Femminicidio, 54 casi nel 2012: una guerra da prevenire

Con la morte di Vanessa Scialfa, la ventenne di Enna uccisa per mano del fidanzato, siamo a 54 donne uccise nel solo 2012. In appena 4 mesi. Una guerra che fa più vittime di camorra, mafia e ‘ndrangheta messe insieme. Unica via d’uscita: la prevenzione. Con pene più certe e leggi che garantiscano sicurezza alle donne in pericolo.

di Silvana Viola

femminicidio_50_vittime_nel_2012Simonetta Cesaroni a ventidue anni dopo la sua morte non ha ancora avuto giustizia, prima il portiere dello stabile di via Poma, Pietrino Vanacore, e poi l’ex fidanzato Raniero Busco sono stati assolti. Entrambi non hanno ucciso Simonetta. Entrambi sospettati di essere i mostri. Questo accadeva il 9 agosto 1990. Ma la carneficina di donne aumenta. Nella giornata di ieri abbiamo raggiunto quota 54 donne uccise dal proprio marito o compagno per gelosia. Il femminicidio non ha fine. L’ultima è la ventenne di Enna Vanessa Scialfa. Soffocata e gettata da un ponte a soli 20 anni per aver chiamato col nome del suo ex il suo assassino. Una cosa imperdonabile per il 34enne Francesco Lo Presti. Una cosa da punire col sangue e con le lacrime di chi resta. Finora si è sempre parlato di punire le donne, le vittime. Ma cosa fare per arginare l’emergenza femminicidio? Se lo chiedono in queste ore sulle piazze virtuali dei social network, nelle città, nei ricoveri per donne maltrattate. Ovunque. 

C’è chi invoca persino la pena capitale. Ma non è il nostro caso. Siamo contro la pena di morte sempre e comunque. Nessuno deve morire ammazzato perchè ha deciso di togliere la speranza ad altre persone. Ma siamo assolutamente convinti che sia lui a dover essere punito. E non la donna che vuole scappare dall’inferno di una vita fatta di botte e violenze. Bisognerebbe innanzitutto far consapevolizzare alla persona che ha commesso il delitto che ha sbagliato e non deve più cadere in errore. Ma come fare: a volte anche l’ergastolo è una pena che non rieduca. Non è una pena certa. Dopo trenta anni si ha la possibilità di uscire dal carcere in semilibertà. Come è accaduto ad Angelo Izzo che dopo appena quattro mesi ha ucciso ancora. Nel 1975 il Circeo, nel 2005 Ferrazzano. Nessun italiano e nessun molisano ha dimenticato quell’orrore. Soprattutto oggi che ricorrono i sette anni da quei terribili fatti. Ebbene si, chi ha ucciso era condannato alla pena dell’ergastolo.

Un carcere a vita che non ti redime dagli sbagli passati e non ti protegge da errori futuri. In Italia ci vuole non la pena di morte ma la certezza della pena. Se l’ergastolo significasse no benefici, no semilibertà forse anche il femminicidio sarebbe un fenomeno più ridotto. Come l’omicidio in se per se. Chi ammazza la propria donna spesso prima la stupra. I casi sono tantissimi, innumerevoli. Anche in questo caso la certezza della pena è la prima cosa. La legge attuale prevede per la violenza sessuale la carcerazione dai sei ai dodici anni. Ma, come accade per l’omicidio e l’ergastolo, anche qui a metà pena si ottengono benefici come i domiciliari o la semilibertà. Per diminuire gli stupri bisognerebbe rendere effettivi quegli anni di galera.

Lo stupro da troppo poco tempo viene considerato un crimine contro la persona. Ma evidentemente non basta per far desistere gli uomini che lo praticano. Se n’è parlato nei talk show, la proposta è stata accolta con favore sia dalla deputata Alessandra Mussolini che dall’ex ministro  Giovanna Melandri. Si tratta di una proposta di legge che differenzi le pene e la qualificazione del reato di stupro da quello di violenza sessuale. Il primo ha un maggiore impatto rispetto alla seconda sulla vita futura della vittima. Va quindi punito seriamente e le pene andrebbero equiparate a quelle del tentato omicidio. La donna stuprata non muore fuori, ma muore dentro. Non torna mai quella di prima. 

Fin qui abbiamo parlato di repressione. Ma anche sulla prevenzione ci sarebbe molto da dire. Ma lo sintetizziamo. L’ex premier Silvio Berlusconi a proposito degli stupri ci scherzò sopra. Disse che non si poteva impiegare un soldato per ogni “bella ragazza” che rischiava di essere uccisa o violentata. Non chiediamo una cosa del genere ma case d’accoglienza più sicure, più polizia per strada questo si.  Ma soprattutto ci vorrebbero strutture che permettano a chi vuole scappare dalla violenza domestica di poterlo fare. I centri d’ascolto ci sono? Non in tutte le regioni come non ci sono nemmeno i numeri antiviolenza che chiudono per mancanza di fondi. Come è accaduto anche in Molise durante la seconda legislatura di Michele Iorio. Le donne chiedono uno Stato che le protegga al pari dei pentiti di mafia. Una cosa da prendere in considerazione se si pensa che uccide più persone la violenza domestica che la criminalità organizzata.

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