Domenico Cosentino, giovane scrittore, racconta l’invivibilità di Campobasso

Avreste mai pensato di definire “invivibile” la città di Campobasso? Se siete ancorati a questa ultima speranza di “vivibilità” verso una città che non è ancora travolta dal caos metropolitano, a disfarla per voi ci ha pensato Domenico Cosentino, giovanissimo scrittore, in Le città invivibili, edito Palladino. In realtà verso questa scrittura, molto schietta e diretta, oltre la negatività apparente, sono presentati vari messaggi di speranza. Il mondo di Cosentino è tutto da scoprire e da leggere tra le righe… fino in fondo.

di Maria Cristina Giovannitti

domenico_cosentino_campobassoUn giovane scrittore che si è fatto da solo e che dentro di sé porta un’ insoddisfazione verso tutto. Una società che lascia poca luce e poca speranza ai giovani e la scrittura come terapia per “vomitare” la propria rabbia e permettere ai lettori di rispecchiarsi nei suoi scritti. Apparentemente disfattista, cinico, burbero e strafottente ma con una voglia di essere letto tra le righe ed andare oltre la sua apparente criticità. Domenico Cosentino nel suo ultimo lavoro definisce, insieme ad altre otto città, anche Campobasso come invivibile. Vedremo come l’invivibilità mantiene un’accezione intimistica: Cosentino diventa scrittore proprio a Campobasso, grazie all’appoggio del noto libraio Michele Paparella e della sua storica libreria. Quel luogo sarà l’iniziazione per i suoi sogni e le sue speranze, che si sgretoleranno quando, tornato in città, troverà la libreria chiusa per fallimento. Ecco l’invivibilità di una città che ha gambizzato i sogni di Cosentino e limita quelli dei ragazzi del posto.

Domenico Cosentino, scrittore emergente, avrai di sicuro dei sogni nel cassetto…

Il segreto è non avere sogni, così non rimani deluso se non si avverano. Ho pubblicato diversi libri, le recensioni sono tutte positive, ho due editori splendidi ( parlo del Villaggio Maori e della Palladino Editore) che cazzo voglio di più dalla vita?

Mi piacciono le persone come me che conservano la loro bellezza nell’imperfezione e non nella banalità” così scriveva il caro Bukowski. Leggendo i tuoi libri sicuramente non sei uno scrittore banale e sicuramente scrivi delle imperfezioni dell’uomo…

Un altro saggio diceva che la perfezione stanca, l’imperfezione invece ti stimola a fare sempre meglio, l’imperfezione è affascinante. Una ragazza con lo strabismo di venere o col naso pronunciato per me è più arrapante di una fanciulla che ha un antipatico nasino alla francese. Tutti hanno qualcosa di cui sono scontenti, il segreto è accettare le imperfezioni e amarle, fare di loro la tua arma vincente. E non te lo dico solo perché sono un volgare obeso napoletano eh!

La tua scrittura è sempre così “incazzata”, perché e contro chi?

Semplice: contro tutto. Sei un ragazzo con problemi fisici che la sanità non può risolvere, campi male con quei pochi spiccioli che guadagni e non avrai mai la pensione. Io credo che il 90% degli italiani oggi è incazzato. Io mi sono rotto di combattere. Le mie battaglie le ho fatte, così come mio nonno e mio padre prima di me, e non ho risolto niente proprio come loro. Diventi saggio e capisci che a questo mondo non cambierà mai un cazzo, ergo perché affannarsi? La mia rabbia quindi l’ho rivolta verso qualcosa di costruttivo; la scrittura.

Chi ti definisce un nuovo Bukowski, chi parla di un tuo genere pulp, eppure io leggendo i tuoi libri è come se rivedessi lo stile di Quentin Tarantino. Insomma i lettori o ti amano o ti odiano! I tuoi libri a chi nocciono gravemente la salute?

I miei lettori, ti parlo di quelli che PAGANO per i miei libri, mi amano per un semplice motivo: trovano le loro vite nelle mie pagine. Scrivere di semplicità e di storie comuni mi ha salvato dalla pazzia. Le mie storie fanno male a tutti quelli che si nascondono, che non vogliono scavare nelle loro anime e scoprire che c’è del marcio. A me quelle persone non interessano proprio. Sono peggio di uno scippatore dei quartieri spagnoli.

Esordisci con Meglio per tutti dare la colpa a me, Graus editore, un titolo che lascia intendere te come vittima sacrificale di qualcosa -diciamo pseudo credibile! Di che colpe parli?

Sono cresciuto leggendo Daniel Pennac. All’improvviso ho scoperto il protagonista di suoi tanti libri, Malaussene che fungeva da capro espiatorio per grandi aziende. Ho pensato che Pennac aveva avuto le palle di creare un antieroe che si prendesse le colpe di tutto. Le mie colpe sono tutti i rapporti d’amore che sono finiti male, degli amici che ho perso, delle persone che sono morte e a cui non ho mai detto : “ti voglio bene”. È difficile prendersi queste colpe e quando lo realizzi hai raggiunto un tuo piccolo Nirvana personale e che gli altri si fottano. Ah una postilla che farà male come una cisti sulla cappella di Graus, definire Graus editore è come consegnare al sottoscritto il premio Nobel per la chimica.

Ma arriviamo a le Città Invivibili edito Palladino, il libro che ti ha reso un pò un “figlio adottivo” del Molise. Quì parli di “quello che fu l’inizio” nella libreria del noto Michele Paparella…l’inizo di cosa?

L’inizio del mio percorso come scrittore. Ero come un bambino che iniziava a parlare, avevo paura, mi sentivo indifeso. Da quel giorno ho acquistato sicurezza e strafottenza e ho mandato a cacare tutti quelli che mi dicevano:” Nico, ma che scrivi a fare?”

Sai che mai nessuno aveva definito Campobasso una città invivibile?

Bisogna leggere tra le righe. Campobasso è splendida ho bei ricordi legati alla tua città. La parte marcia riguardava il non emergere in una realtà, chiudere l’ennesimo luogo in cui incontrarsi e GRATUITAMENTE presentare i tuoi libri, farsi conoscere. Oggi dove potresti fare una cosa del genere? Fai come quei pazzi che gridano da soli al centro di una piazza sperando che qualcuno prima o poi si fermi ad ascoltarli. Loro sono la voce dell’anima primordiale. Ma chi cazzo se ne frega di gente come loro?

In questo libro il problema sei tu e il tuo senso di disadattamento o i posti in cui sei stato?

Semplicemente io. Insoddisfatto perenne, pieno di paure e di ansie. Non riesco a stare bene in nessun luogo. 

Chi ha il piacere di leggere l’altro tuo libro Addio King of blue, Villaggio Maori editore, troverà con tono anche “leggero” e divertente affrontati i temi della precarietà e dell’emigrazione. Tu, Nico protagonista, che va a Parigi come il tuo bisnonno che andò in Venezuela. Come lo vedi il futuro dei giovani?

Semplicemente una merda. Ti parlo della mia generazione in cui non esistevano ancora master, ottenere un erasmus era qualcosa d’impossibile. Oggi i trentacinquenni sono superati da giovani aitanti usciti da scuole specialistiche. Siamo fantasmi del passato di cui tutti se ne fregano. Siamo qualcosa di cui vergognarsi.

Disfattista contro la società, contro il mondo, uno scrittore che critica e ci va giù pesante ma tu cosa fai per cambiare le cose?

Me ne fotto di tutto. Degli omicidi, della politica, dei concorsi, dei corsi di formazione. E cerco di vedere solo quello che faccio. Quando frequentavo il liceo ero come uno di quegli “attivisti” che vedi oggi manifestare i propri livori nelle piazze, odiati dalla polizia e dai benpensanti. Cinque anni di questo cosa hanno cambiato? Te lo dico io: NU CAZZ!

Credi nella politica?

Da giovane si, ora no.

In cosa credi?

Invecchiando credo solo nella pagnotta … ah credo anche nell’amore. Avere una donna da amare ti fa dimenticare tutta la merda che ogni giorno sei costretto ad ingoiare..

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