solo gli inglesi potevano concepire, ci ha regalato una boccata di ossigeno, dopo mesi oscuri e opprimenti nei quali ci siamo alzati e siamo andati a letto accompagnati e ossessionati dalle inquietanti parole dell’economia virtuale che ci sta schiacciando l’anima.

Che sollievo e che senso di liberazione, vedere quei letti d’ospedale con quelle allegre infermiere e quei medici ballerini, e provare la lieta sensazione di ritrovare un amico su cui contare. L’Inghilterra rivendicava con giustificato orgoglio, davanti al mondo intero, la costruzione di quel sistema di welfare pubblico,” from the cradle to the grave” , dalla culla alla tomba, che ha aperto la strada a tutte le modalità europee di assistenza sanitaria gratuita per tutti i cittadini.

Dopo aver rievocato la  loro verdissima campagna e la rivoluzione industriale, gli inglesi hanno voluto dire a tutte le nazioni schierate in parata che aver concepito e attuato per primi nel mondo il diritto alla salute e alla cura per ogni individuo li rende fieri, e che si tratta di una conquista alla quale non vogliono rinunciare, nonostante la crisi e nonostante i tanti problemi che anche da loro hanno modificato in peggio quello che era il miglior sistema esistente.

E a noi italiani, che da tanto tempo ci sentiamo ripetere come un mantra frasi senza umanità e senza civiltà sulla necessità di avere meno stato, meno tutele, meno lavoro, meno servizi, noi che ci siamo abituati troppo presto a non lottare più per i nostri diritti, che abbiamo perso la maggio parte della nostra capacità di indignarci, è sembrato incredibile che si potesse sbandierare in quel modo una forma di assistenza statale che stanno cercando di convincerci a considerare antiquata e insostenibile per le finanze del paese. Forse dopo aver visto quella coreografia potremmo, chi sa?, tornare a credere che avevamo ragione noi: che non è follia  pretendere di avere un buon sistema sanitario pubblico, una buona scuola statale e una università di valore, un servizio ferroviario e postale che funzionino, una giustizia veloce e umana. In una parola, uno STATO che dia servizi ai suoi cittadini, in cambio di tasse eque che paghino i costi di quei servizi.

L’Inghilterra, paese contraddittorio e affascinante, ancora una volta ha dimostrato di essere capace di scelte spiazzanti; se ha inserito proprio questo tema in una cerimonia così importante e carica di simbologie, alla quale hanno assistito miliardi di persone, vuol dire che esso è stato ritenuto fondamentale: un bene comune, per usare parole sulle quali si sta ragionando tanto in questo periodo.

E se è così, allora non siamo pazzi noi che ancora crediamo nello STATO come ente sovrano al quale solo, e non ai privati, spetta la gestione di quei servizi che stanno alla base del nostro vivere in comunità democratica, e che non possono essere venduti, appaltati, contrattati, resi merce da cui ricavare profitti. Se è così, forse è possibile esigere da chi si prepara alle prossime elezioni politiche parole e fatti chiari su questi temi; forse possiamo non vergognarci di dire a voce alta che non vogliamo meno stato, ma più stato e uno stato  migliore.

Possiamo, anzi dobbiamo, far tornare al centro dell’agorà l’idea che salute, scuola, giustizia e ambiente spettano allo stato  e  ne sono  la più alta espressione e realizzazione: allo stato inteso come unione di individui con diritti e doveri, legati da un patto di mutuo rispetto e solidarietà. Possiamo forse spazzare via una volta per tutte questa assurda, vergognosa idea che prendersi cura di ogni cittadino, assistere, educare, garantire condizioni di lavoro e di  vita decorosi sia una romanticheria antiquata e stucchevole, roba da comunisti sfigati e sognatori.

Insegno la lingua di questa isola che Shakespeare ha reso immortale, ne studio la storia e la società da tanti anni, e la amo molto; ma il fascino che essa ha sempre esercitato su di me non me ne ha mai nascosto i limiti, le tante colpe, la violenza cieca esercitata sulle colonie, il malcelato razzismo che la pervade. Ma resta il paese della Magna Charta Libertatum, dell’Habeas Corpus, della più antica costituzione scritta, di tante conquiste di civiltà.

E l’altro ieri quella giocosa rivendicazione di conquiste sociali me la ha fatta amare ancora di più; forse perché la mia Italia le sta cancellando e svendendo, le sue tante pietre miliari di civiltà, nell’indifferenza più totale della sua gente e in mezzo alle frasi stupide e offensive dei suoi ministri e vice ministri ( signor Martone, c’era proprio bisogno di ripetere ancora oggi quelle parole scellerate sugli sfigati?).

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