La Mafia che ha ucciso Peppino Impastato

Il 9 maggio 1978 viene ucciso da Cosa Nostra Peppino Impastato, a soli 30 anni. Molti hanno vissuto le sue denunce grazie a Radio Aut, altri lo hanno conosciuto nel fim I Cento Passi. Giuseppe Impastato, detto Peppino, è stato un giovane siciliano che, vivendo sulla propria pelle il peso della mafia, aveva deciso di ribellarsi a quel modo di vivere che coinvolgeva direttamente anche la sua famiglia. Spesso il potere di una voce fa molta più paura di una pistola e Peppino Impastato era così temuto da Gaetano Badalamenti e dal suo clan mafioso, da essere brutalmente ucciso.

di Maria Cristina Giovannitti

peppino-impastato_radio_autNascere a Cinisi, un paese del hinterland palermitano, e vivere in una famiglia legata ai clan mafiosi può portare due reazioni: quella solita che vede l’assoggettamento a certi sistemi, oppure la ribellione. Ribellarsi in un’organizzazione in cui l’OMERTA’ è la parola d’ordine, diventa un gesto ancor più rivoluzionario. Peppino Impastato è stato la rivoluzione, il cambiamento e la voce della denuncia. E la denuncia colpisce dritta al cuore della mafia che, invece, reagisce con i suoi modi beceri e vigliacchi. Peppino Impastato è stato ucciso da Cosa Nostra e mandante dell’assassinio è stato Gaetano Badalamenti, definito ironicamente da Peppino, Don Tano Seduto, capo clan ed uno dei maggiori trafficanti di eroina in Sicilia.

“Io voglio scrivere che la Mafia è una montagna di merda … noi ci dobbiamo ribellare, prima di abituarci alle loro facce, prima di non accorgerci più di niente” (da I Cento Passi).

Peppino viveva a cento passi dalla casa del boss Badalamenti e questo vivere a “braccetto” con l’anti-Stato porta la gente comune a crederlo come la normalità, a non riconoscere le anomalie di certi sopprusi, di continue arroganze, di prepotenze ingiuste. Lui, nato in una famiglia di impostazione contadina in cui la riverenza verso Cosa Nostra era la quotidianità, prende le distanze da tutto e da tutti ed ha il coraggio di denunciare, cominciando da suo padre fino ad arrivare al nome di Badalamenti.

“Mio padre, la mia famiglia, il mio paese … Io voglio fottermene! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo!” ( da I Cento Passi).

Nel 1965 entra in politica e la utilizza come modo per contrastare la mafia. Vivrà direttamente il periodo di cambiamento sessantottino, tra scioperi, rivoluzioni ed incertezze per il futuro, approdando, nel 1973, a «Lotta Continua» e legandosi a Mauro Rostagno, altro importante giornalista ucciso dalla mafia. Tra Peppino e Mauro ci sarà un sodalizio ideologico e politico che li vedrà uniti nella lotta contro Cosa Nostra, usando radio e televisioni per arrivare al popolo e far conoscere la politica mafiosa. Così nel 1976 con la collaborazione di Peppino ed altri compagni, nacque Radio Aut, un’emittente di contro informazione, autofinanziata dai giovani e quindi libera da qualsiasi potere. La libertà di Radio Aut diventò lo strumento di Peppino per denunciare quello che definiva un western mafioso facendo nomi e cognomi, senza paure. Continuo bersaglio era Gaetano Badalamenti ma anche il sindaco di Cinisi, Geronimo Stefanini che si era venduto a Cosa Nostra creando quel sistema che Peppino ironicamente definiva mafiopoli. Tutti i venerdì sera andava in onda la trasmissione Onda Pazza in cui Peppino sparava a zero sugli “intoccabili” siciliani e parlava dei maficidi, con un linguaggio ironico e satirico che nascondeva dietro una grande rabbia ed una voglia di cambiamento. Su questa natura nasceva anche l’altro programma Cretina Commedia, una parodia della Divina Commedia di Dante, in cui ai vari gironi infernali c’erano i mafiosi di Cinisi.

Peppino Impastato denunciava ad alta voce per permettere al popolo di riconoscere la vera bellezza della società, che non era nella mafia.

Chiaramente era un personaggio scomodo e così è stato ucciso, imbottito con 5 chili di tritolo e fatto esplodere sulla tratta ferroviaria Palermo-Trapani. L’intento era quello di far cade i sospetti su un suicidio oppure su un atto terroristico compiuto dai suoi compagni durante la campagna elettorale del ’78, visto che Peppino era candidato nel partito di «Democrazia Proletaria». I suoi compagni Giovanni Riccobono, Faro Di Maggio, Andrea Bartolotta ed altri, insieme alla madre Felicia Bartolotta Impastato, non si stancarono mai di accusare Gaetano Badalamenti. All’inizio le indagini propendevano per il suicidio e per la pista politica.  Stranamente nessuno aveva mai pensato di perquisire le case dei mafiosi di Cinisi, nonostante in un rapporto scritto da un sottoufficiale, in maniera esplicita, si definiva il tritolo che aveva ucciso Peppino “come esplosivo da cava” e le cave di Cinisi e dintorni erano tutte di proprietà mafiosa. Ci vollero anni per arrivare alla pista di Cosa Nostra. Nel 1988 si cominciò ad indagare su Tano Badalamenti per il caso Impastato e iniziò un lunghissimo processo fatto di rinvii, depistaggi, testimonianze fasulle, conclusosi nel 2002 con la condanna all’ergastolo per il boss mafioso, morto in seguito.

Al nome di Peppino Impastato si lega anche quello del politco Aldo Moro anche lui ucciso il 9 Maggio del 1978. Dopo 55 giorni di prigionìa venne trovato il suo corpo nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani, a Roma, ucciso dalle Brigate Rosse.

“La mafia uccide, il silenzio pure …” – diceva Peppino e da lui possiamo solo continuare ad imparare.

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