Quando la storia non insegna: la nuova morte di Rachel Corrie

Storia di ordinaria ingiustizia: così potremmo definire la sentenza che ha concluso il processo per la morte di Rachel Corrie, giovane attivista americana uccisa da un bulldozer israeliano il 16 marzo 2003. Rachel è morta di nuovo con la scelta fatta dai giudici che hanno legittimato e tutelato il potere israeliano e le stragi di civili che ogni giorno avvengono, senza proteggere neanche i bambini. Rachel come Vittorio Arrigoni accomunati da un unico ideale: restare umani.

di Maria Cristina Giovannitti

rachel-corrie_82066E’ davvero impossibile fare la conta dei feriti e dei morti nell’infinita guerra di Israele contro la Palestina: è uno sterminio di massa che si consuma ogni giorno dietro la cinica indifferenza degli altri Paesi, che permettono questa strage a cielo aperto. E’ davvero disumano continuare ad attaccare Gaza city, come ogni momento Israele continua a fare, quando ormai questo può essere considerato il più grande e legalizzato genocidio della storia. Continui raids e attacchi di bulldozer sulle case palestinesi, eppure tutto tace.

«Io non so se molti dei bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei carri armati alle pareti e senza le torri di un esercito di occupazione che li sorveglia costantemente da un orizzonte vicino. Io penso, sebbene non sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisce che la vita non è così ovunque».

Queste le parole di Rachel Corrie. Così scriveva in una lettera spassionata e veritiera ai suoi familiari il 7 febbraio 2003, un mese prima della sua morte: «I bambini palestinesi sanno che quelli negli Stati Uniti, di solito, non hanno i genitori uccisi e che qualche volta vanno a vedere l’oceano. Ma quando tu hai visto l’oceano, vissuto in un posto tranquillo dove l’acqua è un bene scontato e non rubata di notte dai bulldozer, e quando hai passato una notte in cui non ti sei meravigliato che le pareti della tua casa non siano crollate svegliandoti dal sonno, e quando hai incontrato gente che non ha perso nessuno, quando hai sperimentato la realtà di un mondo che non è circondato da torri di morte, carri armati, insediamenti armati e ora da una gigantesca parete metallica, mi chiedo se puoi perdonare il mondo per tutti gli anni della tua infanzia spesa esistendo – solo esistendo»

Rachel come Vittorio Arrigoni e conforme anche lei al motto, Restiamo Umani, quello che poi è stata una linea di pensiero, uno stile di vita, una moralità ed un libro. Il 4 ottobre 2010 lo stesso attivista lombardo vinse il premio speciale Rachel Corrie, indetto dalla città di Ovada, un premio per la pace e la non violenza. Vittorio Arrigoni e Rachel Corrie erano pacifisti e con la pace hanno provato ad affrontare la rabbiosa violenza degli attacchi sionisti, trovando entrambi una morte violenta.

Rachiel Corrie proprio poche settimane fa è morta nuovamente, una rigenerarsi del dolore e dell’ingiustizia per una perdita avvenuta il 16 marzo 2003, durante la Seconda Intifada: secondo la sentenza dei giudici non è colpa del militare israeliano se Rachel è stata investita da un enorme bulldozer mentre con il suo corpo faceva da ‘scudo umano’ per evitare l’abbattimento dei pozzi d’acqua, delle case palestinesi e l’estirpazione delle loro terre. Nessun colpevole, nessun omicida ma semplicemente uno ‘spiacevole incidente’ che ha visto la morte della giovane attivista americana. Eppure lei aveva un giubbino arancione fosforescente, per essere ben visibile, e parlava con il megafono affinché questi enormi carri si fermassero. E’ stata travolta, investita da un bulldozer che poi ha fatto retromarcia, martoriando il suo corpo.

Rachel aveva ventitré anni e con questa sentenza è morta due volte mentre le sue parole restano ancora così ‘imbarazzantemente’ attuali da farci pensare che la storia non sempre insegna.

«Penso che nessun libro, conferenza, documentario, parola mi avrebbero potuto preparare alla realtà che c’è qui … Seicentodue case sono state completamente abbattute dai bulldozers, oltre alla presenza costante di carri armati lungo il confine di Rafah» (febbraio 2003)

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