Donne ammazzate, il diritto negato di dire “no”

Il fenomeno è chiamato femminicidio ma spesso dietro a questa parola si nasconde una guerra di genere vinta dal sesso maschile solo perché più forte fisicamente e maggiormente tutelato da leggi eccessivamente garantiste che non contemplano la certezza della pena. Solo nel 2012 sono già 48 le donne che sono morte per mano del compagno che avevano rifiutato. Senza contare i due casi di Ancona e di Sant’Antioco di cui andremo a parlare, dove le donne non sono morte ma rischiano di essere segnate a vita dalla violenza feroce subita.

di Silvana Viola

stop_the_violenceNovantuno donne uccise nel 2011 e 48 solo nei primi due mesi e mezzo del 2012: un bilancio peggiore di quello di una guerra, del terrorismo forse anche della malavita. Contro di loro la ferocia degli uomini, gli stessi che dovrebbero proteggerle, amarle e dare loro una famiglia. Ma in Italia basta un niente per essere ammazzate di botte e cavarsela con pochi anni di galera. 

Un caso recente anche a Prata Sannita, in Campania, protagonista una coppia in crisi. Entrambi lavoravano a Isernia, in Molise. Lunedì scorso Franco Ferruccio, dipendente di un’agenzia di sicurezza, ha ucciso la moglie Carmela Imundi, che lavorava al liceo artistico. Lei voleva separarsi, lui no. E per una banalissima lite il colpo di pistola all’addome. Lei viene trasportata in ospedale, dove arriva già cadavere. Sporca di quel sangue per aver saputo ribellarsi. Ma non accade solo tra persone sposate. L’istinto assassino di chi non accetta un rifiuto arriva anche tra i giovani. L’ultimo caso nelle civilissime Marche.

Potremmo dire di Ancona che è una città tranquilla, nonostante i suoi confini portuali con l’ex Jugoslavia. Ma in una serata come tante una ragazza di appena diciotto anni, Andrea Toccaceli, ha rischiato di morire. Una pizza con le amiche dopo essersi buttata (almeno lei così credeva) alle spalle la sua storia con il muratore 23enne Saimo. Ma così non era purtroppo, il compagno geloso che non voleva sentirsi dire no l’ha prelevata davanti alla pizzeria, l’ha presa a pugni, le ha sfasciato completamente la mandibola e l’ha gettata semisvenuta giù da un ponte. A nulla vale che anche lui abbia tentato il suicidio. Per lui le ferite sono lievi, se la caverà quasi sicuramente.

E’ lei quella più grave ricoverata in stato comatoso all’ospedale “Le Torrette” di Ancona con ossa rotte e fegato completamente spappolato dai calci. Pochi giorni prima nel cagliaritano a Sant’Antioco Daniela voleva lasciare il suo compagno Igor. Ma anche in questo caso il no ha risuonato malissimo nella testa di lui. Che ha ucciso, soffocandolo, il figlio di lei. Mirko di appena due anni non si è potuto difendere. Non ne ha avuto la forza. Daniela di appena 23 anni, una ragazza che aveva il diritto di rifarsi una vita ha ricevuto numerose martellate sulla testa. Le sue condizioni non sono gravi ma ha rischiato la vita: Igor il compagno di lei ma non il padre di Mirko ha deciso di impiccarsi.

Due realtà come tante dove le donne non possono dire no. Non possono autodeterminarsi perché rischiano la vita propria e anche quella dei loro figli che non si possono difendere. Una cultura basata sul maschilismo impotente genera questi mostri umani. Uomini che non possono più controllare la loro donna. Diventata indipendente anche grazie al lavoro che manca sì ma è sempre di più rispetto a cento anni fa. Quando si era completamente dipendenti dal proprio uomo e si accettavano anche botte e stupri pur di non finire in mezzo alla strada a mendicare un lavoro. Oggi nel 2012 anche se la forza economica della donna aumenta rispetto a 50 anni fa quella fisica rimane la stessa. Incapace di reggere il confronto con un uomo indemoniato quando decide di ottenere con la forza quello che la donna non gli vuole dare: quello che in una canzone di Luca Barbarossa viene definito “l’amore rubato”. E dopo quello l’annientamento della donna che hanno accanto per legittimare ancora il loro desiderio di potenza. Ben sapendo che in pochi verranno condannati all’ergastolo o a trenta anni di reclusione.

Spesso questi omicidi non vengono definiti premeditati ma d’impulso o con un termine che si sta cercando di cancellare dal codice : “omicidio passionale”. Proprio perché nessuna passione ha il diritto di spezzare la vita delle donne, nessuna passione ha il diritto di soffocare quel no detto con impeto per determinare la propria volontà. “Nulla giustifica questa barbarie- si legge su gruppi Facebook in difesa delle donne- nessuno ha il diritto di ucciderci se non vogliamo più continuare una relazione”. Spesso si parla di omicidio preterintenzionale, ossia che avviene senza che l’assassino volesse uccidere. Nei casi più fortunati di omicidio volontario che avviene quando la persona che toglie la vita a un altro individuo lo fa con la voglia di farlo.

Arriva dal Molise la dimostrazione che ammazzare la propria moglie a fucilate solo perché le cose non andavano bene può portare a conseguenze non disastrosissime. E’ il caso di Antonio Scalabrino di Campobasso. Nel 2008 non si arrese alla volontà della moglie Marisa De Benedittis di separarsi e portare via con se i figli. In una sera  di ottobre del 2008 l’uomo imbraccia il fucile e con l’arma in mano resta fino a quando la moglie non rientra. La donna era uscita con le amiche e durante le ore dell’uscita monta l’animus necandi dell’uomo. Al suo rientro, davanti ai figli, viene colpita da una scarica di fucilate. La sentenza definitiva nei confronti del marito, giudicato col rito abbreviato, è di diciotto anni di reclusione.

La pena di omicidio volontario ridotta di un terzo per il tipo di processo scelto e aggravata di due anni per il rapporto di parentela con la vittima. Pene che di certo non fermano la voglia di uccidere. Sapendo che dopo nove anni si può già ottenere il permesso di uscita e se ti va bene anche un lavoro in semilibertà. Una riflessione è d’obbligo, le donne chiedono più sicurezza e leggi giuste che ne garantiscano il diritto alla vita.

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