Mani Pulite, l’assalto giudiziario al cielo della politica

di Italo Di Sabato

L’Infiltrato a vent’anni dall’inchiesta giudiziaria conosciuta come “Tangentopoli” ha offerto una serie di spunti molto interessanti anche per capire e analizzare quello che poi è scaturito a partire dal passaggio dalla I alla II Repubblica. Come già accennavo nel mio precedente scritto “benecomunismo” con il crollo del “socialismo reale”, terminata l’epoca del dominio bipolare Usa-Urss, il potere finanziario  poteva finalmente liberarsi del vecchio assetto costituzionale.

manipuliteC’era necessità, da parte del capitale in via di completa globalizzazione, di avere uno stato (dalla mano) meno “pesante” dal punto di vista fiscale, burocratico e tangentizio. Il costo della corruzione (il “keynesismo criminale” dello stato democristiano) era troppo elevato, e con una  spesa pubblica elevata che non permetteva l’entrata in Europa.

La crescita elettorale di forze politiche come la Lega Nord era una chiara domanda di “sovversione dall’alto” da parte delle nuove imprese del nord, quelle basate sul lavoro flessibile e l’export internazionale, ormai stanche di lacci e lacciuoli. Un capitalismo d’assalto  interessato a sguinzagliare i procuratori  lasciando che magistratura e potere politico arrivino allo scontro, per imporre il ricambio di classe dirigente a colpi di imputazioni e custodia cautelare. La sovversione dall’alto avviene facendo leva sui contrasti interni allo “stato autoritario di diritto” costruito con la legislazione emergenzialistica negli anni dei governi di unità nazionale.

Nel frattempo, si introduce il sistema elettorale maggioritario ricorrendo a meccanismi plebiscitari spacciati per “democrazia diretta” (il “referendum Segni-Occhetto” etc.), e il  nuovo nemico pubblico diventa  “l’inquisito”, il politico corrotto. I potenti che fino a qualche mese prima avevano non solo governato, ma  combattuto e sconfitto – con la complicità della magistratura, a colpi di carcere e repressione – qualsiasi opposizione sociale, divenivano i nuovi nemici pubblici. Il ciò produce un ipermedializzata, collettiva richiesta di crucifige. La magistratura inquirente ne è inebriata, la “consonanza con la società civile” la porterà ben oltre il suo “mandato speciale”, i media trasformano i magistrati in eroi-giustizieri popolari, immacolati e impavidi.

Prima del periodo di “Mani Pulite”, la magistratura nella sua maggioranza è stata schierata a difesa dei privilegi e dei privilegiati, fungendo da apparato di repressione nei confronti dei movimenti sociali e antagonisti e disvelando, nei momenti cruciali dei primi decenni della storia repubblicana, la reale natura di uno Stato che, con i mezzi più diversi, ha represso, spesso brutalmente, il movimento operaio e contadino e tutti coloro che si battevano per un’effettiva applicazione dei principi costituzionali.

Le inchieste a carico dei “potenti”, fino al 1992, sono state rarissime e quasi sempre bloccate dalle gerarchie giudiziarie in aperta collusione con chi governava il paese. Con l’inchiesta “Mani Pulite”, la situazione si è indubbiamente modificata e si è ripristinato il valore della giurisdizione, indipendentemente da chi era coinvolto.

E’ stato ristabilito – anche se, non si può ignorarlo, non in tutta Italia – il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Ma – e questo è un dato certamente negativo, di cui è responsabile anche chi ha ritenuto di delegare ai magistrati compiti di cambiamento sociale e di moralizzazione della politica e chi non si è opposto, anche solo con critiche costruttive, agli eccessi e agli “straripamenti” del potere giudiziario – in quegli anni vi sono state inopportune, e controproducenti, incursioni della magistratura nella politica; un uso talvolta strumentale della custodia cautelare; palesi violazioni delle regole processuali.

Una parte della magistratura ha invaso, con prese di posizione decisamente politiche, campi che non le erano propri. Valga un esempio: il pubblico pronunciamento (con minaccia di dimissioni) del pool di “Mani Pulite” contro il cosiddetto decreto Biondi, che pure aveva provocato vivaci reazioni da parte di chi non condivideva il merito e il metodo di tale provvedimento, che incideva sulla custodia cautelare, con immediate e dirette conseguenze su alcune inchieste in corso che riguardavano rapporti illeciti tra appartenenti ai partiti dell’allora maggioranza e importanti gruppi imprenditoriali.

Si trattava di un decreto-legge imposto da un governo i cui esponenti erano corresponsabili di norme liberticide, di cui ancora oggi subiamo le conseguenze, nonché del prolungamento dei termini di custodia cautelare in carcere fino a 12 anni; appoggiato da parlamentari che, fino a poche settimane prima manifestavano davanti ai Palazzi di Giustizia con applausi ad ogni arresto; che avevano di fatto cancellato, con la grave responsabilità dei mass-media, la presunzione di non colpevolezza; che inneggiavano alla pena di morte, facevano processi ed emettevano sentenze in piazza, esponevano cappi e manette in parlamento.

A quel decreto era doveroso opporsi: evidente ne era la strumentalità, al pari della finalità di creare ulteriori disparità e diseguaglianze. Ma in uno stato di diritto, ciò che non spettava alla magistratura e tanto meno ai singoli magistrati, bensì al parlamento e alla mobilitazione democratica. I magistrati ben potevano – e dovevano- contrastarlo, ma con gli strumenti a loro concessi dalla legge, sollevando, ad esempio, questioni di incostituzionalità, la cui fondatezza era a tutti evidente. Cosi non è stato: Singoli magistrati, anzi singoli Pm, approfittando del consenso popolare, hanno interferito nell’iter legislativo, cercando di spostare dalla sede istituzionale sua propria di dibattito su un argomento – l’uso e l’abuso della custodia cautelare – che riguardava la libertà di tutti.

Mani Pulite è stata una stagione che ha visto il rilancio dell’azione penale come strumento di lotta politica e regolazione sociale e l’arresto come il più efficace dei mezzi istruttori, una stagione che emarginò con violenza quanti pensavano che il processo penale era soltanto l’accertamento di un reato e non uno strumento di lotta a fenomeni sempre più o meno “emergenziali”

E qui la sinistra ha abbandonato lo Stato sociale in favore dello Stato penale ed è iniziata l’antipolitica. Lì è iniziata la svolta a destra nel nostro paese.

Troppi a sinistra, sono stati “indulgenti” e hanno taciuto di fronte all’uso strumentale della custodia cautelare o all’utilizzo acritico delle dichiarazioni dei cosidetti “collaboratori di giustizia” mentre sarebbe stato doveroso, a salvaguardia dello Stato di diritto, esprimere una critica decisa, costruttiva e non delegittimante. Tutto sommato, anche per una parte di sinistra, colpire politicamente i “potenti” – cosi come i movimenti antagonisti nel decennio precedente – era un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, anche attraverso lo strumento giudiziario e limitando le garanzie previste dal codice. Ciò ha consentito alla destra, una volta al governo, di porre una vera e propria campagna di delegittimazione della magistratura e tentare di subordinarla all’esecutivo.

Con ciò non voglio assolutamente criticare, con inutili generalizzazioni, l’operato di tutti i magistrati che hanno fatto indagini contro il sistema di corruzione che vigeva, impunito da decenni, nel nostro paese. Anzi, proprio nel riconoscere il merito maggiore dell’inchiesta “Mani Pulite”, cioè quello di aver dimostrato che non esistono persone intoccabili o sacche di impunità, è utile, criticare gli eccessi e, soprattutto, riflettere su come l’aver demandato il cambiamento politico e sociale alla magistratura abbia inciso negativamente non solo sulla battaglia politica istituzionale e non, ma anche sull’amministrazione della giustizia.

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