Una nuova legge elettorale per una democrazia autoritaria

Se i padri costituenti (gente che di cognome faceva Togliatti, Nenni, Calamandrei, Parri, De Gasperi, Einaudi, Terracini) optarono per un sistema proporzionale puro un motivo ci sarà stato. Il concetto era semplice: una testa, un voto. E in proporzione la rappresentanza parlamentare. Più il proporzionale è puro, e più la democrazia è reale. Si era appena usciti dal fascismo e parlare di “democrazia” era una cosa seria.

di Italo Di Sabato

antonio_la_trippaDi un De Gasperi – seppur democristiano – c’era da fidarsi: viveva una missione, non era in missione per conto di. Da un Alfano, sinceramente, non accetterei nemmeno un passaggio in macchina.

Presi dalla solita ansia modernizzatrice – che di solito si traduce in cambiare per peggiorare – abbiamo (anzi, hanno) modificato la legge elettorale nel ‘94, poi nel 2006 e ora ci risiamo. Con una nuova legge che riesce a sintetizzare tutte le peggiori connotazioni della Prima e della Seconda Repubblica.

Nel frattempo, in questi anni che grazie alle prodigiose sorti neo-maggioritarie e porcileggianti ci dovevano garantire governi forti che ci dovevano garantire riforme, e riforme che ci dovevano garantire benessere diffuso, abbiamo avuto: governi traballanti oppure ostaggi di sé stessi, pessime riforme tirate via, malessere diffuso.

L’innaturale alleanza tra il Pdl- Pd e Terzo Polo (Udc, Api, Fli) che sostengono il governo Monti, stipulata per fronteggiare l’emergenza, e legittimata dalla sua stessa provvisorietà, rischia di produrre, prima di sciogliersi, dei danni di lunga durata. Infatti i partiti di Alfano, di Bersani e di Casini hanno deciso tra loro di fare una nuova legge elettorale e una riforma della Costituzione che non promettono nulla di buono.

Secondo i primi accordi, a quanto se ne sa, la nuova legge elettorale risulterebbe da una miscela di proporzionale e maggioritario, di collegi uninominali e liste bloccate, di seggi regalati agli uni e tolti agli altri, di sbarramenti per non far entrare i partiti minori in Parlamento e “diritti di tribuna” per dar loro uno strapuntino da cui parlare, di designazione preelettorale del premier e discrezionalità postelettorale dei partiti nella formazione dei governi. Insomma, come certi incauti riformatori, quelli che hanno ideato questa legge vogliono tutto, il contrario di tutto e subito.

Questa nuova ipotetica legge non rimedia a nessuna delle storture che avevano fatto della vecchia e tuttora vigente legge Calderoli un “porcellum”.

La legge progettata non ha il coraggio di ripristinare le preferenze per dare la scelta dei parlamentari agli elettori e non agli apparati; vorrebbe una partita con solo quattro o cinque giocatori; non elargisce più una maggioranza bulgara al partito o alla coalizione vincente, ma non ha il coraggio di una limpida scelta proporzionale per cui ciascuno rappresenti il suo elettorato reale; favorisce, ritagliando piccoli collegi, i partiti maggiori, e ai minori fissa una soglia del 4 o 5 per cento sotto la quale sono esclusi dal Parlamento; regala un po’ di seggi “di governabilità” al primo partito, ma ne regala anche, benché un po’ meno, al secondo; riserva ai partiti, dopo le elezioni, la scelta del presidente del consiglio da proporre al capo dello Stato, ma non osa rinunciare al populismo e al culto della personalità permettendo ai leaders di mettere il loro nome nel simbolo elettorale.

In questo senso una riflessione importante l’apporta Franco Ragusa, che su Riforme.info offre un contributo editoriale che riportiamo per intero:

“Se non ci sono più le coalizioni prima delle elezioni, pare sia questo il problema principale, non potremo più scegliere il Governo.

Ma se così fosse poco male, visto che, peraltro, si tratta di una forzatura del sistema parlamentare che non ha prodotto risultati degni di essere ricordati, ma solo un bipolarismo coatto nel quale buona parte dell’elettorato non si riconosce.

Il problema vero, purtroppo, è un altro.

Se il buongiorno si vede dal mattino, per i contenuti enunciati continueremo a “scegliere” i Governi così come abbiamo fatto dall’introduzione della logica maggioritaria (virgolette d’obbligo, in quanto c’è ben poco da “scegliere” quando se non voti uno vince l’altro), e cioè con le forze politiche di centro a fare da ago della bilancia nel caso nessuna delle due forze politiche maggiori sia in grado, da sola, di ottenere la maggioranza parlamentare.

Tranne, infatti, lo spazio politico che si vuole garantire all’attuale centro di Casini, Fini e Rutelli, cioè tutto quel ceto politico che sino ad oggi è appunto riuscito a vivere alla grande sia con il Mattarellum che con il Porcellum, per tutti gli altri ci sarà, forse, un angolino dove esercitare un mero diritto di tribuna.

Più o meno come, è bene ripeterlo, è avvenuto negli ultimi 16 anni, e questo pur con degli equilibri delle coalizioni apparentemente spostati sulle estreme. A parte le necessità e gli eccessi berlusconiani a fare la differenza, la sinistra non è mai stata realmente alternativa, sia per le politiche economiche che per la politica estera, al centrodestra, e questo proprio per mantenere uno stretto legame con il centro, pena la sconfitta elettorale. Basti pensare alle tante cose non fatte, nonostante gli 8 anni di governo su 16. E forse, anche l’attuale sostegno al Governo Monti può essere considerato più politico che tecnico, visto che anche con Dini e Prodi le ricette per tenere in ordine i conti sono state le stesse e con sempre gli stessi a pagare.

Ma tornando all’attualità e cercando di riassumere l’accordo ABC con una formula, se la prospettata nuova legge elettorale andrà in porto, non avremo più un sistema tendente al bipolarismo, bensì una sorta di bipartitismo corretto.

È questa, pertanto, la posta in gioco, un’ulteriore ingessatura delle dinamiche politiche, ancora una volta senza la possibilità di poter scegliere i nostri rappresentanti, e non certo quello che gli elettori non hanno mai realmente avuto in questi ultimi 16 anni, e cioè la possibilità di influire, con il cosiddetto voto per scegliere da chi essere governati, sull’attività parlamentare e di Governo.”

C’è un’intera classe dirigente che ha pensato e pensa di far politica grazie alle alchimie elettoralistiche, suprema sintesi del dalemismo più spinto, a sua volta originato dal migliorismo di maniera: quello dei tecnicismi, dell’ingegneria istituzionale, strategie e giuristi al lavoro ma non si capisce mai per fare cosa e in nome di quale idea di società.

Il sottoscritto, e con me quasi tre milioni di italiani, da circa quattro anni non è (e non siamo) rappresentati in Parlamento. E c’è il rischio di non esserlo anche da dopo il 2013. I nostri voti valgono meno? Le nostre teste non hanno diritto d’asilo? È questa una democrazia reale e compiuta?

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